Boom di robot nelle industrie italiane: +11,5%, meglio della Cina

Share

Venticinque ogni giorno, sabati e domeniche inclusi. Le nuove installazioni di robot in Italia hanno raggiunto lo scorso anno il nuovo record storico a quota 9.237 unità, con una crescita dell’11,5% rispetto all’anno precedente. Se il trend è visibile da tempo, uno sguardo ai grafici offre una chiara indicazione dell’accelerazione dell’ultimo biennio, in coincidenza non certo casuale con il varo del piano di incentivazione fiscale per i beni 4.0. Anche perché per quanti dubbi interpretativi ci fossero nei primi mesi in relazione a singole categorie di beni, nel caso dei robot non vi è mai stata alcuna incertezza sulla possibilità di sfruttare l’iperammortamento.Lo scatto italiano è inoltre ancora più ragguardevole se parametrato a quanto accade nel resto del mondo, dove invece il tasso di crescita globale è stato di appena l’1%.

«In effetti – spiega il presidente di Siri, associazione italiana di robotica e automazione Domenico Appendino – in generale nel mondo non è andata come ci si aspettava: dopo il +30% del 2017 si pensava ad un progresso analogo. A maggiore ragione quello ottenuto dall’Italia è un risultato particolarmente importante».

Anche se i dati elaborati da Siri-Ucimu e quelli mondiali registrati da Ifr non sono completamente sovrapponibili (International federation of robotics registra 8300 unità), è evidente come l’Italia sia stata in grado di proseguire un percorso di crescita (+19% nel 2017) che altrove si è almeno temporaneamente interrotto.

A frenare le medie è stata in particolare Pechino, che ha visto un calo di quasi 5mila unità, così come in rallentamento è la Corea, mentre per Taiwan i volumi sono appena di poco superiori rispetto al 2017. Decisamente meglio Europa (+7%) e America (+6%), anche se nei valori assoluti la distanza rispetto all’Asia resta ancora ampia: uno su tre dei 384 mila nuovi robot registrati lo scorso anno nel mondo è infatti installato in Cina.

Con lo scatto del 2018 l’Italia arriva a più che doppiare il livello pre-crisi, guadagnando anche su scala mondiale una posizione, piazzandosi al settimo posto assoluto per nuove installazioni.

Anche tenendo conto dell’intensità di utilizzo, cioè del numero di robot per 10mila addetti, l’Italia (a quota 190) si posiziona ben al di sopra della media mondiale di 85 unità, in linea con quanto accade negli Stati Uniti o a Taiwan, oltre i livelli di Francia, Spagna e anche della Cina. Per il 2019 le previsioni sono più prudenti, con Siri e Ucimu ad ipotizzare un progresso del 5%. Anche se alcuni operatori vedono un quadro migliore. «Dal nostro punto di vista – spiega il Ceo di Comau Mauro Fenzi – confermiamo la crescita della robotica industriale in Italia nel 2018. Con particolare riferimento al segmento della general industry abbiamo registrato nel 2018 un incremento del 15%, quasi doppio di quello di mercato. E siamo fiduciosi di continuare nel 2019 nel percorso di crescita, anche grazie all’impatto del nostro nuovo esoscheletro MATE, che sta ricevendo riscontri molto positivi dai clienti».

In generale i tassi di crescita più interessanti sono in effetti appannaggio della robotica collaborativa, meno impegnativa in termini di valore assoluto dell’investimento, applicazioni che escono dalle gabbie di contenimento dei robot tradizionali e possono stare fianco a fianco degli operatori lungo le linee di assemblaggio. Si tratta ancora di una nicchia minima (si stima che le applicazioni in Italia lo scorso anno siano state poco più di 400), anche se i tassi di crescita di questi oggetti sono nell’ordine del 50% e a fine 2019 la stima è di arrivare a 600-650 applicazioni, anche grazie all’apporto delle Pmi. Come è il caso della lecchese Vassena Filiere, 20 addetti impegnati a produrre utensili per trafileria. «Abbiamo appena inserito due linee di Universal Robots- spiega l’imprenditore Davide Vassena – per eliminare alcune lavorazioni manuali ripetitive. E anche perché il personale disponibile ormai non si trova più. L’idea non è quella di ridurre gli addetti, anzi. Perché in questo modo, con standard qualitativi più elevati, contiamo di crescere e di prendere nuove commesse». «Certamente l’inserimento massiccio dell’automazione genera molte paure – aggiunge Appendino – e vi sono timori che queste applicazioni possano cancellare posti di lavoro. In realtà queste tecnologie non nascono solo per aumentare l’efficienza ma anche per alleviare gli operatori dalle attività più ripetitive e sgradevoli. Gli studi più recenti dimostrano che quando in un paese si sviluppa l’automazione l’occupazione in realtà aumenta».

Il Sole 24 Ore

Share
Share