Io m’impiego ma non mi spezzo

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Qualche anno fa Murakami Haruki ci ha scritto anche un libro – Il mestiere dello scrittore – su come si vive sfornando romanzi. Vero è che lui dei frutti dei propri sforzi letterari è riuscito a camparci quasi da subito: nel 1979 pubblica la sua opera d’esordio, Ascolta la canzone del vento, e già nel 1981 può vendere il suo jazz bar a tema felino (il “Peter Cat “, che pure, a quanto pare, amava moltissimo), perdedicarsi atempo pieno ai libri. È cosa nota, tuttavia, che ben pochi dei suoi colleghi sono stati altrettanto fortunati. Anzi, forse proprio i migliori autori della Storia hanno fatto molta fatica a mantenersi con le lettere e hanno dovuto ingegnarsi in vario modo, spesso accettando mansioni che poco avevano a che fare con la scrittura ocon l’arte. Traqueste, il ramo impiegatizio la fa da padrone, e non si contano le storie di affermati scrittori che hanno rivestito, anche brevemente, i panni di travet (Dickens, Balzac, Dostoevskij, Gogol, Turgenev, Puskin, Stendhal, Poe, Borges, Musil, Neruda, Orwell…) Qualcuno, però, ha passato dietro una scrivania gran parte della propria vita. La mente corre subito a uno dei grandi del Novecento, Franz Kafka, di professione assicuratore, prima alle Generali e poi alla Compagnia di assicurazioni sul lavoro del regno di Boemia. Il curriculum che il ventiquattrenne Franz accluse alla propria domanda di impiego è oggi conservato nell’archivio storico delle Generali ed è anche orgogliosamente citato sul sito della compagnia. Il giovane fu assunto nel 1907 e prese servizio nella sontuosa sede di piazza San Venceslao, nel centro di Praga. Così parlava del suo impiego a un’amica: «Del lavoro non mi lagno. L’orario d’ufficio non si può suddividere, fin nell’ultima mezz’ora, come nella prima, si sente il peso delle otto ore». Certo, gli echi della sua esperienza lavorativa risuonano felicemente (si fa per dire) nelle sue opere – per esempio, nel Processo -quando tratteggia una burocrazia alienante e dalle logiche insondabili. La cosa sorprendente è che Kafka si dimostrò un impiegato modello, preciso e indefesso, tanto da guadagnarsi diversi scatti di carriera in pochi mesi. Nelle perizie, in particolare, metteva tutto il suo scrupoloso impegno, come racconta un volume del 2016, Nel nome di Kafka, l’assicuratore (L’attimo fuggente editore), in cui Cesare Lanza ha voluto rendere omaggio a questo talento meno conosciuto dello scrittore boemo. Anche Italo Svevo lavorò quasi vent’anni come bancario nella filiale triestina della viennese Banca Union. Un impiego che non amò mai, ma che portò avanti con austroungarica diligenza. Un altro grandissimocome Herman Melville fu per un ventennio, piuttosto infelicemente, ispettore doganale nel porto di New York (un’attività che di certo, almeno in parte, ispirò Bartleby lo scrivano). Tutta un’altra storia quella di Charles Bukowski. Dopo aver tentato come lavapiatti, parcheggiatore e camionista, approdò alle poste della California. Ci lavorò per ben undici anni ma non fu mai un “modello”. Lo scrittore ha raccontato la sua esperienzanel libro Post Office, il cui protagonista (e suo alter ego) Henry Chinaski ha le idee piuttosto chiare riguardo al nuovo impiego: «Non potevo trattenermi dal pensare, dio, l’unica attività dei postini è di ficcare dentro le lettere e l’uccello. Questo è il lavoro che fa per me, oh sì sì sì». Le sue speranze vengono presto frustrate e Chinaski sfogherà la propria insoddisfazione nelle sbronze e in avventure sporcaccione in motel di quint’ordine, fino a “guadagnarsi” il licenziamento. Proprio come il suo protagonista, Bukowski