Il mio primo (brutto) giorno d’estate

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(di Tiziano Rapanà) Uffa! Che giornataccia, oggi. Il caldo boia obnubila il mio pensiero. Non riesco a scrivere nulla che sia di senso compiuto. Non so come faccia a piacervi l’estate. Non la odio, non sono Bruno Martino, ma non riesco ad adorlarla. La parola “estate” pronunziata, dalle persone, ad alta voce all’interno di frasi del tipo “è arrivata l’estate” o “finalmente l’estate” (detta in modo tale da intuire la presenza del punto esclamativo) non mi manda in estasi. Non reggo il caldo, sudo per un nonnulla. Accetto serenamente l’estate perché il periodo rimanda alle vacanze, al potersi concedere un attimo di tregua dallo sconforto del quotidiano. Uno sconforto costante e perenne che ho vissuto anche stamattina al bar, per il quotidiano… locale. Ero seduto al tavolino, placido e sereno. Avevo appena finito la consumazione. Sfogliavo il giornale, assetato com’ero di notizie legate ai fatti della mia zona. Ho un modo d’intendere la lettura molto particolare. Un modo che può, ammetto, fraintendere chi mi guarda. Quando leggo faccio delle brevissime pause: dopo qualche minuto alzo la testa e guardicchio un po’ in giro, per pensare a quello che ho letto, per formulare una riflessione che probabilmente può essermi utile per la costruzione di un articolo. Chi mi osserva puo pensare che io abbia finito di leggere il giornale, ma non è così. Ho tentato di essere chiaro al mio interlocutore, rispondendogli con cortese cordialità che non avevo finito, “sto ancora leggendo”, ma il tizio spazientito mi ha rammentato i piccoli voli pindarici della mia testa. Non ho voluto fare scena al bar, mi conoscono come una persona a modo e non mi è parso il caso di battibeccare per il quotidiano e così gliel’ho ceduto incazzato e di malavoglia. Non avevo tempo di dirgli, che ho bisogno di pensare quello che leggo. Dovevo fargli intendere l’indinspensabilità dell’esercizio della riflessione… Immagino le vostre obiezioni: “Ma il giornale non te lo potevi comprare?”. Ma, per la miseria, 5 minuti di lettura mi devono essere consentiti. Eppoi io avevo pagato il sovrapprezzo per la consumazione al tavolo, mentre lui aveva preso la colazione al bancone. Quei dieci centesimi in più pagati da me per il servizio (so bene che detta così, faccio la figura del pezzente), mi danno tutto il diritto di poter leggere e sfogliare il giornale, pure per mezz’ora, anche a testa in giù. Me lo merito. Io soffro molto il caldo e quelle letturine mi regalano un senso di refrigerio adatto a passare al meglio la prima mattinata. Purtroppo al bar non ne vogliono sapere di usare il condizionatore come si deve. Non so se lo fanno per un’accortezza verso i clienti più sensibili o per risparmiare, ma il fatto è che ogni volta debbo assistere ad un uso parsimonioso della aria climatizzata. Che mi irrita. Così come mi irrita, questo mito dell’estate che è sbocciato negli occhi delle tante persone che vedo intorno a me. Preferisco la primavera, per il clima mite e per la presenza ancora ingente – nel primo periodo – del freddo. La primavera è qualcosa di magnificamente rasserenante, mentre l’estate rincorre questa epopea della frenesia della ricerca del momento ricreativo legato all’organizzazione della vacanza, tra last minute e alberghi pieni. Comunque la giornata non è da buttare, mi consola il fatto di aver trovato in edicola il numero speciale di Tex, ossia il Texone, il leggendario albo gigante del personaggio a fumetti più amato in Italia. Non l’ho ancora letto. Posso dirvi pochissimo, si chiama Doc! ed è stato scritto dal curatore del fumetto Mauro Boselli. Laura Zuccheri è la bravissima disegnatrice del fumetto. So poco della trama, ho letto solo le prime pagine. Mi piacciono, mi intrigano queste immagini che sembrano evocare il miglior cinema western di Sergio Leone.

tiziano.rp@gmail.com

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