Eurozona, un budget comune per il finanziamento delle riforme strutturali

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Risorse comuni, legate al finanziamento delle riforme strutturali che dovranno essere fatte. Perché chi non le farà o le attuerà a rilento avrà minore accesso al bilancio comune. Ecco la proposta franco-tedesca per il budget dell’eurozona, così come concepito dalle due parti e sintetizzato nel documento congiunto messo a punto in questi giorni.

Un documento che conferma sempre più il ruolo chiave giocato da Francia e Germania nel processo decisionale e riformatore dell’Unione europea, dove sempre meno si nota l’apporto dell’Italia, che da questa iniziativa franco-tedesca avrà probabilmente più da perdere che da guadagnare.

Un strumento speciale del bilancio Ue

La proposta di bilancio comune come concepita da Francia e Germania non prenderebbe la forma di un budget a sé stante. Si tratterebbe di uno strumento finanziario all’interno del quadro-pluriennale dell’Ue già esistente e frutto dei contributi di tutti i Ventotto membri attuali. Si tratterebbe in sostanza di creare una sorta di fondo europeo ad hoc per l’eurozona, da gestire come tutti i i fondi europei come quelli strutturali. Sarebbe dunque la Commissione a dare le risorse, dopo il processo di monitoraggio dei Paesi e su indicazione del Consiglio.

Obiettivo: riforme

A Parigi e Berlino si considera la messa in comune di risorse per gli Stati dell’eurozona un passo obbligato per «una più solida unione monetaria». Serve però «un maggior grado di competitività e convergenza», e questo vuol dire per tutti i membri dell’Eurozona «la necessità di soddisfare requisiti più stringenti nel quadro del coordinamento di politica economica». Tradotto: riforme e rispetto delle regole, esattamente quello che si chiede all’Italia, e non da oggi.

«E’ nell’interesse dell’intera area Euro sostenere gli sforzi nazionali di riforma», sostiene il documento franco-tedesco, secondo cui uno strumento di bilancio dell’Eurozona come parte del bilancio comunitario complessivo «dovrebbe sostenere gli sforzi di riforma identificati nel quadro del semestre europeo», il processo di coordinamento delle politiche economiche dell’Ue.

In pratica le raccomandazioni diverrebbero ancora più stringenti. Per l’Italia vorrebbe dire attuare in tempi rapidi la riforma catastale, tanto per citarne una. O il taglio del cuneo fiscale sulle imprese, per citare un’altra riforma raccomandata almeno da tre anni.

Incentivo alle riforme, nessuna scusa

Il risultato di una siffatta riforma dell’Eurozona sarebbe un incentivo alla riforme negli Stati, sostenute da fondi europei, la cui erogazione «dipenderebbe dal progresso attuativo» delle riforme stesse. Più si fa, più si percepisce.

Un incentivo, certo. Ma che si tramuta nell’obbligo di fare le riforme se si vogliono le risorse comuni. Se, come sembra, «il punto di partenza» per tutto rimane il processo del semestre europeo e le raccomandazioni per i Paesi dell’Eurozona, Paesi come l’Italia non avranno più alibi. Ammesso che il progetto di riforma passi. La proposta franco-tedesca è ufficialmente sul tavolo, e ora gli altri componenti dovranno esprimersi.

Il nodo delle politiche

E’ convinzione degli addetti ai lavori di Francia e Germania che una proposta di questo tipo rappresentino un vantaggio per i Paesi di Eurolandia. Il vero nodo è l’agenda politica e il suo contenuto. Paesi come l’Italia hanno più volte contestato le riforme in salsa tedesca, considerata come troppo rigorista e poco pro-crescita. La questione di fondo non è tanto fare le riforme, ma che riforme fare. Neanche su questo c’è piena convergenza in Europa.

Emanuele Bonini, La Stampa

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