I segreti delle star / Humphrey Bogart

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Sedusse oltre 1.000 donne ma viveva con l’angoscia di essere un omosessuale

Arrivò perfino a meditare il suicidio. Le sue paure derivavano da un’infanzia infelice: il padre, chirurgo, lo picchiava. Scappò a Broadway ma solo a 40 anni conobbe la fama

(di Cesare Lanza per LaVerità) Tra eccessi vari e numerosi matrimoni, Humphrey Bogart il divo statunitense che sedusse centinaia di donne, pensò a lungo di essere gay: arrivò perfino a meditare il suicidio. Lo rivela una biografia intitolata Humphrey Bogart, The Making of a Legend. Autore, il giornalista Darwin Porter, cronista di Hollywood fin dagli anni Sessanta. Il libro è basato su memorie inedite e interviste a personaggi contemporanei all’attore. Ad esempio la testimonianza di Joan Blondell, una delle 1.000 fidanzate di Bogart: racconta che l’attore divenne rapidamente un fan della cerniera lampo, li fece installare in tutti i suoi pantaloni, perché «in quel modo il sesso era molto più veloce» Si dice che Bogart avrebbe sedotto almeno un migliaio di donne, ma sempre con quell’anjoscioso sospetto di essere gay. Ci pensava, ma non ebbe mai il coraggio di suicidarsi: «Non mi ci vedo proprio a pendere un rasoio e tagliarmi la gola», confidò a un amico. Il biografo Porter suppone che la sua presunta omosessualità e le relative inquietudini derivavano da una infanzia infelice: in particolare per un padre violento un chirurgo – che una volta addirittura gli spaccò il labbro a botte e poi lo ricucì malamente, lasciando Bogie con un difetto di pronuncia. I guai in casa spinsero il futuro protagonista di Casablanca a scappare a Broadway dove negli anni Venti ebbe fortuna sia sul palcoscenico, sia con le domne. Tre matrimoni falliti: tutta la sua vita sentimentale fu segnata dall’ambiguità, a partire dall’unione nel 1926 con la prima moglie, l’attrice Helen Menken, che durante il loro matrimonio avrebbe avuto molte relazioni omosessuali. Ma Bogie si consola presto e nell’aprile del 1928 sposa Mary Philips, anche lei attrice. E il suo secondo matrimonio è disastroso come il primo. Dopo il nuovo divorzio, eccolo tra le braccia di Mayo Methot, che sposa nel 1938. La convivenza però è da subito difficile. Tutti e due hanno problemi di alcol e arrivano a scontri fisici. I loro litigi finiscono spesso sui giornali e il cattivo comportamento di Bogie, innamorato delle donne e del whisky, gli procura problemi anche sul set. Ai successi professionali si contrappongono i disastri privati. Le violente follie della moglie raggiungono l’apice durante le riprese di Casablanca (1942): ossessionata dalla gelosia nei confronti di Ingrid Bergman, accoltella Bogart alle spalle.

