Musk scala la vetta degli ad più pagati nonostante i “flop” di Tesla

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Il titolo di amministratore delegato più remunerato, ai vertici della Corporate America, potrebbe spettare a Elon Musk. Un compenso ancora più avveniristico delle sue scommesse imprenditoriali su auto elettriche e sullo spazio: 2,3 miliardi di dollari, stando alle stime pubblicate dalla Equilar 200 e dal New York Times sui chief executives delle aziende statunitensi quotate e con oltre un miliardo di dollari di fatturato.

Quel pacchetto, approvato dal board del leader delle elettric cars Tesla che Musk ha fondato e guida, viene considerato un record assoluto. Occorre chiarire che non è detto che Musk lo intaschi interamente, le opzioni non sono ancora maturate: contiene una serie di ambiziosi target da raggiungere, tra cui la meta di moltiplicare per 18 la market cap del gruppo – fino 650 miliardi. Ed è stato creato ad hoc con un particolare scopo industriale e psicologico: come incentivo per assicurare che l’attenzione di Musk rimanga focalizzata su Tesla, senza distrazioni a favore di altre avventure – quali l’altra sua società, la non quotata SpaceX.

Il board stesso lo ha affermato esplicitamente: ha voluto “motivare” Musk a “dedicare tempo e energia” a Tesla alla luce dei suoi altri “interessi di business”.
Il risultato di simile generosità non è stato però esattamente un successo: nel corso del 2018 – e tuttora – Tesla ha denunciato semmai crescenti difficoltà. Aumenti dell’indebitamento, perdite, difficoltà di produzione e ritardi di consegne, dubbi sulla domanda e polemiche sulla leadership di Musk (ha patteggiato con la Sec per tweet “facili” accusati di violare le regole di mercato) si sono susseguiti a ritmo serrato. Le polemiche, così, sono d’obbligo: Institutional Investors Service, associazione dedita alla consulenza per gli investitori nel voto durante le assemblee annuali, ha criticato l’efficacia di un simile incentivo fin dall’inizio, visto oltretutto che Musk possiede comunque un quinto di Tesla, allineando già strettamente i suoi interessi con quelli della casa automobilistica hi-tech.

La controversia maggiore, però, che scaturisce dalle cifre mobilitate per Musk riguarda l’intera classifica dei compensi dei top executive, sotto tiro per ritorni agli eccessi. L’anno scorso, stando al New York Times, i loro pacchetti di remunerazione sono lievitati del 6,3% ad un valore mediano di 18,6 milioni. Un incremento doppio rispetto a quello dei salari dei lavoratori, saliti del 3,2 per cento. Insomma, le misure introdotte da riforme scattate in era recente per stimolare superiore trasparenza e controlli, garantire migliori legami con la performance e affidare maggior potere agli azionisti sulle paghe dei dirigenti non hanno frenato la continua tendenza al rialzo.

Dietro Musk, seppur distante, nei calcoli di Equilar compare David Zaslav, del gruppo Tv Discovery, con 129,5 milioni. Al terzo posto Nikesh Arora di Palo Alto Networks, nella ciber-sicirezza, con 125 milioni. Neppure scandali hanno fermato ingenti premi, come nel caso di Wells Fargo. I merger sono diventati spesso occasione di ulteriori aumenti, ade esempio nel caso di Disney e di T-Mobile.

Un’altra classifica, compilata dal Wall Street Journal questa volta sui Ceo delle 500 maggiori aziende, aveva mostrato esiti simili nei giorni scorsi. Ha derubricato Musk – i cui pacchetti di opzioni, come indicato, non sono ancora “vested” e sicuri – dai primissimi posti. Il messaggio è tuttavia simile: il 2018 è stato il quarto anno consecutivo di record delle paghe al vertice nel post-crisi, con un incremento del 6,6% al valore mediano di 12,4 milioni per i 500 chief executive. Anche se il rendimento mediano per gli azionisti è stato negativo, pari a -5,8%, il peggiore nell’arco del medesimo periodo, segno – secondo i critici – che il ruolo taumaturgico dei Ceo, e la necessità di offrire loro omaggi senza freni, è quantomeno a volte discutibile.
Nella graduatoria del Journal il più pagato era risultato Zaslov, grazie a un aumento del 206%, seguito da Stephen Angel del colosso dei gas industriali di Monaco, Linde, con un pacchetto da 66,1 milioni migliorato del 201% e da Robert Iger di Disney, 65,6% milioni lievitati di oltre l’80 per cento.

Marco Valsania, Il Sole 24 Ore

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