Giancarlo Aneri: “Quando Biagi salvò dalla setta Michelle Hunziker”

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Solo per un istante Giancarlo Aneri perde il sorriso d’ordinanza. Quando pensa al ladro che gli ha portato via dalla casa di Legnago, in provincia di Verona, 20 cravatte con il simbolo del cavallino rampante che gli regalò Enzo Ferrari. Aneri ha una doppia vita. È il coppiere dei potenti, riesce a far stappare le sue bottiglie a politici e star, qualunque sia il loro credo: da Obama a Trump, da Putin e Berlusconi a Ciampi e Napolitano. Ed è anche, Aneri, un cultore della carta stampata, una passione che riversa in èGiornalismo, il premio fondato nel 1995 con Enzo Biagi, Giorgio Bocca e Indro Montanelli (ora con lui in giuria ci sono Giulio Anselmi, Mario Calabresi, Paolo Mieli, Gianni Riotta e Gian Antonio Stella). Mondanità, marketing e giornalismo hanno un tratto in comune: ogni evento di Aneri è accompagnato da Prosecco o Amarone, i punti di forza delle sue aziende (dai vini al caffè). L’ultimo colpo l’ha messo a segno ieri: è riuscito a far entrare le sue bollicine venete alla cerimonia degli accordi firmati da Cina e Italia a Villa Madama, a Roma. E ha fatto in modo che Palazzo Chigi regalasse una magnum di Amarone Aneri (annata 2014) al presidente cinese Xi Jinping.

Come mai Ferrari le regalava cravatte?

«Avevo 28 anni, pochi soldi e tanta volontà. Ero un appassionato di Formula Uno, lavoravo alle Cantine Ferrari di Trento della famiglia Lunelli. La Ferrari, nel senso delle automobili, vinceva e i piloti brindavano sul podio con lo Champagne. Andai a Maranello e convinsi il Drake, dopo un’anticamera di sei ore, a brindare con lo spumante Ferrari».

Poi rimase in contatto?

«Continuai a frequentarlo. Parlavamo di cucina, donne e macchine. Ero esperto soltanto dei primi due settori. Era generoso, ma anche burbero e schivo. Alla presentazione di un libro, Ottavio Missoni regalò golf colorati a tutti. Ugo Tognazzi lo infilò subito, lui rifiutò».

Beveva vino?

«Ad ogni incontro gli portavo vini importanti e lui contraccambiava con Lambrusco, un modellino Ferrari per mio figlio Alessandro e le famose cravatte con il cavallino rampante. Il ladro che me le ha rubate dovrebbe ridarmele. Ferrari mi diceva: se hai un prodotto di qualità, e il cliente che lo deve acquistare non lo capisce, alzati e vai via. Un consiglio che ho seguito tutta la vita».

Frequentava anche Enzo Biagi?

«Lo seguivo come un amico. Un giorno mi chiama nel suo ufficio di Milano: vieni, ti devo parlare. Mi racconta l’intervista che aveva appena fatto a Tommaso Buscetta. E mi chiede, senza giri di parole: perché non assumi la moglie di Buscetta? Voleva aiutarla. È stata l’unica volta che gli ho detto no. Ero troppo piccolo, lo avrebbero scoperto subito».

È vero che Biagi aiutò anche Michelle Hunziker?

«Michelle era finita in una setta. È una grande, ma in quel periodo era vulnerabile. Biagi la ascoltava, le teneva la mano mentre raccontava la sua storia. Un ruolo importante l’ha avuto Antonio Ricci. Con la sua trasmissione Striscia la notizia, si schiera sempre con i deboli e fa paura ai forti. Ha salvato Michelle, assieme a Biag . Ha anche organizzato una campagna di informazioni contro le sette».

C’è stato un periodo in cui non si è occupato di Prosecco e Amarone?

«Quando ero al fianco di Indro Montanelli mentre stava fondando la Voce. L’ho aiutato, coinvolgendo anche Luciano Benetton. Tre mesi di lavoro, giorno e notte, senza pensare al vino da vendere. Indro era angosciato. Una sera, in un ristorante di corso Venezia a Milano, mi disse: se non ce la faccio ad aprire la Voce smetto di fare il giornalista. Lo danneggiò, tra gli altri, il padre di Fabrizio Corona, che disegnò il banchiere Enrico Cuccia in prima pagina come un vampiro che succhiava il sangue all’Italia. Cuccia non gli parlò più».

