Crolla la crescita, Def promette flat tax a ceti medi

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Nessuna manovra correttiva e niente nuove tasse. E soprattutto nessun aumento dell’Iva. Nonostante la crescita al lumicino e il debito schizzato almeno di mezzo punto rispetto alle previsioni di appena tre mesi fa, il governo si dice sicuro di rispettare ancora gli impegni presi con Bruxelles e punta tutto su cantieri e riforma del fisco per rianimare il Pil. Il confronto tra le due anime della maggioranza si concentra sulla Flat Tax e il testo, che entra con l’indicazione di due aliquote al 15 e 20 per cento, esce senza riferimenti numerici ma con la volontà che della riduzione fiscali benefici già con la prossima manovra il ceto medio. Il Def, fa sapere Palazzo Chigi, certifica una crescita per quest’anno di +0,2%, lontanissima dall’1,5% immaginato a settembre e anche dall’1% fissato prima di Natale, e appesa alla spinta flebile (appena uno 0,1%) dei decreti Crescita e Sblocca cantieri. Per vedere il debito scendere sotto il 130% bisognerà attendere il 2022, mentre la disoccupazione è attesa all’11% nel 2019 e all’11,1% l’anno prossimo. Il Tesoro sottolinea come il quadro tracciato rappresenti un sentiero di crescita e inclusione programmato rispettando i vincoli dell’Ue.

Il governo approva in fretta, in una riunione di appena mezz’ora, il Documento di economia e finanza, dopo due ore di pre-vertice tra il premier, Giuseppe Conte, i due vicepremier e il ministro dell’Economia. E alla fine, un inedito, non si presenta nessuno a illustrare il nuovo quadro dei conti. Il documento dovrebbe tracciare le linee programmatiche che i gialloverdi intendono portare avanti a partire dalla prossima manovra. E subito cominciano i problemi. La Lega vuole che sia scritto chiaramente che in cantiere ci sarà la flat tax al 15% “fino alla soglia dei 50mila euro”, come chiede Matteo Salvini. Ma il Movimento, con Luigi Di Maio che ripete di essere pronto a farsene “garante”, continua a dirsi d’accordo a patto che il sostegno arrivi “al ceto medio”, mantenendo la progressività del prelievo fiscale senza fare ‘regali’ ai ricchi. Alla fine si raggiunge una sorta di mediazione, promettendo che si farà subito, già con la prossima legge di Bilancio, un intervento per “alleviare il carico dei ceti medi”, ma scompaiono i riferimenti a un sistema di doppia aliquota. “Vince il buon senso”, commenta alla fine il vice-premier Di Maio. Resta comunque la necessità, per muovere in questa direzione, di rivedere l’intero meccanismo di detrazioni e deduzioni. Secondo il ministero dell’Economia serve però anche una nuova dose massiccia di tagli alle spese per garantire la riforma del fisco. Anche perché non c’è solo il tema delle tasse da abbassare (la proposta leghista costerebbe tra i 12 e i 14 miliardi), ma anche da quelle che non devono aumentare. Per il prossimo anno, infatti, c’è da fare i conti con ben 23 miliardi di clausole di salvaguardia che, a legislazione vigente, si tradurranno in altrettanti aumenti di Iva. L’imposta non deve aumentare, assicurano immediatamente dopo la fine della riunione del governo sia Palazzo Chigi sia la Lega. Ma, almeno nel Programma nazionale di riforma, il riferimento è quanto mai blando e ambiguo. Si dice solamente che andranno definite “misure alternative”. Un proposito lontano dagli impegni solenni a disinnescare le clausole assicurati negli ultimi anni da ogni governo, con una promessa in questo caso puntualmente mantenuta. E’ con questi nodi da sciogliere che Tria ha portato a Palazzo Chigi un documento che se deve fare i conti con le esigenze politiche da una parte, dall’altra si trova di fronte l’impegno, preso con l’Europa, a ridurre il debito pubblico (salito al 132,2% nel 2018 in base ai dati rivisti dal’Istat), e in teoria anche a presentarsi con un deficit strutturale, al netto cioè del ciclo economico e delle una tantum, in calo. Il debito sale invece quest’anno al 132,6% del Pil. Il deficit sale al 2,4% dal 2% che era stato raggiunto dopo la lunga trattativa con Bruxelles. Quello strutturale, cui la Commissione Ue guarda con maggiore attenzione, peggiora invece a -1,6% nel 2019 (da -1,5% del 2018, dato anche questo rivisto) per poi arrivare a -0,8% nel 2022: tutto ciò congelando i due miliardi di spesa già oggetto della clausola contenuta nella scorsa legge di bilancio. Il ministro Giulia Bongiorno conferma poi il turnover al 100% nella P.a.

ANSA

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