La guerra dei rifiuti tra Usa e Cina mette a rischio il riciclaggio globale

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Non è una guerra commerciale, ma di guerra e commercio pur sempre si tratta. Non mette in croce cattive abitudini della finanza, eppure di riciclaggio si parla. Ed è un conflitto sporco per definizione.
È la guerra della spazzatura tra superpotenze. Una battaglia tra Stati Uniti e Cina che, lontano dai riflettori dei duelli più nobili, si trascina da mesi. E che non è biodegradabile neppure con l’intervento di grandi accordi tra Donald Trump e Xi Jinping a Mar-a-lago. Quella che si sta aprendo ha anzi i crismi d’una crisi epocale, appunto, del “riciclaggio” – del melting pot dei rifiuti a stelle e strisce, che crescono inesorabili con i consumi e la cultura dell’usa e getta.

C’è poco da scherzare. In occasione del recente e poco celebrato Global Recycling Day, una rivista prestigiosa quale The Atlantic ha pubblicato un lungo articolo dal titolo gravato di un pesante punto interrogativo fuor di metafora: “Is this the end recycling?”. È la fine per il riciclaggio? Il New York Times ha dato seguito con parole forse più sobrie – «Con l’impennata dei costi, sempre più città americane fermano il riciclaggio» – e dal contenuto però non meno drammatico.

Una miscela di rincari dei servizi di trattamento e di bruschi cali nella domanda – soprattutto giri di vite da parte della Cina, grande importatore di rifiuti solidi da convertire e riutilizzare – ha inceppato l’economia della spazzatura in un momento che non potrebbe essere più delicato per Washington. Leader mondiale nell’export di spazzatura, la sua “produzione” di rifiuti non aggiungerà forse nulla al Pil ma batte record dopo record. Già nel 2015, ultimi dati completi, aveva raggiunto le 262,4 milioni di tonnellate, cresciuta del 4,5% in quindici anni e del 60% in meno dei quarant’anni. Siamo a tre chili pro-capite ogni giorno. La sola città di New York raccoglie quotidianamente 934 milioni di tonnellate di scarti di metallo, plastica e vetro, saliti di un terzo in cinque anni. E non potrà far molto la messa al bando dal prossimo marzo di sacchetti di plastica mono-uso nei negozi dell’intero stato, il secondo divieto dopo la California: ha, tra l’altro, generose esenzioni per ristoranti e editoria.

Ma cosa c’entra, per l’esattezza, in tutto ciò Pechino? È diventata la miccia che ha fatto esplodere la crisi perché dall’anno scorso la potenza asiatica ha messo al bando una parte sostanziale dell’import di tutti gli “scarti” solidi – per i propri problemi ambientali e sociali, il raffreddamento della sua crescita e forse anche un pò di stizza nei confronti dell’aggressività commerciale di Washington. E le ripercussioni si fanno ora sentire concretamente. I totali che l’America spedisce in Cina hanno continuato a scivolare, al ritmo di tre tonnellate (38%) nella prima metà del 2018. A fine anno la riduzione è stata più della metà. Pechino intende eliminare del tutto simili importazioni (24 miliardi annuali in passato) entro il 2020 per combattere l’inquinamento e concentrarsi semmai sul recycling domestico. Un obiettivo che persegue con progressivi annunci di chiusura ai rifiuti esteri: a luglio farà scattare ulteriori limiti per otto categorie tra cui metalli quali alluminio, acciaio e rame.

La strategia cinese ha suscitato nervosismo anche in Europa, Canada e Corea. È diventata oggetto di discussione in seno al Wto, nella Commissione sulle licenze per l’import. Ma ha gettato letteralmente nel panico gli Stati Uniti, particolarmente mal equipaggiati per correre ai ripari. Hanno di che biasimare se stessi: gli americani hanno una lunga e poco edificante storia nel recycling. Hanno spedito verso Oriente tonnellate di plastica e di altro materiale quale la carta solo teoricamente riutilizzabile; in realtà era invece seriamente contaminato. Contavano su lavoratori locali cinesi a basso salario per ripulirlo adeguatamente.