Dei tre grandi vecchi del giornalismo qualcuno si imponeva nella giuria di èGiornalismo?

«Giorgio Bocca era il più deciso quando c’era un candidato da sostenere o da bocciare. Ci riunivamo a casa sua. Un giorno Biagi arrivò in ritardo. Aveva ritirato le analisi del sangue e non era andata bene. Bocca gli rispose: è successo anche a me. E Enzo: come hai risolto? Giorgio: semplice, non ho più fatto le analisi».

Chi l’ha aiutata a portare il vino ai politici più potenti del mondo?

«Silvio Berlusconi mi ha sempre aiutato, per simpatia. Ha portato il mio Amarone a Bush, a Putin, e al G8, a Pratica di Mare, ha fatto servire il mio caffè a tutti. Non è vero che Berlusconi è astemio, l’Amarone gli piace».

Come ha convinto il cerimoniale di Palazzo Chigi a regalare il suo Amarone ieri a Xi Jinping?

«Quando ho saputo della visita del presidente cinese, due mesi fa, ho fatto preparare un’etichetta in cinese, tradotta da una docente dell’Università di Verona».

E Obama?

«Sono andato a Chicago sei mesi prima delle elezioni per la Casa Bianca. Ho puntato sul suo ristorante preferito, La Spiaggia. Il proprietario è italiano. Disse che si sentiva orgoglioso di organizzare un brindisi italiano per il neopresidente. La sera dopo la vittoria, Obama era alla Spiaggia. I ristoranti italiani all’estero sono importanti quanto le ambasciate».

Putin?

«Quando Berlusconi gli consegnò l’Amarone disse: ce lo beviamo io e lei. E gli lanciò una occhiatina, forse pensava a una serata con il nostro ex premier, o forse era solo un complimento al mio vino».

Perché compra pagine dei giornali e lancia messaggi senza firmarsi?

«L’ho fatto per Maria Elena Boschi, perché leggendo il Corriere ho assistito alla fuga di tutti gli onorevoli che prima le erano devoti e le reggevano la borsetta. In un’altra ho ringraziato i carabinieri del loro lavoro, anche se era in corso il processo per la morte di Cucchi. Poi ho dato la solidarietà alla Ferrero quando gli Stati Uniti contestarono le loro etichette. Ferrero lo scoprì e mi fece mandare un vaso di cinque chili di Nutella».

Nel suo libro («È una storia italiana») si è descritto come un profeta del marketing. Quando ha iniziato?

«Da bambino, sotto gli occhi di mio padre, capostazione, e di mia madre, che badava a me e alle mie sorelle Fiorella e Renza. Gli altri giocavano ai cowboy, io giocavo a fare il negoziante. Compravo un cioccolatino da 15 lire, lo dividevo in quattro parti e ne rivendevo ognuna a 10 lire. Più la figurina, incassando così altre 5 lire. Avevo 8 anni e un animo commerciale già sviluppato».

Che faceva con i soldi guadagnati?

«Ho comprato da solo la mia prima copia di un quotidiano. Era il Corriere. Ho capito che serviva a conoscere il mondo. Sono un giornalista mancato. Anche perché a 18 anni avevo chiaro che si guadagna di più vendendo vino che scrivendo».

Il primo lavoro?

«A 19 anni, in una cantina del Veronese, Peternella. Poi con la famiglia Lunelli. A 47 anni, nel 1994, mi sono messo in proprio. Ho seguito il consiglio di Vittorio Gassman: vai dove c’è il meglio e vendigli il meglio».

Con chi ha aperto le società?

«Per i vini con Rocco Forte. Per il caffè con i Benetton. Per l’olio con Giovannino Agnelli, che aveva un oliveto a Capalbio. Ho conosciuto Giovannino a un party a Londra. Andavamo in mensa alla Piaggio, io con il cappotto di cachemire, lui normale, casual. Quello ricco tra i due sembravo io. Io spendo, non si vive da pezzenti per morire da ricchi».

Non si stanca mai di inseguire i personaggi famosi?

«Seguo soltanto quelli che mi incuriosiscono perché hanno fatto qualcosa di importante. Con Gianni Agnelli non ci sono riuscito, solo una stretta di mano. Con Rocco Forte e Luciano Benetton è scattato qualcosa. Anche con Lino Volpe, il presidente di Elior. E gli ho venduto 100 mila bottiglie di Prosecco che fa servire sui Frecciarossa».

Luciano Ferraro, Corriere della Sera

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