Di Bogart è rimasta famosa anche la lunga storia di amore con la bellissima Lauren Bacall. «Ci univano tante cose. Humphrey è stato per me un modello di vita e un formidabile pungolo personale», ha ricordato lei. «Piaceva, e non solo a me che l’ho adorato: arveva un fascino straordinario. In lui c’era qualcosa che traspariva sempre, qualunque ruolo recitasse. Io credo che sarà sempre affascinante: per questa generazione, e anche per tutte quelle che seguiranno. Qualcosa in lui ti faceva dire: “Ecco un uomo che nessuno può comprare”. Nessuno sapeva corteggiare una donna come lui. Non era estremista in niente, tranne che in una cosa: dire la verità». Tra Lauren Bacali e Humphrey Bogart fu un amore genuino, sincero, nonostante li dividesse quasi un quarto di secolo. La giovanissima Bacall aveva debuttato sul grande schermo come protagonista accanto proprio a Bogart, che al tempo era già uno dei divi di Hollywood. Il film, del 1944, era Acque del Sud, pellicola tratta dal romanzo Avere e non avere di Ernest Hemingway. In un racconto di Bacall, lei stava seduta nel suo camerino, scherzando con Bogart, quando lui si è chinato verso di lei e le ha messo una mano sotto il mento e l’ha baciata. Poi ha tirato fuori una scatola di fiammiferi e le ha chiesto di scrivergli il suo numero di telefono. Lauren raccontò poi di incontri furtivi agli angoli delle strade, nelle case di amici di Bogart, 0 nell’appartamento di lei, di nascosto dalla madre Natalie, che disapprovava. Bacall correva da lui a ogni ora del giorno. «Ero più vecchia dei miei 19 anni, in qualche modo, e lui molto più giovane e vitale della sua età». Il duro Bogart le scriveva lettere ricche di tenerezza. Era il suo ultimo amore, le scriveva, e lo sarebbe stato anche se si fossero lasciati. Non l’avrebbe più dimenticata. Al tempo Bogart aveva 44 anni, ma questo non scalfiva un’unione sincera; per Bogart fu l’unico vero amore della sua vita. I due si sposarono nel 1945 ed ebbero due figli, Stephen (1949) e Leslie (1952). Nel loro periodo assieme recitarono in altri tre film: Il grande sonno (1946) di Howard Hawks, La fuga (1947) di Delmer Daves e L’isola di corallo (1949) di John Huston.

A Bogart piaceva stupire i suoi interlocutori con battute brillanti: «Nulla è meglio di fare l’amore. È la cosa più divertente che puoi fare senza ridere». «Quella signora è troppo tesa. Ciò di cui ha bisogno è di fare del buon sesso con un uomo che sa come farlo» (parlando di Bette Davis). «Io sono un uomo da una donna alla volta. Sempre stato. Sarò all’antica…», «Non bisogna mai contraddire una donna. Basta aspettare: lo farà da sola!». «Se fosse il caso a governare il mondo, tante ingiustizie non avverrebbero». «Se qualcuno ti punta la pistola, il pubblico lo sa già che sei spaventato. Non hai bisogno di fare smorfie». «Se una donna come Ingrid Bergman ti guarda come se ti trovasse adorabile, tutti ti trovano adorabile», «Non avrei mai dovuto passare dallo Scotch al Martini». «Io non mi fido di nessun bastardo che non beva. La gente che non beve ha paura di rivelare sé stessa». «Il problema con il mondo è che tutti gli altri sono indietro di qualche drink». «Ho fatto più film schifosi di qualsiasi altro attore nella storia». Prima della sua morte, quando ancora non era certa la malattia, Bogart era stato dato per defunto da molti giornali, e lui mandò alla stampa una lettera aperta: «Leggo che mi sono stati asportati ambedue i polmoni, che i miei minuti sono contati, che sto combattendo per la mia vita in un ospedale che non esiste da queste parti. Che il mio cuore è stato rimosso e sostituito con un vecchio distributore di benzina. Mi sono praticamente incamminato in direzione di tutti i cimiteri – e voi li avete nominati tutti – da Hollywood al Mississippi, includendone anche alcuni che sono sicuro raccolgano solo spoglie canine. Tutto ciò turba non poco i miei amici, per non menzionare le compagnie di assicurazione. Gran parte dei miei amici è iscritta alla società per la lotta contro l’alcolismo. Sotto lo shock di apprendere i seri malanni che mi hanno colpito, temo che possano abbandonare la buona e difficile strada della salvezza».

