Cresce la sfiducia tra le aziende europee in Cina in allarme per i contraccolpi della guerra dei dazi

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Fare impresa in Cina è sempre più difficile. Sale dal 48 dell’anno scorso al 53% la quota delle imprese europee che si dichiara pessimista sul fare business in Cina.
Tra gennaio e febbraio la Camera di commercio europea in Cina ha intervistato per l’annuale Business confidence survey un campione di 585 aziende che segnala in cima alla lista il peso del rallentamento economico del Paese, specie sul fronte dei consumi interni.

Se appena il 6% delle aziende ha deciso di lasciare la Cina spostando la produzione altrove è successo perché la maggior parte produce per il mercato interno. Ma un cambio di passo dell’economia potrebbe essere fatale.
Lo stesso vicepremier cinese Wang Yang ha appena rivelato che la guerra dei dazi Usa-Cina potrebbe costare un punto di Pil e, infatti, le aziende europee puntano il dito contro il metodo utilizzato dagli Usa per risolvere le sfide imposte dalla Cina che non sta contribuendo a migliorare le cose: oltre un terzo degli intervistati ha dichiarato di essere stato influenzato negativamente dalle tariffe imposte nella guerra commerciale.
Un’escalation di tensioni – si legge nel Business confidence survey – penalizzerebbe il sentiment delle imprese, portando a un inasprimento degli investimenti.

Le imprese europee continuano comunque a denunciare restrizioni all’accesso al mercato e gli ostacoli normativi, due questioni di vecchia data perché «una delle carenze più significative del programma di riforme in Cina è che alcune promesse di alto livello per migliorare l’ambiente per le aziende internazionali non si sono tradotte in azioni concrete».
Frustrante la lentezza con la quale sono stati condotti i colloqui con Pechino dal 2013 in poi per raggiungere un accordo bilaterale sugli investimenti che ridimensionerebbe le barriere del mercato cinese per le imprese europee. La Cina ha accettato di fare un passo indietro sugli aiuti di Stato, come dimostra la dichiarazione congiunta raggiunta durante il Summit Ue-Cina, ma è il trasferimento tecnologico forzato a preoccupare di più.

La Camera ha evidenziato le continue preoccupazioni per i trasferimenti di tecnologia forzata, con il 20% degli intervistati che dichiara di essere stata costretta a trasferire il know-how per mantenere l’accesso al mercato. Nel 2017 la percentuale era stata del 10%. Sono i settori ad alto livello tecnologico e high-tech come i prodotti chimici e petroliferi, i dispositivi medici, i prodotti farmaceutici e le automobili a soffrire di più.
Su altri fronti, la Cina sta diventando molto più innovativa agli occhi delle aziende europee. Il 62% delle aziende intervistate ha dichiarato che i loro colleghi cinesi «sono uguali o più innovativi rispetto alle imprese europee nel 2019». L’81% ritiene che questa sia un’opportunità, perché porta a fornitori migliori e a una più forte concorrenza.

Rita Fatiguso, Il Sole 24 Ore

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