Cannabis, scoperta una variante genetica che aumenta il rischio di dipendenza

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La cannabis è la sostanza psicoattiva illegale più utilizzata al mondo, con 147 milioni di persone che ne fanno uso e circa il 10% delle persone che sviluppa una dipendenza. Oggi un gruppo di neuroscienziati, coordinato dall’Università di Aarhus, in Danimarca, ha analizzato la genetica di questa dipendenza e ha identificato una variante associata all’abuso della cannabis. Il risultato, ottenuto all’interno del progetto psichiatrico danese iPSYCH, potrebbe aprire nuovi percorsi di ricerca per studiare la variante come bersaglio di trattamenti terapeutici. Lo studio è stato  pubblicato su Nature Neuroscience.

L’uso e la dipendenza in numeri

Circa il 2,5% della popolazione mondiale, 147 milioni di persone, fa uso di cannabis, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. In Italia le percentuali sono anche più alte: una persona su 10 – in totale circa 4 milioni di italiani – ha fatto uso di cannabis o di altre sostanze psicoattive illegali almeno una volta nell’anno precedente, secondo i dati della Relazione annuale al Parlamento 2018 sullo stato delle tossicodipendenze nel nostro paese. E per mezzo milione di persone si parla di un uso frequente.

Lo studio

In generale, chi consuma cannabis può sviluppare (avviene in un caso su 10) una dipendenza, un disturbo riconosciuto a livello clinico e inserito nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dsm 5) col nome di “dipendenza da cannabis”. Per cercare di capire le basi genetiche che possono favorire l’abuso della sostanza, gli autori hanno coinvolto quasi 8mila partecipanti con questo disturbo e 350mila persone che non consumano cannabis, un gruppo di controllo, e hanno esaminato i dati dell’intero genoma di tutti questi partecipanti.

I risultati

Dalla ricerca emerge che esiste una variante associata alla dipendenza da cannabis. “Questa forma del gene – ha spiegato Ditte Demontis, prima autrice dello studio – influenza la quantità di uno specifico recettore nicotinico che viene prodotto nel cervello”. La variante in questione, infatti, è determina la produzione di più bassi livelli nel cervello di una subunità di un recettore della nicotina. Ma quando la quantità di questo recettore è ridotta, l’individuo presenta un rischio maggiore di sviluppare una dipendenza dalla cannabis.

“La minore concentrazione di questo recettore fa sì che alcune popolazioni di cellule nervose siano meno eccitabili”, ha sottolineato Michele Zoli, professore di fisiologia all’Università di Modena e Reggio Emilia, non coinvolto nello studio. “E questo elemento a sua volta è correlato a una maggiore propensione genetica allo sviluppo della dipendenza da cannabis”.

Meccanismi simili sono già noti ad esempio per il tabacco. “Mentre per il fumo di sigaretta conosciamo già alcuni fattori genetici associati ad un maggior rischio di dipendenza da nicotina”, chiarisce Zoli, esperto di neurobiologia della dipendenza da farmaci, “per la cannabis fino ad oggi non era noto alcun fattore”. Per questo, anche secondo lui, il risultato è interessante. “Anche perché, qualora confermato, potrebbe aprire nuovi scenari di trattamento”, aggiunge Zoli. “In questo caso, dato che il meccanismo riguarda la presenza di una quantità insufficiente del recettore della nicotina, un approccio percorribile potrebbe essere quello di somministrare una terapia che vada a stimolare l’attività di questo recettore”.

I ricercatori rimarcano che, pur trattandosi di un recettore nicotinico, in questo caso il risultato ottenuto è indipendente dall’abitudine al fumo dei partecipanti. Gli scienziati spiegano che saranno necessari ulteriori studi per comprendere se questo gene possa rappresentare un bersaglio terapeutico contro la dipendenza da cannabis.

Viola Rita, Repubblica.it

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