Sul ring in t-shirt e pantaloncini: pugile iraniana rischia il carcere

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Il combattimento in Francia. L’avvertimento. Il pericolo del ritorno in Iran. Safad Khadem ha scelto. Di restare in Europa. E di denunciare la violazione dei diritti. Una scelta non solo sua, ma di tutte le sportive iraniane che combattono per la libertà

Nell’anno di grazia 2019 una donna rischia l’arresto per essere salita su un ring con addosso solo canottiera e pantaloncini. Come succede da sempre, come prevede il pugilato. Puoi prendere a pugni – sportivamente – un’avversaria, ma è molto più difficile farlo con l’ignoranza.

La giovane donna si chiama Safad Khadem, ha 24 anni, è una boxer che a Teheran, dove vive, insegna fitness. Pochi giorni fa è entrata nella storia dello sport iraniano per essere stata la prima donna del suo Paese a disputare (e a vincere) un incontro di pugilato che si è tenuto a Royan, nella Nuova Aquitania, in Francia.

Ma nel momento esatto in cui è stata proclamata vincitrice – contro la francese Anne ChauvinSafad ha realizzato che per lei cominciava un’altra storia.

Insieme al suo allenatore, l’ex campione del mondo Mahyar Monshipour (francese nato in Iran), Safad ha deciso di non rientrare in Iran. Alla pugile e al suo allenatore è stato subito comunicato, infatti, che su di loro pendeva un mandato di arresto. La colpa di Safad? Aver combattuto senza hijab, ossia il velo allacciato sotto il collo che copre capo e spalle. «Ho combattuto in un incontro legale, ma siccome indossavo dei pantaloncini e una t-shirt, cosa che è assolutamente normale in tutto il mondo, ho sconvolto le regole del mio paese. Non indossavo uno hijab, ero allenata da un uomo, e in Iran questo sembrerebbe non andare bene», ha spiegato Safad.

La Federazione di Boxe iraniana ha smentito, ma resta il grande imbarazzo. Tra urgenza di cambiamento e vincoli della tradizione, in Iran le donne in generale – e le sportive in particolare – stanno combattendo da tempo una battaglia per vedersi riconosciuti i diritti più elementari all’interno di una teocrazia intollerante e crudele. In Iran è in vigore la poligamia, le donne sposate non possono continuare il loro percorso di formazione e istruzione, non possono abbandonare il Paese senza il permesso del marito e sono molto limitate nel fare attività sportive.

Le donne che praticano il pugilato – in Iran – devo rispettare l’abbigliamento islamico. E quindi salire sul ring coprendosi capelli, collo e corpo. Prima della rivoluzione islamica del 1979 guidata dall’ayatollah Khomeini – momento che ha cambiato per sempre usi e costumi dell’Iran – le atlete erano libere di indossare le divise delle rivali occidentali. Da tempo invece – nei grandi appuntamenti sportivi – le atlete iraniane gareggiano bardate.

Alle Olimpiadi del 2016 di Rio, due tra le più famose atlete islamiche, la canoista Mahsa Javer e lanciatrice del peso Leila Rajabi, si erano preoccupate di coprire testa, braccia e gambe. Solo lo scorso inverno – per la prima volta dal 1979 – alcune donne iraniane (in una zona comunque riservata e separata da quella degli uomini) hanno potuto assistere a una partita di calcio allo stadio di Teheran. Prima, per poterlo fare, si travestivano da uomini.

Furio Zara, Vanity Fair

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