Retribuzioni, calo del 4,3% in 7 anni. Perché il problema dell’Italia sono gli stipendi

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A poco più di tre mesi dalle elezioni europee, ci sono poche certezze. Una delle prime è che il voto del 26 maggio sarà influenzato dalla questione migratoria, il cavallo di battaglia che accomuna le forze populiste sparse per l’Europa. Peccato che nel frattempo quasi tutti i paesi Ue, inclusa l’Italia, siano alle prese con un’urgenza che tocca da vicino le tasche dei cittadini: la stagnazione o il calo effettivo delle retribuzioni. Nel nostro paese, secondo uno studio dell’istituto di ricerca European trade union institute, i salari reali (le retribuzioni aggiustate al costo della vita) sono calati del 4,3% tra 2010 e 2017, dopo essere cresciuti del 7,3% fra 2000 e 2009. L’Italia è tra i fanalini di coda dell’Eurozona, con una flessione appena inferiore a quella della Spagna (-4,4%) e sulla scia dei record negativi di Croazia (-7,9%), Portogallo (-8,3%), Cipro (-10,2%) e Grecia (19,1%).

Perché i salari non crescono, soprattutto in Italia
Di per sé la “non crescita” dei salari è un fenomeno globale, esploso con la crisi del 2008 e rimasto irrisolto negli strascichi della grande recessione. Fra i fattori chiamati in causa ci sono la stagnazione della produttività e il boom di forme di lavoro instabili, come la sotto-occupazione o il part time involontario, per propria natura incompatibili con un aumento sano dei livelli di retribuzione. Il risultato è che la crescita dei salari reali nei paesi Ocse si è fermata al +1,5% nel quarto trimestre 2017, contro il +2,4% nello stesso periodo del 2007. Gli stessi sintomi si presentano nel caso italiano, ma in forme più gravi rispetto alla media internazionale. Tra 2010 e 2017, fatta una base pari a 100, la produttività su scala Ocse è cresciuta fino a una media di 106,5: in Italia è rimasta praticamente in stallo, con un micro-incremento da 100 a 101,5. Sempre su scala Ocse, l’incidenza del part time involontario sul totale degli occupati è cresciuto in anni di crisi dal 2,7% nel 2007 al 3,3% nel 2017. In Italia è più che raddoppiato dal 5,2% all’11,4 per cento.

Se poi ci si concentra sull’occupazione «giovanile», nella fascia 15-24 anni, l’incremento di lavoratori part-time per scelta altrui è salito dal 9,5% al 23,9 per cento. «La stagnazione dei salari è un fenomeno globale, ma in Italia si presenta in forma più estrema e durevole – spiega Andrea Garnero, economista Ocse – Abbiamo alle spalle un periodo lunghissimo, di 15-20 anni, associato alla fine della crescita economica nei primi anni 2000».

I motivi? Garnero spiega che è difficile identificarne uno solo. Di sicuro però, limitandosi alla produttività, l’Italia soffre di aver «mancato» il salto nell’innovazione tecnologica del suo tessuto imprenditoriale. C’entrano gli investimenti minimi in ricerca&sviluppo, con un’Italia ferma a poco più dell’1% sul Pil, ma anche una carenza oggettiva di competenze. L’accelerazione tecnologica ha accentuato la richiesta di lavori ad alto tasso di qualifiche, favorendo una polarizzazione tra impieghi high-skilled (con retribuzioni elevate) e impieghi low-skilled (a basso tasso di qualifiche). In Italia, però, una buona quota di dipendenti e manager non sono “attrezzati” per il lavoro o la gestione di un’impresa che si sia evoluta nell’ottica della tanto celebre (quanto teorica) industria 4.0. « Un problema che a sua volta deriva da un’adozione insufficiente delle tecnologie nelle nostre imprese, investimenti sotto la media in capitale fisico e umano e condizioni del mercato del lavoro – dice Garnero – Servirebbe un processo di formazione che riguardi sia i dipendenti sia i manager, spesso chiusi in un’ottica familistica».

La fuga dall’Italia
Chi è privo delle qualifiche adatte finisce per accettare lavori che richiedono un grado inferiore di competenze, anche al costo di incassare retribuzioni modeste. Chi sarebbe in possesso delle cosiddette «skills» può, comunque, essere disincentivato da stipendi poco appetibili o prospettive fragili di crescita. Non è un caso che il fattore-occupazione sia considerato tra le molle della «fuga all’estero» dei connazionali, con un totale di 160mila espatri registrati nel 2018 (il +3,1% rispetto all’anno precedente). L’ampia rappresentanza di laureati, con 28mila “dottori” in meno solo nel 2018, testimonia che il trasferimento è dettato anche da una scelta qualitativa sul proprio orizzonte professionale (e salariale). In parte incidono le chance di scatti di carriera e acquisizione di responsabilità. In parte non possono che giocare un ruolo le retribuzioni, naturalmente intese nei loro termini reali (tenendo conto di costo della vita e inflazione). Nel nostro paese, come ha scritto il Sole 24 Ore, la retribuzione lorda oraria si aggira anche 5-10 euro sotto rispetto alla media di altri paesi europei, dove magari il trend delle retribuzioni spinge in direzione di una crescita più sostenuta.

Alberto Magnani

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