Qualche cifra: un quarto di quanto finisce negli appositi contenitori per il recycling nella patria del consumismo è inutilizzabile, stando alla National Waste & Recycling Association. Pechino si è stancata di tanta sporcizia. E con il “mercato” cinese degli scarti che ha socchiuso le porte, non è bastata maggior tolleranza altrove, vedi in India e Tailandia. Mentre in America non ha mai pagato assumere personale per un simile lavoro: sfornare materiali nuovi di zecca costa meno che riciclarli. Detto altrimenti, essere costretti a riciclare in casa negli Stati Uniti fa presto a diventare un compito insostenibile. Le risorse necessarie a gestire interi programmi e piani di riciclaggio hanno così messo alle corde molte città e località, grandi e piccole, da una costa all’altra della nazione. Con la scomparsa del compratore per eccellenza, la Cina, gli intermediari del recycling hanno moltiplicato i prezzi, a volte quadruplicandoli. Nell’intero Paese sono ormai centinaia le municipalità e le contee che hanno limitato e cancellato i programmi di recycling o accettato enormi rincari che minacciano di svuotare le loro casse e richiedere nuove imposte.

Il prevedibile risultato è una raccolta di racconti dell’orrore ecologico: oggi Filadelfia, a lungo orgogliosa dei suoi programmi di riciclaggio, manda direttamente all’inceneritore ben metà del materiale teoricamente riutilizzabile generato dai suoi 1,5 milioni di residenti. Con un tale smaltimento produce un pò di energia, certo; soprattutto però solleva nuove paure per la qualità dell’aria della zona di Chester, dove si trovano le ciminiere. A Memphis l’aeroporto internazionale fa ormai solo finta di riciclare: salva la faccia mantenendo i contenitori per la raccolta differenziata per poi spedire il tutto senza distinzione alla discarica. Persino nell’ecologico Oregon le autorità statali dalla fine del 2017 hanno concesso permessi per oltre 15.000 tonnellate di materiale riciclabile da spedire piuttosto a discariche rurali, ancora il 2% soltanto del totale ma in crescita.

La crisi percola da comunità a comunità. A Deltona in Florida il programma di raccolta differenziata è stato dichiarato apertamente fallito e sospeso. La società che lo gestiva aveva cercato di passare alle casse cittadine un rincaro da 25.000 dollari al mese. A Franklin in New Hampshire la raccolta differenziata agli angoli delle strade era iniziata nel 2010, un progetto che chiudeva in pareggio. Adesso il costo per riciclare è di 125 dollari a tonnellata contro i 68 dollari per bruciare il tutto. Con un quinto della popolazione che vive sotto il livello di povertà, le autorità locali hanno sentito di non aver scelta se non l’inceneritore. In Virginia, la cittadina di Broadway ha riciclato per 22 anni consecutivi ma ha cancellato ogni ambizione davanti a un previsto rincaro del 63% nei costi da parte del colosso Waste Management che aveva in gestione il servizio.

Non basta. Evaporato il mercato per la carta, mucchi del materiale si accumulano nella contea di Blaine in Ohio che alla disperazione ha cessato ogni raccolta e traportato 45 gigantesche “balle” in una vicina discarica. Akron, sempre in Ohio, è tra i tanti centri urbani che hanno posto fine alla raccolta di vetro. Nello stato di New York la cittadina di Fort Edward ha anch’essa ufficialmente chiuso i battenti al recycling – e ammesso di aver mentito per mesi inviando ogni rifiuto all’inceneritore. Una non profit in Illinois nella speranza che prima o poi qualcosa si sblocchi ha riempito i suoi cortili con 400.000 tonnellate di plastica che oggi straripano. Nè è solo il riciclaggio sotto pressione quando sono in gioco montagne di rifiuti. Anche spedire i rifiuti alle discariche, sempre più piene e distanti, sta salendo pericolosamente: sulla costa occidentale, le tariffe dei cosiddetti landfill ancora utilizzabili sono lievitate di 8 dollari alla tonnellata l’anno scorso.

Le mille saghe dei rifiuti rivelano dunque inaspettatamente profondi drammi ambientali, oggi aggravati dalla resistenza del governo di Donald Trump a fare i conti con cambiamento climatico e inquinamento. Ma altrettanto inaspettatamente raccontano anche la storia di altri traumi, quelli delle diseguaglianze sociali non curate. Il New York Times ha appena dato un volto concreto a questa sfida: il veterano dell’esercito Jake Orta che, nel cuore di San Francisco e della valle dei miracoli tecnologici di Silicon Valley, di spazzatura e del suo personale riciclaggio e riutilizzo ci vive. La spazzatura è del vicino di casa – una casa a soli tre isolati dal suo dilapidato monolocale “arredato” con sacchi di rifiuti. E che non potrebbe apparire più lontana: la villa in stile Tudor da dieci milioni di dollari del multimiliardario Mark Zuckerberg di Facebook. Che cosa saprà mai fare l’America, quella di Trump e quella di Zuckerberg, dei suoi rifiuti e dei suoi reietti?

Marco Valsania, Il Sole 24 Ore

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