Brexit, la Ue: no-deal sempre più probabile, l’accordo non si cambia

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L’uscita di Londra dalla Ue senza accordi diplomatici è «ogni giorno più probabile». Il capo-negoziatore europeo per la Brexit, Michel Barnier, ha commentato così il caos che accompagna le trattative per il divorzio del Regno Unito dal Continente, dopo che la Camera dei comuni ha bocciato tre volte l’accordo di May e respinto, ieri, quattro piani B formulati dagli stessi deputati. Barnier ha precisato che l’accordo siglato da Bruxelles con Theresa May resta «l’unico modo» per garantire un’uscita ordinata dal blocco comunitario, escludendo qualsiasi riapertura delle negoziazioni sui contenuti.

Le uniche alternative al via libera del parlamento britannico al patto siglato da May, ha aggiunto Barnier, sono due: una Brexit no-deal, appunto, o un posticipo ben più lungo di quello ipotizzato oggi, fino al 22 maggio. Ma nel secondo caso Londra dovrà giustificare la richiesta di proroga con un nuovo referendum nel Regno Unito, la convocazione di elezioni nazionali o un altro «processo politico». A proposito di alternative, Barnier ha comunicato oggi che il parlamento britannico porterà in aula una terza sessione di «voti indicativi» (emendamenti all’accordo di Brexit siglato da May) dopo i due tentativi andati a vuoto nell’arco di poco più di una settimana.

Dal canto suo la Ue si sta attrezzando per lo scenario di un divorzio, chiedendo però al Regno Unito di «onorare le sue responsabilità» sul fronte dei confini irlandesi e altri nodi delicati in vista del divorzio. «Ma essere preparati – ha detto Barnier – Non significa che tutto filerà liscio. Ci saranno elementi di “scossa”, ci saranno problemi». Gli fa eco Valdis Dombrovskis, il vicepresidente della Commissione responsabile dei mercati finanziari: «Stiamo completando la preparazione concentrandoci in aree in cui ci sono rischi per la stabilità finanziaria, comprese misure contingenti come il riconoscimento temporaneo delle ‘equivalenze’ – ha spiegato – Tuttavia non siamo in grado di mitigare tutte le possibili conseguenze negative e tutti gli effetti economici che potrebbero aversi sulla liquidità».

Riunione fiume del governo May per il quarto voto (o le elezioni)
Nel frattempo, a Londra, Theresa May ha convocato una riunione di cinque ore del suo governo per cercare di sbloccare un’impasse che si fa sempre più ostico. La premier è intenzionata a spingere per un quarto voto della Camera dei Comuni sul suo accordo, dopo tre bocciature e diverse settimane di negoziati con le ali più riottose della sua stessa maggioranza: la fronda oltranzista del Partito conservatore e i rappresentati del Democratic unionist party, il partito unionista nordirlandese che si rifiuta di approvare un accordo giudicato «pericoloso» per l’unità del Paese. May avrebbe bisogno di convincere almeno 30 parlamentari per superare la linea di maggioranza necessaria all’ok del Parlamento, dopo che il 29 marzo il suo deal è stato bocciato con uno scarto di “soli” 58 deputati. Le alternative sul piatto, in fondo, sono le stesse indicate da Barnier: un’uscita no-deal, la richiesta di una proroga maggiore dell’articolo 50 (il meccanismo dei trattati europei che disciplina il divorzio di uno stato membro dalla Ue) o la convocazione di elezioni anticipate. In quest’ultimo caso, però, la premier avrebbe bisogno di un consenso pari ad almeno due terzi del voto della Camera dei Comuni, sempre senza una garanzia di appoggio da parte del suo stesso partito conservatore. A quanto scrive il Financial Times, alcuni conservatori più euroscettici potrebbero preferire un secondo referendum sulla Brexit a un ritorno alle urne. Ma l’ipotesi è vincolata alla richiesta di un rinvio e, soprattutto, alla risposta che potrebbe dare Bruxelles.

Alb. Ma., Il Sole 24 Ore

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