Il Carroccio e l’ipotesi voto. E Giorgetti suggerisce una via per le elezioni a febbraio

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«L’uomo scopre se stesso allorché si misura con l’ostacolo». Matteo Salvini in queste ore deve sentire particolarmente sua la frase di Saint-Exupéry. È tratta da Terre dell’uomo, il libro che legge a Milano Marittima. Perché per lui si sta avvicinando il momento della decisione: chiudere con il «governo del cambiamento», ammettere prima di tutto con sé stesso che la fase frenetica inaugurata nel giugno dello scorso anno sia ormai esaurita. Oppure andare avanti. La data da segnare è il 6 di agosto. Quel giorno, in Senato, concluderà il suo iter il decreto Sicurezza bis, uno dei provvedimenti cruciali del Ministro dell’Interno. Ed è lì che il governo rischia davvero. La riflessione è attribuita a Giancarlo Giorgetti, che avrebbe anche rappresentato al Quirinale le sue convinzioni sulla difficoltà del governo gialloverde. Attenzione: in Lega c’è chi sostiene che per lui non esista un piano B. Nel senso che se anche il progetto non andasse in porto, Giorgetti potrebbe dare le dimissioni dallo strategico incarico a Palazzo Chigi. Non è affatto detto che sia così, anche se Salvini a chi gli chiedeva notizie del suo vice segretario, venerdì ha risposto con un sorriso amaro: «Andato…».

E così, al Senato potrebbe andare in scena la bocciatura del decreto. Dati i numeri stentati, dato il non scontato via libera di tutti i 5 stelle, dato che alla Lega mancherà certamente Umberto Bossi, tutt’ora alle prese con seri problemi di mobilità, il Sicurezza bis potrebbe franare. Né in Lega si esclude il più volte evocato incidente d’aula.

Nella riflessione attribuita a Giorgetti, la Lega potrebbe accettare una crisi pilotata che metta in sicurezza la manovra finanziaria 2020. Che sarebbe condotta in porto da un governo di minoranza, guidato magari dallo stesso Giuseppe Conte. Ma senza l’opposizione della Lega, che si limiterebbe a non votarla. Insomma, una sorta di «non sfiducia» in cambio della garanzia di un ritorno alle urne in tempi accelerati, non oltre febbraio. Un voto in cui la Lega si presenterebbe da sola, con lo stesso refrain del 2018: Salvini premier. Nessuna alleanza con Forza Italia, nessuna con i Fratelli d’Italia: «A meno che questi ultimi — spiega un leghista — non accettino di confluire in un nostro listone unico».

Peraltro, la Lega è pronta al voto. Non solo per i sondaggi positivi, ma anche perché Salvini ha piazzato in postazione i suoi uomini da battaglia. In Emilia Romagna Eugenio Zoffili, il ministro Lorenzo Fontana in Veneto, Stefano Candiani in Sicilia, Christian Invernizzi in Calabria, Luigi D’Eramo in Puglia. Resta il fatto che per Salvini la decisione è una prova dura. Troppe le incognite, alto il rischio che un «governo di scopo» possa assecondare l’istinto di sopravvivenza del Parlamento. Salvini teme anche di dare il tempo di organizzarsi a un possibile nuovo soggetto politico moderato: «Fino a quando non si parla di elezioni — spiega la fonte leghista — il nuovo soggetto resta nell’ombra. Con una data, chi intende partecipare deve farsi vivo». Insomma, un Matteo Salvini che in questi giorni ha cambiato lo sguardo e non parla con i giornalisti è, per dirla con qualche leghista, «il Capitano nel suo labirinto». Un labirinto in cui, per usare le parole di Saint-Exupéry, dovrà «scoprire sé stesso».

Marco Cremonesi, Corriere.it

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