UNA LETTERA DA COSENZA SUI LIMITI DELLA DEMOCRAZIA

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Egregio Dott. Cesare Lanza,
abbonato de “La Verità”, non mi perdo mai la sua quotidiana “Scommessa”, fonte di riflessioni.

Ritengo che il Suo malcontento nei riguardi dell’odierna rappresentazione della democrazia sia condiviso da un numero, certo non quantificabile, di Italiani, con un illustre predecessore, Leo Longanesi, il quale, per nulla entusiasta della democrazia che è succeduta alla dittatura fascista, affermò che “Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia” e “L’Italia è una democrazia in cui un terzo dei cittadini rimpiange la passata dittatura, l’altro attende quella sovietica e l’ultimo è disposto ad adattarsi alla prossima dei democristiani”.

A dire il vero, sin dal suo esordio la democrazia rivelò i propri punti deboli: posto di fronte alla scelta fra Cristo e Barabba, gli “elettori” scelsero Barabba, che secondo i Vangeli di Luca e di Marco era un ribelle responsabile di omicidio e nel Vangelo di Giovanni è definito un brigante.

È nota l’affermazione di Winston Churchill: “La democrazia è la peggiore forma di governo escluse tutte le altre”, meno noto che lo statista inglese affermò anche che “La democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno è malato”.

Per Indro Montanelli “la democrazia è sempre, per sua natura e costituzione, il trionfo della mediocrità”. E la scelta degli elettori sembra confermarne l’esattezza, giacché i voti convergono, pur con eccezioni, su candidati che lasciano a desiderare, per usare un eufemismo, per competenza, capacità, disinteresse per il potere e per il denaro (è il caso di ricordare che la [cosiddetta] prima repubblica è naufragata nel mare degli scandali allorché, con il crollo del comunismo, venne meno la necessità montanelliana di votare turandosi il naso, e la “seconda” non è stata da meno, coinvolgendo anche partiti e uomini che negli scandali non erano stati coinvolti nel crollo della “prima”?). Del resto un aforisma del giornalista e saggista statunitense Henry Louis Mencken sostiene che “l’esperienza insegna che un buon politico, in democrazia, è tanto impensabile quanto un ladro onesto”, poiché, a suo dire, “la democrazia è una forma di religione. È l’adorazione degli sciacalli da parte dei somari”. Per inciso, è il nenniano “destino cinico e baro” a far sì che la democrazia non dimostri un’efficacia ed un’efficienza maggiore o quantomeno pari alla dittatura?

Poi esiste una forma di democrazia che è più insidiosa della dittatura in quanto democrazia formale, non sostanziale. È quella illustrata da Luigi Pirandello ne “il fu Mattia Pascal”: “La causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’essere uno e di dover contentare molti; ma quando i molti governano, pensano solo a contentar sé stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà”. Affermazione accettabile nella considerazione finale: la partitocrazia ne ha dato conferma.

E questa falsa democrazia l’Italia ha vissuto in diversi momenti.

Nel 1860, il plebiscito per l’annessione ebbe luogo con urna distinte, una per il Si e l’altra per il No, ma fu preceduto dall’affissione di cartelli nei quali veniva dichiarato nemico della patria chi si fosse astenuto o si fosse espresso contro l’annessione. Né ci si astenne dagli imbrogli: ad esempio, il garibaldino Federico Guglielmo Rüstov, nelle sue memorie “La guerra d’Italia del 1860”, narra che a Caserta 51 Ufficiali della divisione garibaldina, pur non essendo tutti presenti, espresso ben 117 voti.

In tempi a noi più vicini, il referendum sulla forma istituzionale del 2 giugno 1946 ha dato la stura ad accuse di brogli, originando una lunga diatriba rimasta irrisolta. Peraltro la differenza di voti a favore della repubblica ammontò a 2.000.139 ma, se si fosse tenuto conto dell’ 1.509.735 di schede nulle o bianche come non fu fatto disattendendo la legge, la differenza si riduceva a 490.404 voti, che calava a 220.256 calcolando la maggioranza in base al numero dei votanti per come prescriveva la legge. Orbene, gli Italiani spogliati del diritto di esprimere il proprio voto (sfollati per le vicende belliche, prigionieri di guerra, ecc.) ammontarono a 2.266.043. Nell’aula del Senato della Repubblica una lapide recita:”Il 2 giugno fu proclamata la Repubblica Italiana“, ma nessuno è stato testimone di tale proclamazione né poteva esserci poiché non vi fu alcuna proclamazione, tant’é che Silvio Bertoldi ha potuto scrivere che “la repubblica è nata «all’italiana»“.

