Torino, Appendino accusa la sua maggioranza: “Abbiamo mancato di rispetto alla città”

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«In certi momenti abbiamo mancato di rispetto alla città». La svolta di Chiara Appendino è condensata in otto minuti che – in qualunque altro contesto – manderebbero in frantumi un’alleanza politica (e umana). A più di tre anni dal suo insediamento la sindaca consegna un ultimatum alla sua maggioranza. Lo fa nel giorno in cui dà il benservito al suo vice, Guido Montanari, allontanato con il pretesto di un’infelice dichiarazione sul Salone dell’auto ma in realtà non più funzionale al disegno. Per ora si tiene la delega all’Urbanistica in attesa di trovare la figura adatta. Quanto al vice sindaco, resta in sospeso tra Alberto Unia (poco propenso), Alberto Sacco (indigesto a gran parte del M5s) e Paola Pisano (molto propensa ma altrettanto invisa).

Corroborata dall’investitura di Luigi Di Maio anche Appendino lancia la sua piattaforma governista. Dichiara guerra ai «nemici della contentezza» (Di Maio dixit) e giubila il loro faro, Montanari appunto. Era lui il punto di riferimento dell’ala ortodossa, di comitati e movimenti (a cominciare dai No Tav), l’unico assessore a vantare un rapporto di lunga data con le forze sociali che hanno sostenuto il Movimento 5 stelle.

Con la sua cacciata Appendino è come se archiviasse definitivamente – ammesso che sia mai esistita – la stagione del ribaltone, della discontinuità, della guerra al sistema Torino. Si volta pagina: «Se l’amministrazione sarà nelle condizioni di continuare a fare il bene della città, sarò felice di portare avanti il mio mandato. Ma non sono disposta in alcun modo ad andare avanti con il freno a mano tirato».

Domani o giovedì incontrerà la sua maggioranza, che da giorni le chiede un confronto finora negato. Chiederà lealtà e «maturità». Intanto pronuncia un discorso che suona quasi umiliante per i 23 consiglieri che messi di fronte al fatto compiuto (la cacciata di Montanari), testimoni in diretta di un’accusa durissima, ma – a dire il vero – finora puntuali nell’approvare tutte le delibere della giunta: «Ricorrono con frequenza non più compatibile con la responsabilità di amministrare la città comportamenti che spesso vanificano i risultati raggiunti, offrendo sponda a narrazioni che vorrebbero associare Torino all’idea di luogo senza opportunità».

Appendino non accusa i suoi di non sostenerla in aula. Li accusa di sabotaggio, di alimentare con le loro posizioni, quasi con la loro presenza, l’immaginario della Torino dei No. E chiede un immediato segnale: «Una perdurante situazione di stallo, che verificheremo già dai voti sui primi provvedimenti, procurerebbe danni che la Città non può permettersi. E se il male minore fosse il termine anticipato di questa consiliatura, così sarà».

La sua è la mossa di una donna sola al comando. Ha deciso tutto da sé, ha dettato tempi e ritmi, e soprattutto vuole dettarli in futuro. Senza ostacoli, materiali o mediatici. È una scommessa sulla debolezza delle truppe, sul fatto che nessuno di loro spegnerà la luce. Le prossime settimane diranno chi ha vinto. Sempre che vinca qualcuno.

Andrea Rossi, La Stampa

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