“Pagavano gli utenti per spiarli”, Facebook e Google sotto accusa

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Venti dollari al mese per osservare cosa si guarda sullo smartphone: il social finisce di nuovo nella bufera. E si difende: “Non c’era nulla di segreto. Solo una ricerca di mercato”. Intanto si viene a sapere che il gigante delle ricerche online faceva la stessa cosa

“Pagava per spiare le abitudini degli adolescenti” si legge online dall’Italia agli Stati Uniti. Ecco l’ultima polemica scoppiata contro il social network di Mark Zuckerberg. Stavolta finisce sotto accusa per un programma, Facebook Reserch App, che secondo alcuni avrebbe sbirciato nelle abitudini digitali di un gruppo di adolescenti dotati di iPhone della Apple. La stessa Apple, che in passato aveva già polemizzato più volte con Facebook, rincara la dose: secondo quanto riportato dalla testata Techcrunch, che ha condotto l’inchiesta, sostiene che il social network avrebbe violato le regole della sua piattaforma.

La risposta di Facebook: “Sono stati ignorati (negli articoli, ndr) gli aspetti fondamentali di questo programma di ricerca di mercato. Diversamente da quanto è stato riportato, non c’era nulla di “segreto”; tanto che era chiamato letteralmente Facebook Research App. Non si trattava di spiare, dal momento che tutti coloro che si sono iscritti hanno seguito una chiara procedura di registrazione che chiedeva il loro consenso e sono stati pagati per partecipare. Infine, meno del 5% dei partecipanti a questo programma di ricerca era costituito da adolescenti, tutti in possesso di un modulo di consenso firmato dai genitori.”

Il programma di Facebook, che ora verrà chiuso, era insomma una ricerca di mercato. Nulla di particolarmente diverso da quanto fanno tante altre aziende in giro per il mondo. Quel che non è piaciuto è che nella fase iniziale della registrazione il nome di Facebook non comparisse. Altri poi tirano in ballo Onavo, l’azienda acquisita da Zuckerberg nel 2013 per 120 milioni di dollari. Era un’app che aiutava gli utenti a minimizzare il traffico dati ma allo stesso tempo raccoglieva molte informazioni sul traffico stesso. Grazie ad Onavo Facebook si sarebbe accorta della crescita fulminante di WhatsApp spingendola a fare un’offerta per comprarla. Operazione conclusa nel 2014 per 19 miliardi di dollari.

Onavo ad agosto è stata bannata dall’App store di Apple, prima vittima dello scombio di accuse fra le due aziende e della evidente noncuranza o superficialità di Facebook nei confronti dei dati degli utenti. Ma al di là delle dichiarazioni di principio di Tim Cook, delle schermaglie con Zuckerberg e degli errori grossolani compiuti dalla sua multinazionale in fatto di privacy, il vero motivo dello scontro sembra essere il tempo che le persone spendono sui servizi per smartphone: un mondo che appartiene soprattutto a Facebook, Google, Neftlix e Spotify e molto meno ad Apple che non ne ha alcuno di vero successo. E questo la rende marginale.

A quanto pare anche Google faceva la stessa cosa con un’app chiamata Screenwise Meter, lanciata nel 2012 e ora bannata da Apple perché avrebbe violato anche lei la policy della Mela. Mettva in palio delle gift card e in cambio chiedeva di osservare il traffico dati. Google si è scusata ufficialmente ribadendo però che gli utenti che accettavano di istallarla lo facevano volontariamente. L’app non aveva accesso ai dati criptati e si poteva abbandonare il programma in ogni momento.

Il vero punto della questione quindi è capire se le tre app che facevano parte di Facebook Research (BetaBound, uTest e Applause) e quella di Google, aggiravano davvero le norme della piattaforma della Mela. Se così fosse, lo scontro potrebbe diventare guerra aperta. Sullo spiare invece l’accusa è un po’ forzata stando a quel che sappiamo al momento. Non solo perché i partecipanti erano consenzienti e pagati (nel caso di Facebook), ma anche perché i minorenni erano meno del 5%. Un po’ pochi per capire il successo di fenomeni come TikTok, fra gli obbiettivi principali di Zuckerberg e compagni stando a chi li accusa.

Repubblica.it

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