Conte senza Salvini incontra la Chiesa: “Noi siamo cattolici”

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Il vuoto creato dall’assenza di Salvini si è fatto sentire, come si ripeteva in molte chiacchierate durante il «secondo tempo», quello con tartine e calici in mano. Ma sapere del ministro dell’Interno impegnato con i pastori sardi non ha rovinato il «clima buono» che si respirava a Palazzo Borromeo, ribadito da entrambe le parti del primo vertice bilaterale Italia-Santa Sede cui ha partecipato il governo gialloverde: l’annuale evento celebrativo per la ricorrenza dei Patti Lateranensi – 90 anni – e dell’Accordo di modifica del Concordato (35). D’altronde, una delle premesse con cui avrebbe esordito il premier Conte – dopo una breve introduzione del presidente Mattarella – forse aveva l’obiettivo di indirizzare in tal senso l’atmosfera: «Siamo cattolici», avrebbe detto. Una rassicurazione non da poco per gli esponenti porporati, forse programmata per stemperare questi mesi di freddezza e punzecchiature reciproche. Certamente, Conte ha il curriculum che gli consente di dirsi cattolico, grazie alle frequentazioni, negli anni da studente universitario, di Villa Nazareth, l’istituzione di cui è stato direttore un certo Pietro Parolin, oggi cardinale segretario di Stato vaticano. E dunque, interlocutore principale di ieri sera nell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. A questa puntualizzazione si possono collegare le parole sui migranti: bisogna accogliere, ma in modo dignitoso, con prudenza, ha detto Conte. Ecco, lo stesso concetto ribadito da papa Francesco più e più volte. Forse, un altro tentativo di accreditarsi maggiormente nei Sacri Palazzi.

La parola che avrebbe fatto leggermente traballare il «clima buono» sarebbe stata «Venezuela». Il premier si sarebbe lamentato dell’accusa di rappresentare un governo che sta isolando il Paese dall’Europa e dal mondo. Questo non sarebbe vero, ed ecco un esempio: noi Italia sul caso di Caracas la pensiamo come il Vaticano. Inevitabile l’interruzione del sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato, monsignor Edgar Peña Parra – venezuelano – che avrebbe puntualizzato: non è così, noi siamo neutrali, però chiediamo a gran voce la liberazione dei prigionieri politici, la libertà di stampa, l’apertura delle linee umanitarie. Insomma, è la «neutralità positiva» descritta qualche giorno fa da Parolin.

Si è risolto invece con qualche risata il passaggio sulle scuole cattoliche e la prudente richiesta vaticana di «fare qualcosa di più»: un ministro avrebbe risposto con la battuta «chiedete a Tria».

Si è parlato molto di inclusione delle fasce deboli, e le autorità vaticane hanno insistito sulla «integrazione» dei migranti, informa Parolin. Però non ci sarebbe stato quel pressing come ai tempi di Gentiloni e del decreto Minniti. Ovviamente non poteva mancare il tema dell’inclusione delle fasce più deboli della popolazione, con riferimenti al reddito di cittadinanza. Discusse inoltre le chiusure domenicali, su cui si è dialogato soprattutto con Di Maio. Questo è un argomento «che come Chiesa ci sta a cuore, anche se comprendiamo allo stesso tempo il problema dei posti di lavoro», spiega ancora Parolin.

L’incontro è durato più del previsto, ed è la conferma «che è andato bene», ha confidato all’uscita un alto prelato. Certo però, raccontavano alcuni diplomatici di lungo corso, oggi c’è meno confidenza, meno abitudine a incontrarsi, tra ministri italiani e «ministri» vaticani. «Niente a che vedere con gli anni dei governi Prodi e Berlusconi».

Domenico Agasso Jr, La Stampa

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