Slot, lotto, gratta e vinci: gli italiani giocano tanto. E perdono sempre

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Il gioco d’azzardo fa male, ma il primo ad alimentarlo è lo Stato. Negli anni si sono moltiplicati: Lotto, Supernalotto, slot, gratta e vinci, giochi on line. Ma, alla fine, chi ci guadagna?

L’azzardo non tramonta mai
Agli italiani piace scommettere. Nel 2017 ci siamo giocati 101,8 miliardi, ma se contiamo che, secondo il Cnr, i giocatori in Italia sono 17 milioni, ognuno di loro ha speso 5988 euro. Il gioco d’azzardo non ha risentito della crisi: oggi si gioca il 20% in più rispetto agli 84,3 miliardi del 2014. Se si torna indietro di dieci anni la crescita è del 241,5%, e si torna al 1993, quando si giocò in un anno l’equivalente di 8,79 miliardi di euro, la crescita è del 1.158%!

 

Tutto inizia nel 1993
Fino agli inizi degli anni ‘90 c’erano solo Totocalcio, Lotto, Totip e lotterie nazionali. Per chi voleva quale emozione in più c’erano i casinò: quattro in tutta Italia (Campione d’Italia, Sanremo, Saint-Vincent e Venezia) e bisognava andarci pure in giacca e cravatta. Tutto cambia fra il 1993 e il 1994. I governi, Amato prima e Ciampi dopo, sono alla ricerca di nuove entrate per garantire la spesa pubblica. Viene modificato il modello di regolamentazione del gioco pubblico d’azzardo, che diventa uno strumento per incrementare le entrate erariali dello Stato. Nascono le lotterie istantanee: la prima è del 21 febbraio 1994. Da lì in poi nessun esecutivo tornerà indietro: l’estrazione del Lotto diventa bisettimanale (governo Prodi 1997) e poi trisettimanale (Berlusconi 2005). Il primo governo Prodi autorizza l’apertura delle sale scommesse, il secondo l’azzardo on line. Berlusconi introduce le slot machine nei bar, il gratta e vinci, le videolottery, 1000 sale poker, 7000 punti scommesse ippiche, nuovi giochi numerici, tutti accompagnati da pesanti campagne pubblicitarie. Nel 2011 era pronto il decreto anche sui «giochi di sorte», reclamizzati così: «Quando vai a fare la spesa al supermarket, non ritirare il resto, giocatelo». Non entrò in vigore perché Monti lo bloccò. Sta di fatto che i luoghi dove giocare e vincere si moltiplicano e internet ce li porta dentro casa con i casinò on line e i siti di scommesse.

A chi vanno i soldi
Dei 101,8 miliardi del 2017 circa l’80%, va in vincite (82,9 miliardi), il resto allo Stato e ai concessionari: rispettivamente 10,3 e 8,6 miliardi di euro. I concessionari sono soggetti privati che hanno vinto un bando di gara. Le tipologie di gioco sono di due categorie. Lotto, Enalotto e lotterie sono affidati a un unico concessionario, gli altri giochi a più concessionari: 225 per le scommesse sportive e ippiche, 89 per i giochi on line, 11 per slot e videolottery, 202 per le bingo.La parte del leone la fanno i monoconcessionari. La Sisal, che gestisce la famiglia dei giochi numerici tipo Superenalotto, ha incassato solo da questi 185 milioni, a fronte di 1,5 miliardi spesi dagli italiani. Il suo fatturato globale nel 2017, compresi scommesse, bingo e casinò online, è di 647,2 milioni di euro che arrivano a 832 con altri ricavi: oltre 27 milioni gli utili distribuiti e 1872 i dipendenti. Sisal è controllata da fine 2016 al 100% da CVC Capital Partners, società finanziaria britannica specializzata in private equity in settori come i beni di consumo, i giochi, i servizi finanziari, le telecomunicazioni e la farmaceutica. E poi c’è Lottomatica che ha quasi il 40% del mercato del gioco in Italia. La società fondata nel 1990 da Olivetti, Alenia, Bnl, Sogei, Federazione italiana tabaccai e Cni, dal 2002 è controllata da De Agostini spa (con il 52,1%). L’ultimo dato disponibile sul fatturato è del 2016: oltre un miliardo dai gratta e vinci (su 9 di spesa totale) e 1,1 mld dal Lotto (su un totale di 7,5). Sommando gli altri giochi si arriva a 1,7 miliardi di euro di fatturato. Nel rapporto Lottomatica scrive che le «attività aziendali» sono «rimaste sostanzialmente invariate nel 2017». Un po’ pochini i dipendenti: solo 1753.

Un meccanismo perverso
Il sistema funziona solo se riesce a garantire un continuo rinforzo della dipendenza da gioco con la ripetitività: tanti gratta e vinci acquistati uno via l’altro, centinaia di monete reimmesse nella slot-machine, molte ore da trascorrere davanti a un terminale, getto continuo di microscommesse sugli eventi sportivi. Se il ritmo diminuisse, infatti, si giocherebbero meno somme con un effetto domino sulle entrate dell’Erario e sui volumi introitati dalla filiera. Per questo negli anni si è deciso di aumentare il numero delle microvincite e contemporaneamente, per garantire un flusso costante a Erario e a concessionari, si è continuato a espandere il mercato con nuovi giochi. Tutto questo comporta un gioco al rialzo della stessa filiera: più debiti (per anticipazioni, fidejussioni, strumentazione e sedi) e, di conseguenza, maggiore esposizione con le banche e utilizzo di prodotti finanziari come bond o derivati.

