Lombardia apripista in politiche attive in stile scandinavo con i fondi europei

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euroChe quello della Dote unica lavoro (Dul) della Lombardia sia un modello di politica attiva, prima ancora delle valutazioni che ne danno gli attori coinvolti, lo dicono i numeri. Nell’ambito dei Programmi operativi regionali (Por) finanziati dal Fondo sociale europeo (Fse) dopo i 62 milioni di euro stanziati dalla Lombardia per la Dote lavoro nel periodo 2013-2015, dal 2016 al 2018, c’è stato un altro stanziamento di 180,7 milioni di euro per 169.313 beneficiari: il 95% delle 126.328 persone che hanno attivato percorsi di inserimento lavorativo ha trovato un impiego. A fine 2018, la Giunta regionale ha deliberato un nuovo stanziamento di 102 milioni di euro che avvia la terza fase dello strumento, nato nel 2013 per far fronte alla necessità di reinserire le persone al lavoro nella fase post crisi.

La terza fase della Dul incrocia la novità del reddito di cittadinanza con cui anche la Lombardia dovrà trovare il modo di agire in complementarietà. Come ha detto il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, al premier Giuseppe Conte in visita a Milano, «questo modello, affinato nel tempo grazie al confronto costante tra tutte le parti sociali, ha prodotto risultati eccellenti». Per Bonomi «la Lombardia si è dotata del più efficace sistema di riavvio al lavoro che esista in tutta Italia» e «con l’autonomia rafforzata, almeno per quanto attiene alle politiche attive del lavoro, contiamo di dare attuazione al reddito di cittadinanza in coerenza con quanto abbiamo già fatto, qui in Lombardia». L’assessore lombardo all’Istruzione, formazione e lavoro, Melania Rizzoli, spiega che «la nuova dote unica rafforza la sua complementarietà con le misure nazionali», per poter «garantire una più efficace distribuzione degli interventi e delle risorse pubbliche con cui vengono finanziati». Per evitare duplicazioni «l’accesso alla politica regionale viene modulato sulla base delle analoghe misure attivate a livello nazionale».

In questi anni la Dote unica lavoro ha trovato i suoi punti di forza innanzitutto nel percorso concertativo che ha coinvolto le parti sociali, la regione, le associazioni datoriali e i sindacati e poi nella complementarietà tra gli erogatori di servizi, pubblici, come i centri per l’impiego e l’Afol, e privati, come le Agenzie per il lavoro, i patronati, le fondazioni. Il sistema lombardo prevede infatti l’individuazione di erogatori di servizi e di un budget per operatore parametrato sulla dimensione e sulla base dei risultati ottenuti in termini di contratti di lavoro attivati. I servizi di politica attiva tengono conto delle caratteristiche del disoccupato e delle difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro per cui per i disoccupati più facili da ricollocare le attività a processo vengono riconosciute in misura minima, per i disoccupati più difficili da ricollocare si riconosce invece una quota maggiore. Il paniere di servizi offerti è molto ampio e comprende la formazione, l’orientamento e il reinserimento vero e proprio con l’incrocio tra domanda e offerta. Per il presidente di Assolavoro, Alessandro Ramazza, «la dote lavoro sperimentata in Lombardia rappresenta una best practice perché vi è stato un coinvolgimento di tutti gli attori sin dall’inizio, c’è un percorso lineare, è chiaro il ruolo di ognuno dei protagonisti della politica attiva e vi è una modulazione della premialità in relazione ai risultati raggiunti».

Che in qualche modo riportano a concetti come merito e produttività. Mirko Dolzadelli, segretario regionale della Cisl con delega al mercato del lavoro, spiega che «la dote lavoro avvicina la Lombardia ai paesi più evoluti in Europa nelle politiche attive. È stato il primo caso in Italia di politica attiva che ha fatto dialogare pubblico e privato e che è nato di concerto con le parti sociali, organizzazioni sindacali, regione Lombardia, associazioni imprenditoriali». La dote unica lavoro ha segnato un passaggio culturale importante che ha permesso di creare un sistema che si basa su due principi: l’universalità della politica del lavoro con attenzione maggiore alle fasce più deboli e la politica attiva come sistema integrato tra pubblico e privato che agiscono in una logica di complementarietà, non di competitività. L’arrivo del reddito di cittadinanza oggi pone le parti di fronte a una riflessione e cioè come integrare la Dote unica lavoro con il nuovo strumento che si rivolge anche a persone che si trovano in povertà estrema, sono da anni fuori dal mercato del lavoro e hanno, per vari motivi, forti fragilità. «L’obiettivo delle parti – dice Dolzadelli – adesso sarà fare sì che anche il reddito di cittadinanza possa far parte di questo sistema integrato dove vi è una forte valorizzazione delle parti sociali».

Cristina Casadei, Il Sole 24 Ore

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