Deutsche Bank torna all’utile, ma il taglio dei costi non basta per il rilancio

Share

Deutsche Bank torna all’utile netto d’esercizio dopo quattro anni in rosso. Ma 341 milioni di euro sono un’inezia per il colosso tedesco, anche perché conditi da altri numeri ed elementi in chiaro scuro. Il trimestre da ottobre a dicembre 2018 ha visto, per l’ottava tornata di fila, calare i ricavi del gruppo: a riprova del fatto che il taglio dei costi, su cui si impernia la ricetta di ristrutturazione del nuovo ad Christian Sewing, non è sufficiente.

I dati per segmento danno il tono di quanto resti da fare: il profitto ante imposte dimezza a 530 milioni (rispetto al 2017) nel ramo banca d’investimento, e dimezza a 367 milioni nel risparmio gestito. Solo le grandi gestioni e la banca commerciale danno discreti segnali, con profitti quasi doppi a 829 milioni (anche grazie all’attività italiana, dove “gli investimenti cominciano a portare frutti e siamo molto ottimisti sul futuro del nostro business”, ha detto il direttore finanziario James von Moltke).

“Siamo sulla strada giusta – ha dichiarato l’ad – l’istituto ha basi stabili: una disciplina forte sul credito, il cambiamento di passo verso una crescita controllata e una gestione della liquidità più efficiente: baluardi che ci preparano a raggiungere i nostri obiettivi 2019”. Ma le parole del capo per motivare i 91.700 dipendenti non possono celare un quadro “espressionista”: anche perché la cornice la inchioda il governo di Berlino, che pressa Sewing & C a valutare l’integrazione con Commerzbank, di cui lo Stato è residuale azionista (15%) dopo avere investito 18 miliardi a partire dal 2008; miliardi che non rivedrà.

Da tempo Berlino ha aperto il dossier per riprivatizzare Commerz, e gradirebbe l’integrazione con Deutsche Bank per tenere il nuovo polo in patria. Ma perfino la Bafin, che in passato cullò tra i favoritismi regolamentari le vigilate tedesche, preferirebbe una fusione transfrontaliera, temendo che unire banche così deboli produca rischi sistemici e scarsa capacità di sinergie. Anche la Bce, da mesi, cerca di favorire le fusioni tra banche di paesi diversi: ma l’assenza di progressi sul completamento dell’unione bancaria – specie su fondo di risoluzione, garanzia unica dei depositi, trasferimenti di capitale tra holding e filiali – rendono l’invito del governo tedesco su Commerz poco appetibile per qualsiasi banchiere, e per i loro investitori. “La probabilità di una fusione paneuropea è bassa – ha detto giorni fa a una conferenza di settore Jean Pierre Mustier, l’ad di Unicredit che fu tra i primi invitati dal governo tedesco a visionare il dossier Commerz, un anno fa -. Si possono avere fusioni paneuropee solo se si possono tagliare i costi: e non è mai facilissimo. In più, buona fortuna a chi negozia nozze tra istituiti di due paesi i cui politici potrebbero non essere super-contenti di perdere i campioni nazionali”.

In Borsa Deutsche bank, che viaggia sui minimi (ma un euro sopra i 6,75 euro di un mese fa) ha perso uno 0,59%, dopo un tonfo di oltre il 3% a metà seduta per il rafforzarsi delle voci di fusione. Gli operatori, poco confortati dai dati 2018, temono invece l’avvicinarsi del boccone Commerz.

Andrea Greco, Repubblica.it

Share
Share