Siria, il Papa scrive ad Assad per fermare la “catastrofe umanitaria”

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Francesco torna a volgere lo sguardo alla «amata» Siria, zona martoriata del mondo verso la quale non ha mai fatto mancare la sua attenzione sin dall’inizio del pontificato quando aveva convocato il mondo a San Pietro per una veglia di preghiera per scongiurare il pericolo di una terza guerra mondiale. Il Pontefice ha scritto una lettera di suo pugno al presidente siriano Bashar Hafez al-Assad per esprimere la sua «profonda preoccupazione» per la «situazione umanitaria» nel Paese mediorientale, «con particolare riferimento alle condizioni drammatiche della popolazione civile ad Idlib».

In quest’area nel nord-ovest della Siria, sotto assedio dei ribelli da fine aprile, la situazione è infatti drammatica. Non sono trascorse neppure quarantott’ore dai raid aerei governativi nei villaggi di Urum al-Jawz e a Kfarouma, nel sud della provincia, che – stando a quanto riferito dall’Osservatorio siriano per i diritti umani – hanno ucciso dodici persone, di cui sette bambini. Agli attacchi si aggiunge poi la povertà estrema in cui versa la popolazione e la mancanza di cure e medicine.

A dare notizia della lettera del Papa ad Assad, che porta la data del 28 giugno scorso, è il neo direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni, spiegando che la missiva è stata consegnata questa mattina a Damasco dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Ad accompagnare il porporato, latore del documento scritto in lingua inglese, c’erano il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico, e dal sottosegretario del Dicastero, padre Nicola Riccardi, Ofm.

Come in tutti gli scambi epistolari tra il Pontefice e i capi di Stato non sono stati resi noti i contenuti della lettera, i quali tuttavia si possono evincere dalla intervista che il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha rilasciato al direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione, Andrea Tornielli, pubblicata oggi su Vatican News e L’Osservatore Romano.

Nelle dichiarazioni di Parolin traspare tutta l’angoscia del Pontefice per la sorte degli uomini, delle donne, dei bambini e degli anziani vessati da oltre otto anni di guerra e bombardamenti. Quella che invece sembra andare scemando nei media internazionali e nell’opinione pubblica. Il cardinale spiega anche l’origine di questa nuova iniziativa papale, ovvero «la preoccupazione di Papa Francesco e della Santa Sede per la situazione di emergenza umanitaria in Siria», in particolare nella provincia di Idlib dove «vivono più di 3 milioni di persone, di cui 1.3 milioni di sfollati interni, costretti dal lungo conflitto in Siria a trovare rifugio proprio in quella zona che era stata dichiarata demilitarizzata l’anno scorso».

«La recente offensiva militare si è aggiunta alle già estreme condizioni di vita che hanno dovuto sopportare nei campi, costringendo molti di loro a fuggire», sottolinea Parolin, assicurando che «il Papa segue con apprensione e con grande dolore la sorte drammatica delle popolazioni civili, soprattutto dei bambini che sono coinvolti nei sanguinosi combattimenti». «La guerra purtroppo continua, non si è fermata – afferma -, continuano i bombardamenti, sono state distrutte in quella zona diverse strutture sanitarie, mentre molte altre hanno dovuto sospendere del tutto, o parzialmente, la loro attività».

Allora dal Papa non poteva mancare un appello, un ennesimo appello che si unisce ai tanti lanciati in questi anni, «perché venga protetta la vita dei civili e siano preservate le principali infrastrutture, come scuole, ospedali e strutture sanitarie». «Davvero quello che sta accadendo è disumano e non si può accettare», rimarca il cardinale. «Il Santo Padre chiede al presidente di fare tutto il possibile per fermare questa catastrofe umanitaria, per la salvaguardia della popolazione inerme, in particolare dei più deboli, nel rispetto del Diritto Umanitario Internazionale».

Dunque non è un intento «politico» quello che ha mosso la mano del Pontefice ma una preoccupazione «umanitaria». «Il Papa – afferma il suo più stretto collaboratore – continua a pregare perché la Siria possa ritrovare un clima di fraternità dopo questi lunghi anni di guerra, e che la riconciliazione prevalga sulla divisione e sull’odio».

Per ben tre volte infatti Francesco nella lettera usa questa parola: «riconciliazione». «Questo è il suo obiettivo, per il bene di quel Paese e della sua popolazione inerme», evidenzia il cardinale. Per raggiungerlo serve che Assad compia «gesti significativi in questo quanto mai urgente processo di riconciliazione». Non sono solo parole, Papa Francesco «fa degli esempi concreti»: cita ad esempio «le condizioni per un rientro in sicurezza degli esuli e degli sfollati interni e per tutti coloro che vogliono far ritorno nel Paese dopo essere stati costretti ad abbandonarlo», come pure «il rilascio dei detenuti e l’accesso per le famiglie alle informazioni sui loro cari».

Non manca nella missiva un cenno ad un altro tema drammatico in Siria che è quello dei prigionieri politici: anche questa problematica, spiega Parolin, «sta particolarmente a cuore» a Papa Francesco, il quale chiede che ai prigionieri politici «non si possono negare condizioni di umanità». Il porporato ricorda in proposito la relazione pubblicata nel marzo 2018 dall’Independent International Commission of Inquiry on the Syrian Arab Republic in cui si parlava di decine di migliaia di persone detenute arbitrariamente a volte in carceri non ufficiali e in luoghi sconosciuti, dove sembra che subiscano «diverse forme di tortura senza avere alcuna assistenza legale né contatto con le loro famiglie». Non solo: la relazione rileva anche che «molti di essi purtroppo muoiono in carcere, mentre altri vengono sommariamente giustiziati».

Il quadro generale è quindi sconcertante. Scopo della lettera di Francesco è pertanto lo stesso sul quale ha sempre insistito la Santa Sede: ribadire la «necessità di cercare una soluzione politica praticabile per porre fine al conflitto, superando gli interessi di parte». Questo, evidenzia Parolin, si può realizzare «con gli strumenti della diplomazia, del dialogo, del negoziato, con l’assistenza della comunità internazionale». «Lo abbiamo dovuto imparare ancora una volta che la guerra chiama guerra e la violenza chiama violenza», osserva il cardinale, e aggiunge: «Purtroppo siamo preoccupati per lo stallo del processo dei negoziati, soprattutto quello di Ginevra, per una soluzione politica della crisi. Per questo nella lettera inviata al presidente Assad il Santo Padre lo incoraggia a mostrare buona volontà e ad adoperarsi per cercare soluzioni praticabili ponendo fine a un conflitto che dura da troppo tempo e che ha provocato la perdita di un gran numero di vite innocenti».

Salvatore Cernuzio, La Stampa

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