Perché l’inflazione Usa è la variabile in grado di far deragliare i mercati

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Prudenza. Questa è la parola chiave per interpretare la politica monetaria della Federal Reserve che mercoledì ha confermato di voler congelare la stretta sui tassi e fatto capire di essere pronta a rivedere il piano di riduzione del bilancio alla luce dell’incertezza sulla crescita globale. Le decisioni prese al direttivo di mercoledì sono la conferma di un orientamento già espresso da Powell in un discorso pronunciato i primi giorni dell’anno che, a conti fatti, si è rivelato essere il più importante ”market mover” per i mercati finanziari di queste prime settimane dell’anno.

Dopo una seconda parte del 2018 all’insegna della volatilità sui mercati è tornata la propensione al rischio. A tutto beneficio del mercato azionario (da inizio anno l’indice borsistico globale ha guadagnato circa il 6%). Ma anche di altre classi di investimento rischiose come i BTp, che hanno consolidato il rally seguito all’intesa Ue sul bilancio e hanno registrato una forte domanda nel corso delle aste di gennaio.

La variabile della politica monetaria si conferma così il principale motore sui listini e se le aspettative di una stretta avevano contribuito notevolmente alla brusca ondata di vendite che si è vista per tutta la seconda parte del 2018, il cambio di rotta della Fed all’inizio di quest’anno (e di riflesso quello delle banche centrali di Europa, Cina e Giappone) ha innescato il rimbalzo.

Ma quanto è solida la prospettiva di una politica monetaria espansiva? È giusto dare per scontato che sui tassi il contesto resterà invariato anche nei prossimi mesi? Una maggiore prudenza è forse consigliabile per una serie di ragioni. In primo luogo perché la decisione della Fed è stata motivata soprattutto da timori sull’economia globale. In secondo luogo perché sul fronte domestico – ha fatto sapere la banca centrale americana – gli indicatori restano molto positivi. Nonostante la longevità del ciclo (l’economia cresce da 10 anni ininterrottamente) l’economia è in ottimo stato di salute e, con un mercato del lavoro prossimo alla saturazione, non è da escludere che le pressioni inflazionistiche possano tornare a farsi sentire nel prossimo futuro.

Secondo Euan Munro, numero uno di Aviva Investors, asset manager che fa capo al colosso assicurativo britannico, è proprio l’andamento dei prezzi al consumo negli Usa la variabile chiave da tener d’occhio nei prossimi mesi: «Uno dei presupposti alla base della prudenza della Fed – spiega – è il fatto che le aspettative di inflazione si siano ridotte. In realtà se l’inflazione è scesa è soprattutto per effetto del calo dei prezzi del petrolio (dai massimi di 84 dollari di ottobre il Brent è arrivato a toccare un minimo a quota 50 ndr.). Al netto di questo fattore e nella prospettiva di un recupero delle quotazioni dei greggio l’economia americana è soggetta a una ripresa dell’inflazione.

La disoccupazione è ai minimi da 40 anni e con gli sgravi fiscali è aumentato il reddito disponibile dei consumatori. D’altro canto le aziende sono soggette a un aumento dei costi per via dei dazi e per via dei salari in crescita. Il combinato disposto di un aumento domanda interna e di prezzi alla produzione più alti rischia rischia di provocare una risalita dell’inflazione. Che potrebbe essere anche molto marcata. A fronte di un simile scenario la Fed non avrebbe altre opzioni che tornare ad alzare i tassi».

Il quadro a quel punto rischia di farsi complicato. Non solo perché, nell’immediato, una stretta potrebbe comportare un cambio di rotta sui mercati. Ma anche perché è tutta l’economia mondiale a risentirne. Anni di politiche espansive hanno favorito la ripresa dell’economia a scapito di un aumento dei tassi di indebitamento e di una crescita della leva finanziaria. Soprattutto nel segmento corporate non finanziario e in particolare nei Paesi emergenti. «Un aumento dei costi del servizio del debito – spiega il gestore – rischia di far deragliare l’economia globale e rappresenta uno dei principali fattori di rischio correlati al processo di “normalizzazione” della politica monetaria».

Andrea Franceschi, Il Sole 24 Ore

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