abbandonò le poste non appena poté guadagnare qualcosa con i suoi scritti. Confidò all’editore Carl Weisser: «Avevo solo due scelte, quella di restare all’ufficio postale e impazzire, o quella di uscire dall’ufficio postale, scrivere e morire di fame. Ho deciso di morire di fame». C’è da dire che in questi caldi giorni estivi, con le ultime scadenze che si avvicinano pericolosamente (il 31 luglio, giusto per fare un esempio, scade la rottamazione delle cartelle di Equitalia…), il sapere che dietro allo sportello della posta, della banca o del Caf potrebbe celarsi il Kafka del ventunesimo secolo, forse potrà aiutarci ad essere un po’ più clementi con la categoria degli impiegati. Ma esistono altre classi professionali – forse meno tartassate – che hanno dato altrettanti contri buti alle arti e alle lettere. A cominciare dall’ambito scientifico: tutti sanno che Primo Levi ha lavorato tutta la vita come chimico. Un po’ meno nota è forse la circostanza che uno dei più grandi artisti nel Novecento italiano, Alberto Burri, fosse anche un medico. Medico e chimico, e non certo per ripiego, era il compositore russo Aleksandr Borodin. Studente eccezionale fin dagli inizi, quando discusse una tesi “Sull’analogia dell’acido arsenico con il fosfatico nella loro azione sull’organismo umano “, Borodin fu un brillante e affermato scienziato fino alla fine dei suoi giorni. Come abbia fatto, nel frattempo, a scrivere Il principe Igor e altre musiche celebri resta un mistero. Che dire, poi, di quella strana bambinaia – riservatissima e, a quanto raccontano i suoi piccoli assistiti, anche un po’ sadica – vissuta al servizio di anonime famiglie della middle class americana? Vivian Maier è un caso davvero singolare, perché il suo enorme talento di fotografa era ignorato non solo dai suoi datori di lavoro, ma probabilmente anche da lei stessa, che non sviluppò quasi mai i suoi scatti. E poi c’è la settima arte. Qui gli esempi si sprecano. Ma se i trascorsi da falegname di Harrison Ford non stupiscono più di tanto dopo tutto lui è Indiana Jones, può fare qualsiasi cosa – e sui primi anni di Joan Crawford è meglio sorvolare (si va da un onesto lavoro di lavandaia fino a roba molto meno edificante), c’è almeno un personaggio la cui storia vale la pena di essere ricordata. È quella della diva Hedy Lamarr, al secolo Hedwig Eva Maria Kiesler, ebrea austriaca fuggita in America con l’avvento di Hitler. Di una bellezza leggendaria, quasi sovrumana eppure sensualissima – suo, tra l’altro, il primo nudo in tegrale (castissimo) della storia del cinema – ottenne perlopiù ruoli di poco spessore, che mettevano in risalto il suo fascino esotico. Si ritirò dalle scene negli anni Sessanta e in vecchiaia sarebbe stata probabilmente dimenticata se non fosse stata beccata più di una volta a sgraffignare oggetti di poco valore al supermercato. Solo alla fine della sua vita si seppe che negli anni Quaranta, all’apice della carriera hollywoodiana, lei che prima di fare l’attrice aveva studiato ingegneria, ossessionata dalla lotta ai nazisti aveva ideato e brevettato insieme al musicista George Antheil un sistema per pilotare adistanza i siluri. Praticamente ignorato durante la guerra e sottoposto per anni asegreto militare, il “Sistema di comunicazione segreta n. 2 292 387 ” sarà alla base dello sviluppo della telefonia cellulare e del wireless. In parole povere, senza esagerazioni, se oggi abbiamo il (discutibile) vantaggio di usarei telefonini e il wi-fi è grazie a lei. Davvero niente male per una che è passata alla storia come la «donna più bella del mondo».

Luigi Gaetani, Il Quotidiano del Sud

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