Secondo i mercati c’è un rischio per l’Italia. L’esperto: “Nel caso di una recessione, potrebbero esserci timori sulla solvibilità”

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Oltre alla Brexit e a Trump tra i fattori «disruptive» per i mercati c’è anche l’Italia: dai problemi legati alla bassa crescita, alla gestione del debito alle tensioni politiche che stanno emergendo all’interno della coalizione di governo definita «fragile». A dirlo sono i gestori di Newton Investment Management società dell’asset management di Bank New York Mellon nel corso della convention annuale con gli investitori alla City di Londra, i quali si spingono fino ad evocare il rischio di insolvenza: «Nel caso di una recessione accompagnata da un rallentamento della crescita più ampio anche in Europa, se il costo del debito continua a salire, possono esserci timori sulla solvibilità dell’Italia», spiega Paul Brain, responsabile della gestione fixed income di Newton, che spiega come questo sia uno scenario limite, ma che non può essere escluso. «Il problema dell’Italia ed il motivo per cui si trova in questa situazione è la mancanza di crescita economica. Al momento non mi sembra ci siano le premesse per un cambiamento di rotta anche con questo governo populista».

Il cinismo dei mercati ha trovato riscontro nelle recenti tensioni che hanno riportato in alto lo spread in seguito attenuatesi dopo l’intervento della Banca centrale europea (Bce) che non ha escluso un nuovo programma per dare liquidità alle banche: «La mossa della Bce ha ridato fiducia agli investitori che hanno ricominciato ad acquistare i titoli di Stato di Italia e Spagna – aggiunge il gestore -. La domanda è: quanto durerà? Il mercato ha bisogno di molta liquidità per finanziare le banche, che gradualmente e lentamente stanno completando i piani di ristrutturazione non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Germania, dove casi come quello di Deutsche Bank e Commerzbank rispondono a esigenze di efficienza».

In questo scenario già difficile, la situazione internazionale non aiuta: «Se si fa eccezione dell’Italia, l’area dei paesi industrializzati si trova a metà del ciclo economico in cui la crescita rallenta, ma non è negativa», commenta April LaRusse, analista del fixed income di Insight management. Nonostante ciò, le tensioni sui mercati persistono, come è successo lo scorso anno con le forti vendite sull’equity e sul credito: «Siamo alla fine di una fase di crescita e gli effetti inevitabili sono il rialzo dell’inflazione e dei tassi di interesse. Le banche centrali hanno fatto tutto quello che era possibile fare per uscire dalla crisi. Ora devono essere i governi a prendersi le loro responsabilità utilizzando la leva fiscale per stimolare la crescita. Una strada difficile per l’Italia fino a quando non avrà risolto i problemi dell’alto livello del debito attraverso riforme strutturali».

Mara Monti, Il Sole 24 Ore

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