Sos salmone: la verità sugli allevamenti

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È stato presentato il 23 aprile a Milano Artifishal, il film prodotto dal fondatore di Patagonia Yvon Chouinard che racconta della devastazione degli habitat causati da vivai e allevamenti. Il salmone si sta estinguendo, e no, non è solo un suo problema

In ogni nostro gesto c’è una scelta, e c’è anche una possibilità. Ogni decisione, anche la più piccola, cambia cose grandi. Quando al bar scegliamo di non comprare la bottiglietta di plastica, ma anche ogni volta che chiediamo di sapere cosa finisce nel nostro piatto e pretendiamo di mangiare prodotti che non fanno male né a noi né all’ambiente. Quanto spesso avete mangiato salmone nell’ultima settimana o nell’ultimo mese?

Il documentario Artifishal, presentato a Milano il 23 aprile al Base, realizzato da Liars&Thieves! e prodotto da Yvon Chouinard fondatore e proprietario del marchio outdoor Patagonia, racconta cosa sta succedendo con vivai e allevamenti del salmone, una finestra aperta su una realtà che interessa tutti noi.

Il viaggio inizia dai vivai nati sulla West Coast americana per ripopolare laghi e fiumi in cui la costruzione di dighe aveva messo a rischio l’ecosistema, ma anche i tanti che esistono con lo scopo di offrire un numero sempre alto di salmoni per la pesca sportiva. Arrivare a casa con i salmoni pescati da te «non ha prezzo», si dice, e invece il prezzo è molto alto. I salmoni dei vivai, fuggiti o rilasciati nei laghi e nei fiumi, sono salmoni deboli che riproducendosi nell’ambiente selvaggio indeboliscono le popolazioni selvatiche al punto da diminuirne il numero in modo drammatico, proiettandole verso una sempre più vicina estinzione. Un declino che porta con sé una lunga scia: le iconiche orche che attraversano la baia di Seattle (e si nutrono dei salmoni selvaggi) sono diminuite del 70%.

La verità mostrata dal documentario è che l’artificializzazione della natura, il pensare di potersi sostituire al suo meccanismo complesso, non funziona. La “superbia”, e “presunzione” dell’uomo in Artifishal diventano parole chiavi e concetti focali: là dove i fiumi sono stati lasciati alla natura le popolazioni di salmoni selvaggi sono aumentate. «Gli uomini si sono sempre considerati superiori alla natura» commenta Yvon Chouinard «e ci hanno messo nei guai. Pensiamo di poterla controllare, ma in realtà, non siamo in grado di farlo. Se vogliamo dare valore al salmone selvatico, dobbiamo agire ora. Una vita senza natura selvaggia e una vita che non contempla la presenza di queste grandi specie iconiche, è una vita impoverita. Se perdiamo tutte le specie selvatiche, perdiamo noi stessi».

Passando all’Atlantico la situazione è altrettanto drammatica: gli allevamenti dei salmoni che ogni giorno arrivano sulle nostre tavole in Italia, stretti e costretti a migliaia in enormi vasche nei fiordi della Norvegia e nei golfi di Scozia, Irlanda e Islanda hanno portato alla diminuzione drammatica delle popolazioni di salmone Atlantico: i pesci allevati che fuggono dalle reti delle gabbie in mare depauperano il patrimonio genetico dei salmoni selvatici, le deiezioni degli allevamenti distruggono i fondali e inquinano l’ambiente, l’utilizzo massivo degli antibiotici distrugge l’ecosistema (oltre ad essere pericolosi per noi). I pesci – come mostrato nel documentario dal giornalista norvegese Mikael Frödin, che si è introdotto con muta e pinne in un allevamento – sono in molti casi malati, attaccati da funghi, con ferite non rimarginate, nati con problemi genetici. E come lui stesso chiede: «Questo è davvero il pesce che vorremmo mettere nei nostri piatti?».

Siamo sicuri di volerlo fare? E quali sono le alternative? Dice Fridleifur Gudmundsson, Presidente di NASF, Ong che lotta per la sopravvivenza dei salmoni: «Nel Nord dell’Altantico non ci sono più salmoni, ne sono rimasti solo 3 milioni. Tutti i salmoni che compriamo provengono dagli allevamenti, ma sono gli allevamenti che stanno distruggendo le popolazioni di salmoni selvaggi. La soluzione che promuoviamo è quella di allevamenti a vasche chiuse: nessun salmone di allevamento deve uscire in mare aperto. Le vasche chiuse costano di più agli allevatori, ma consentono di avere una produzione migliore, proteggono i pesci dal “sea lice” un pidocchio di mare che arriva dal mare aperto e permetterebbero di depurare le acque reflue invece di farle disperdere in mare».

Una delle soluzioni potrebbe anche essere quella di mangiare meno salmone, e ridurre la nostra richiesta? Risponde Andrea Miccoli, ricercatore e professore di Biotecnologie Animali all’Università della Tuscia di Viterbo: «In genere credo che si debbano mangiare meno prodotti che non aiutano la sostenibilità ambientale e invece prediligere i prodotti a chilometro zero, quindi riguardo al salmone non credo che consumarne così tanto in Italia sia sostenibile. L’acquacoltura del salmone così come è fatta al momento non è sostenibile ma ci sono soluzioni per allevare salmoni che risolvono molti dei problemi, per esempio quella di adottare sistemi chiusi, o sistemi integrati di acquacoltura.
La verità è che siamo arrivati a un punto in cui non possiamo più prescindere dagli allevamenti perché non possiamo più contare sulle risorse naturale. L’anno scorso il 50% del pesce consumato a livello globale proveniva da allevamenti di acquacoltura ed è stato stimato che in dieci anni arriveremo al 62%. In mare non esistono più stock così elevati da poter soddisfare la richiesta globale di pesce. Alcuni scienziati parlano della “sesta estinzione di massa” che tra l’altro sarebbe l’unica provocata dall’uomo. Negli ultimi 50 anni 9.000 specie di vertebrati sono diminuite in maniera progressiva e continuata e il numero globale di specie animali è crollato drasticamente del 58%. La FAO ha stimato che il 70% delle popolazioni ittiche è completamente sfruttata, sovrasfruttata o in crisi».

Continua Andrea Miccoli: «Nelle nostre scelte quotidiane possiamo essere il più possibile consapevoli, e la consapevolezza si deve basare su dati reali. Allevamenti più sostenibili non provocano danni così grandi come quelli mostrati dal documentario, e in più, esistono centinaia di specie allevate in modo più sostenibile. Il salmone che mangiamo noi arriva dal nord Europa o dal Cile: ha senso consumare qualcosa che deve farsi 15 ore di aereo per arrivare qui? La risposta è no. Per esempio si può scegliere pesce azzurro, che viene pescato anche nel Mediterraneo e che si attinge da grandi stock. Oppure branzini e spigole allevate nel Mediterraneo, o ancora cozze, ostriche o in generale molluschi che vengono da allevamenti semi-estensivi, che rappresentano la scelta più etica del momento, con minimo impatto ecologico. In Europa abbiamo delle legislazioni per l’acquacoltura abbastanza affidabili, ma si può anche andare oltre nella consapevolezza di cosa si compra e si mangia, andando a cercare da quali allevamenti vengono e pesci che compriamo e come vengono gestiti».

Paola Manfredi, Vanity Fair

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