Maurizio Stirpe (Confindustria): “Con l’autonomia del Nord, Roma è una scatola vuota”

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La riforma delle autonomie? Guardi, mi sembra un po’ come la Lega Calcio…». In che senso? «Che chi ha di più vuole avere sempre di più, con 4-5 realtà a spartirsi tutto». A Maurizio Stirpe, vice-presidente di Confindustria, il progetto del governo per traferire a tre regioni del Nord (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna) dipendenti e risorse che oggi sono in capo alla Capitale, proprio non va giù. E il parallelo calcistico lo utilizza per esplicitare un concetto: «Per come è concepita, questo tipo di autonomia va a detrimento della Capitale e delle regioni più povere, in particolare del Sud, andando ad intaccare la coesione sociale costruita con molta fatica in tanti anni di storia».

Come lo si potrebbe evitare?
«Intanto va mantenuta la clausola di supremazia dello Stato sulle Regioni: in caso di conflitto, è l’amministrazione centrale a dover avere la meglio. Penso soprattutto a questioni centrali per il nostro futuro, come il comparto energetico oppure quello delle infrastrutture, dove serve un rapporto di complementarità tra i diversi territori italiani».

E il capitolo legato a Roma?
«La Capitale non può perdere dipendenti e quindi anche funzioni e reddito. Anzi, servirebbe un provvedimento che garantisca a Roma Capitale le risorse necessarie a svolgere il ruolo che gli viene assegnato dalla Costituzione: non è concepibile che Roma, che si sobbarca l’onere di fare anche da sfogatoio delle controversie del Paese, con cortei e manifestazioni e una onerosa gestione di tutto ciò che è nazionale, sia amministrata con solo le risorse dei cittadini romani. È ora che la querelle sui fondi da assegnare a Roma finisca una volta per tutte».

Quale sarebbe, allora, la vostra proposta?
«L’abbiamo elaborata già qualche tempo fa. Roma deve essere una città-Regione, con poteri speciali e risorse parametrate al territorio regionale. Il concetto di Città Metropolitana non basta, anche perché ci sono province che verrebbero schiacciate tra Roma da una parte e Toscana/Umbria a Nord e Campania a Sud».

Con il piano del governo, Roma perderebbe circa 21 miliardi di euro, un numero cospicuo di dipendenti pubblici: si parla di centinaia di migliaia di persone, anche con relativo indotto. Risultato?
«Un depauperamento inaccettabile, un gioco non a somma zero. Anzi: il Nord ricco sarà sempre più ricco e chi è povero sarà sempre più povero. E Roma così, senza adeguate contromisure, finirebbe per essere ridotta ad uno scatolone vuoto».

La vostra organizzazione territoriale, Unindustria, ha calcolato in un meno 25% la perdita che ci sarebbe in dieci anni sul Pil pro-capite dei romani. Una vera e propria stangata, anche per l’indotto che sarebbe penalizzato dal crollo dei consumi. Siete stati troppo allarmistici?
«È quello che ci aspettiamo, con queste premesse. Il rischio, però, è addirittura maggiore. Perché si entrerebbe in una spirale negativa con effetti difficilmente pronosticabili. E la perdita di reddito, per i cittadini romani e laziali, potrebbe rivelarsi nel tempo anche di molto superiore alle previsioni attuali già più che disastrose ».

Si spieghi meglio.
«Meno assunzioni, quindi spopolamento ed impoverimento della realtà romana, fuga delle ricchezze e delle risorse, riduzione delle attività imprenditoriali e commerciali».

Sulla scuola, ad esempio, non esiste il rischio che il ministero della Pubblica istruzione con il trasferimento di molti docenti alle Regioni finisca per perdere una parte importante delle sue funzioni?
«Sarebbe sicuramente così e penso soprattutto al coordinamento degli indirizzi scolastici o alle ispezioni ministeriali. Con meno dipendenti, questo ruolo potrebbe venire meno o comunque essere dimezzato. Mentre le funzioni di coordinamento devono necessariamente rimanere centralizzate, senza il rischio dell’autodeterminazione.
E per far questo serve un numero adeguato di personale. A che serve un ministero se non può esercitare il ruolo per il quale è stato creato?».

Capitolo Sanità: venendo meno il principio di solidarietà Nord/Sud, dove esistono redditi pro-capite diversi, la riforma aumenterebbe il divario tra alcune zone del Paese ed altre?
«Assolutamente sì. Anziché ridurre le distanze aumenterebbe il gap tra Nord e Sud. Un’Italia sempre più a due velocità, con una sanità di serie A e una di serie B. Da questa riforma, così come è concepita, possono venire solo problemi. Non ci meravigliamo se poi, anche nella sanità, si assiste alla continua migrazione di pazienti dal Sud al Nord del Paese».

A proposito di scelte strategiche, ora si parla della sede del Tribunale europeo dei brevetti. Milano si è fatta avanti, ma non sarebbe l’ennesimo schiaffo per Roma se la sede non finisse nella Capitale?
«Non si capisce, in effetti, perché una struttura di questo tipo debba stare a Milano e non a Roma, dove sono e devono rimanere le funzioni di indirizzo e coordinamento anche di settori economici nevralgici».

Esiste un Paese che sia ripartito senza la sua Capitale?
«No, mai. Anzi, pensare di sviluppare l’Italia senza rilanciare Roma è pura utopia. Milano non può crescere a scapito di Roma, di Napoli o di altre città».

Eppure sembra che il problema del depauperamento di Roma se lo pongano in pochi…
«Non se lo pongono neppure le amministrazioni locali. Diciamo che al Nord sono più sensibili… Mentre qui il rapporto sinergico tra associazioni datoriali come la nostra e i governi locali non sta funzionando».

Gli industriali, già da tempo, hanno lanciato l’allarme, specie sulle grandi imprese che lasciano Roma. Risposte?
«Poche, in realtà. Il problema è che a Roma è entrato in crisi un sistema di sviluppo basato sulle infrastrutture e sulle commesse pubbliche e non si è studiato un sistema alternativo. Così il depauperamento del territorio si tradurrà sempre di più in una perdita effettiva».

Come se ne esce?
«Con un’assunzione di responsabilità della politica e del ceto dirigente. Noi imprenditori stiamo facendo la nostra parte con il progetto Roma futura 2030-2050. Serve uno sforzo per individuare una progettualità di sviluppo, con risorse adeguate, sia pubbliche che private, per colmare il gap con i territori maggiormente sviluppati».

Ernesto Menicucci, Il Messaggero

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