Sia Lei che io, pressocché coetanei, abbiamo vissuto l’epoca dei referendum nella seconda metà del ‘900. Entrambi ricordiamo che la volontà popolare è stata disattesa ogni qualvolta non è stata conforme ai “desiderata” del “Palazzo”.

Nella sua “Scommessa” Lei chiede se la dichiarata scontentezza lo fa considerare “qualunquista, fascista, sovranista, populista…”. Poiché il pensiero unico del politicamente corretto dei nostri giorni ricomprende le altre qualifiche in quella di fascista, rifletto che sono cresciuto sentendomi ripetere, giorno dopo giorno, che l’antifascismo aveva sconfitto il fascismo (evidentemente le forze armate alleate erano di passaggio in Italia!) e scopro che oggi una quota più o meno consistente di Italiani è fascista, poiché sono considerati fascisti: a) coloro che pensano che la natura determina soltanto due sessi, il maschile dai cromosomi XY e il femminile dai cromosomi XX; b) quanti ritengono naturale la famiglia costituita da un uomo e da una donna con figli nati dall’unione dei due e coloro che organizzano e partecipano ad un convegno sulla famiglia così concepita; c) coloro che reputano che in uno Stato si entra rispettandone le leggi e in egual modo vi si deve vivere, senza pretendere che chi accoglie debba rinunciare alla propria fede, ai propri costumi ed usi; d) quanti sono convinti che non è “democratico” ed “umano” far sbarcare chi vi entra clandestinamente e, un secondo dopo, abbandonarli al degrado, allo sfruttamento ed alla schiavitù, all’incremento della delinquenza; e) quanti credono che non si diventa italiani per un fatto burocratico consistente nel rilascio di un documento, bensì per integrazione; f) quanti sono del parere che la Storia va studiata “sine ira ac studio”, è indispensabile conoscerla senza condizionamenti ideologici e non deve essere sottoposta a strumentalizzazione politica. E, per brevità, sorvolo su altre considerazioni che aumenterebbero, secondo il pensiero unico politicamente corretto, l’italico tasso di fascismo dopo oltre 70 anni di catechesi antifascista a fronte di un regime fascista durato vent’anni. Quasi quasi sorge il dubbio che ad amare il fascismo, e non poterne fare a meno, siano proprio… gli antifascisti.

È una vera democrazia uno Stato in cui o si accetta l’imposizione del pensiero unico politicamente corretto o si viene giudicati reprobi se si rivendica il diritto alla libertà di pensare con la propria testa? Non si tratta, invece, di una dittatura mascherata da democrazia, di un fascismo dell’antifascismo? Ennio Flaiano diceva che i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti.

In merito alla Sua domanda se è possibile “trovare un sistema elettorale più efficace e forme di governo più moderno”, accettabile la Sua provocazione, ma irrealizzabile l’ipotesi di una valutazione con successiva abilitazione degli elettori ad esercitare il diritto di voto. Quali parametri adottare: cultura, maturità di pensiero e capacità di giudizio, senso critico, consapevolezza politica, criteri nella scelta dei candidati? E con quale metodo scegliere chi dovrebbe essere deputato alla valutazione? Sarebbe, invece, possibile valutare l’eleggibilità del candidato oltre l’attuale requisito della fedina penale pulita? Anche qui sorgerebbe il problema dell’imparzialità di chi dovrebbe indicare i requisiti da soddisfare.

“Ai posteri l’ardua sentenza” sulla possibilità di attuare forme di governo più moderno.

Una riflessione merita, a mio parere, l’art. 139 della Costituzione, garante della libertà dei cittadini, definita “la più bella del mondo”, il quale recita:”La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Ne consegue che la repubblica costituisce un dogma eterno ed immutabile, anche se, per ipotesi, future generazioni di Italiani concepissero e si esprimessero all’unanimità, democraticamente, su una forma istituzionale diversa, oggi neppure prevedibile.

Voglia gradire i più distinti saluti

Mario Perfetti

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