Molto interessante ciò che è stato detto di lui. Ernest Hemingway: «Il volto d’uomo più interessante che abbia mai conosciuto». Truman Capote (sugli ultimi mesi di Bogart): «Andai alcune volte. Andavano quasi tutti i suoi amici; qualcuno quasi tutti i giorni, Sinatra per esempio. Alcuni gli dimostrarono una grande lealtà. Era come se facesse uscire il meglio che c’era in loro. Guardarlo era tremendo, era così magro! Con gli occhi enormi, spaventati. Diventavano sempre più grandi, i suoi occhi. Ci leggevi la paura, l’autentica paura; eppure era quello di sempre, il solito spavaldo e coraggioso Bogart… Sperduto». Joseph L. Mankiewicz: «Bogart voleva che si avesse un po’ paura di lui. Voleva assicurarsi che voi sapeste che lui era un tipo imprevedibile. […] Bogie era la libertà iconoclasta in una società che si occupava di icone: Hollywood». Peter Bogdanovich: «Bogart era un uomo che non avrebbe mai accettato un compromesso sui suoi ideali, tanto al cinema che nella vita… La libertà di pensiero di Bogart, in materia politica, era considerata pericolosa a Hollywood». Howard Hawks: «Era facilissimo lavorare con lui. È molto sottovalutato come attore». Richard Brooks: «Non è mai riuscito a farsi una ragione dei soldi che gli davano per quello che faceva. Si prendeva continuamente in giro».

Era nato a New York il 25 dicembre 1899, morì a Los Angeles il 14 gennaio 1957. Fu definito nel 1999 dall’American film institute «la più grande stella maschile di tutti i tempi». Humphrey Bogart era nato in una famiglia benestante, il padre chirurgo, la madre illustratrice. È grazie alla mamma che il volto di Humphrey, ancora bimbetto, diviene famoso in tutta America, in qualità di sponsor della famosa marca di omogeneizzati della Mellin. La carriera artistica di Humphrey Bogart inizia nel 1920 grazie al produttore William A. Brady, che lo incoraggia alla recitazione dandogli la possibilità di lavorare come attore in teatro e subito dopo al cinema con una serie di film mediocri e un contratto con la Fox che lo utilizza però solo per piccoli ruoli. Da citare solo l’esperienza con John Ford in Risalendo il fiume: durante le riprese conosce Spencer Tracy con il quale stringe una forte amicizia. È paradossale che fino ai 40 anni Bogart non era praticamente nessuno. Poi un regista esordiente, John Huston, gira Il mistero del falco, da un romanzo di Dashiell Hammett pubblicato nel 1930, incentrato sul detective privato Sam Spade. Come protagonista Bogart fu la seconda scelta, perché il preferito, George Raft, a quei tempi quotatissimo nel ruolo di duro, scartò l’idea di farsi dirigere da un regista esordiente. Bogart fu aiutato dal fatto che, nel romanzo, il protagonista è descritto con «una mascella pronunciata e ossuta», un sorriso «come un ghigno»: era un buon identikit. Per Bogart fu il primo di una serie inimitabile di personaggi leggendari, dall’avventuriero avido di Il tesoro della Sierra Madre (1948) al capitano psicolabile di L’ammutinamento del Caine (1954), dal marinaio ubriacone di La regina d’Africa (1951) al giornalista ribelle di Il colosso d’argilla (1956). E nel 1942 George Raft gli diede ancora una volta una mano: imitato da Ronald Reagan, rifiutò di lavorare al fianco di una sconosciuta svedese. Allora, come terza scelta, fu chiamato Bogart. L’attrice era Ingrid Bergman, nell’indimenticabile Casablanca. Bogart morì nel gennaio 1957 per un cancro all’esofago, tre settimane dopo il suo 57° compleanno. Avrebbe voluto che le sue ceneri venissero sparse in mare, ma non era legale, ai tempi. In anni recenti il suo mito è stato rilanciato da due film che hanno parlato di lui. Provaci ancora, Sam del 1972, di Woody Allen. Il titolo cita la sua frase più famosa in Casablanca: «Play it once, Sam». E Fino all’ultimo respiro del 1960, di Jean-Luc Godard, con Jean Paul Belmondo, un giovane ladro di Marsiglia che ha il duro Bogart come modello.

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