L’azzardopatia, un buco nero per lo Stato
Negli ultimi anni lo Stato ha incassato dagli 8 ai 10 miliardi di euro in tasse dai giochi. Ma quanto spende per i danni da gioco patologico? L’azzardopatia, secondo il Coordinamento nazionale gruppo per giocatori d’azzardo Conagga, costa dai 5,5 ai 6,6 miliardi di euro. Le cifre derivano da un calcolo dei costi sanitari diretti, stimati in 85 milioni di euro, e di quelli «indiretti (perdita di performance lavorativa del 28% rispetto ai non giocatori, perdita di reddito)», che variano «dai 4, 2 ai 4, 6 miliardi di euro». Poi ci sono i «costi per la qualità della vita» (tra cui problemi che ricadono sui familiari e rischio di aumento di depressione), stimati «tra i 1,4 e 1,8 miliardi di euro». A questi si aggiungono i costi non facilmente stimabili legati al peggioramento delle condizioni delle persone più fragili e povere e all’incremento delle separazioni e dei divorzi. Pesano poi i costi legati alla criminalità, alle truffe allo Stato, alla crescita del ricorso all’usura. La stima arriva a 14 miliardi di euro all’anno, secondo il consulente della Consulta Nazionale Antiusura Maurizio Fiasco. Alla fine, il saldo per lo Stato è negativo.

Il gioco, un investimento al negativo
Al fianco di jackpot milionari, i giochi garantiscono piccole e frequenti vincite a una maggioranza di giocatori. Vincite illusorie perché a conti fatti il saldo è passivo, ma che hanno l’effetto di garantire il ritorno della persona al consumo di gioco, con quantità crescenti di tempo e denaro versato.L’altro meccanismo che alimenta il gioco d’azzardo patologico, è la percezione di poter vincere grazie alle proprie abilità: ne è convinto, secondo il Rapporto Consumi d’azzardo 2017 del Cnr, il 39,1% degli intervistati.

 

Regioni e Comuni i primi a scendere in campo
Gran parte delle attuali concessioni arriveranno a scadenza nel 2022. E allora si faranno nuove gare. Con che regole? La prima novità è stata introdotta dal cosiddetto Decreto Dignità che ha vietato la pubblicità di giochi o scommesse con vincite di denaro su qualunque mezzo, di diffusione di massa, internet compreso. Dal 1 gennaio 2019 il divieto vale anche per le sponsorizzazioni di eventi, prodotti e tutte le altre forme di comunicazione di contenuto promozionale. Poi è arrivata la Legge di Bilancio che ha diminuito gli introiti per i concessionari. Bene, ma la piaga sociale legata al gioco patologico, richiede prima di tutto un ruolo più attivo da parte delle istituzioni. Ci hanno provato alcuni governatori e alcuni sindaci. In Abruzzo, Liguria, Alto Adige, Piemonte e Calabria la distanza minima dai «luoghi sensibili» (scuole, strutture sociosanitarie, centri di aggregazione giovanile, centri anziani) è di 300 metri, che diventano 500 in Piemonte, Lombardia, Marche, Umbria, Lazio, Emilia Romagna e Friuli. In Trentino, Friuli, Marche e Piemonte la legge regionale autorizza i Comuni a vietare l’installazione di slot machine in alcune aree circoscritte per motivi di sicurezza urbana, viabilità e inquinamento acustico. La legge regionale in Valle d’Aosta e Marche attribuisce ai Comuni anche il potere di dettare limitazioni all’orario di apertura. A Genova, Ravenna, Roma, Spresiano sono intervenuti i sindaci: quello di Bergamo, Giorgio Gori, è stato il primo a chiudere le sale slot in città. Alcuni Comuni si sono consorziati fra loro per adottare la stessa normativa: è successo nel Miranese, in provincia di Venezia (Scorzè, Martellago e Spinea), in provincia di Biella (Mosso, Soprana, Trivero e Valle Mosso) e nell’area metropolitana occidentale di Torino (Pianezza, Collegno, Grugliasco, Venaria Reale, Druento, Sangano, Alpignano, Rosta). Manca ancora, invece, una vera strategia nazionale di prevenzione che riduca il fenomeno, e di contrasto della criminalità organizzata.

«Governare» non «proibire»
«Il proibizionismo nel gioco, così come in altri settori – ha dichiarato il presidente di Lottomatica Fabio Cairoli – ha come unico effetto diretto il rifiorire del settore in terreni occulti e spesso illegali». Un rapporto del 2014 prodotto dal sociologo Maurizio Fiasco, esperto della Consulta Nazionale Antiusura, dimostra come i due mercati (legale e illegale) non si separano e non entrano in concorrenza, ma si potenziano reciprocamente. In sostanza quando si espande l’uno, si espande pure l’altro. Certo è che proibire non risolve, ma autorizzare il proliferare di sale gioco nei quartieri più poveri e nelle periferie più disgraziate, non aiuta a governare il fenomeno.

Domenico Affinito, Corriere della sera

 

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