Brexit, ora i mercati sperano in un remain

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Hedge fund e gestori stanno iniziando a sperare in un remain, ma prima di scommettere su questo scenario preferiscono aspettare con l’idea che sia meglio perdere un primo +10% del movimento di rimbalzo piuttosto che rischiare forti perdite. Soprattutto dopo un 2018 che ha messo a dura prova la pazienza dei clienti. Tanto più che dopo questi due anni di incertezza seguiti allo shock dell’esito del referendum, la sterlina è lontana dai livelli che aveva prima del voto e le azioni viaggiano a multipli considerati bassi. E proprio l’andamento di sterlina e gilt sembra dimostrare questo atteggiamento più propenso a credere in una marcia in dietro della Gran Bretagna, piuttosto che in un’uscita senza no deal.

Non preoccupa neanche il fatto che il leader dei laburisti, Jeremy Corbin, oggi presenterà una mozione di sfiducia contro il Governo May dopo la sconfitta del premier in Parlamento sull’accordo. La mozione, che verrà dibattuta oggi per circa sei ore e che ha già ricevuto il sostegno dello Scottish National Party, culminerà con il voto intorno alle 19 (20 ora italiana). Da questo punto di vista gli analisti politici si aspettano che al governo venga riconfermata la fiducia perché il partito conservatore non ha alcun interesse ad andare alle urne in questa fase.

Ieri sterlina si è deprezzata nettamente subito dopo la sonora sconfitta della premier May in Parlamento, con il cambio sterlina/dollaro che è sceso fino a 1,2669. La valuta britannica ha però subito recuperato terreno. Questo perchè, spiega Marshall Gittler di Acls Global, molto probabilmente i trader hanno ragionato sul fatto che, se il Parlamento inglese non riuscirà ad accordarsi sul piano di uscita entro il 29 marzo, l’Unione europea rimanderà la Brexit piuttosto che vedere la Gran Bretagna abbandonare l’Ue senza un accordo.

Pertanto per l’esperto gli investitori stanno pensando che la mancanza di un accordo è meglio di un qualche tipo di deal perché “permette di prendere tempo” e aumenta la probabilità che il Regno Unito faccia marcia indietro sulla Brexit, magari attraverso un nuovo referendum.

Anche per Greg Gibbs, currency strategist di Amp Gfx, la probabilità di un’uscita senza accordo è bassissima e pertanto il potenziale di deprezzamento della sterlina è significativamente diminuito. D’altro canto nell’attesa di aver chiarezza gli investitori si rifugiano nel Gilt decennale che ha raggiunto rendimenti vicini ai minimi toccati dopo il voto nel 2016.

Sottolineano da Ubs WM: “In questo momento non prendiamo alcuna posizione direzionale sulla sterlina o sugli asset UK. La reazione della sterlina al vota suggeriscono che i mercati non si attendono un esito negativo. Tuttavia riteniamo che l’incertezza rimanga alta e il mercato britannico resti volatile. Crediamo che nei portafogli l’esposizione agli asset britannici debba essere mantenuta neutrale affinché non ci sia maggiore chiarezza”.

Gli fa eco Karen Watkin, Multi-Asset Portfolio Manager di AllianceBernstein: “Nel breve termine la volatilità è destinata chiaramente a rimanere, cosa che potrebbe spingere gli investitori a un atteggiamento avverso al rischio, limitando così il rimbalzo di gennaio. L’esito finale è ancora così imprevedibile che gli investitori dovrebbero pensare attentamente a quanto rischio vogliono assumere nel mercato obbligazionario britannico e nei mercati valutari”.

D’altronde sottolinea di Dave Lafferty, chief market strategist di Natixis Investment Managers: “È importante riconoscere che il referendum su Brexit si basava su un ideale: un Regno Unito indipendente dall’UE. Finora, questo ideale non è stato accompagnato da un piano o processo realistico per realizzarlo. Fino a quando tale piano non emergerà, il processo di ritiro sarà probabilmente sospeso”

Di fatto, subito dopo il voto May ha sottolineato come la bocciatura mostri che cosa non vogliono i deputati, ma non cosa vogliano: e dunque ha annunciato che, se il suo esecutivo sopravviverà alla mozione di sfiducia, avvierà dei colloqui con i vari partiti per accertare se vi sono altre proposte in grado di ottenere il consenso della Camera, colloqui che verranno affrontati con “spirito costruttivo” ma che, dato che il tempo stringe, dovranno incentrarsi “su idee realmente negoziabili e che hanno un sostegno sufficiente all’interno della Camera”.

In caso di esito positivo si recherà quindi a Bruxelles per discuterne, il che fa a pugni con il suo precedente avvertimento, solo pochi minuti prima del voto, che l’Ue non avrebbe aperto dei nuovi negoziati e che non esiste un accordo alternativo, ma solo il no-deal.

Non è infatti chiaro se l’Ue, al di là di un non formalizzato impegno ad estendere la deadline dell’articolo 50, abbia qualcosa di cui discutere: il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ha avvertito che dopo la bocciatura “il rischio di un no-deal aumenta”, il che non sembra offrire molte speranze.

Il presidente del Consiglio Donald Tusk da parte sua è stato ancor più sibillino: “Se un accordo è impossibile, e nessuno vuole un no-deal, chi è che avrà infine il coraggio di dire qual è l’unica soluzione positiva?” ha scritto sul proprio account di Twitter, sembrando suggerire a Londra la posibilità di una clamorosa marcia indietro.

Un dietrofront che May ha di nuovo escluso subito dopo il voto, lanciando una precisa rassicurazione agli elettori britannici di voler rispettare l’esito del referendum; in questo la premier ha peraltro la cooperazione di Corbyn, che preferisce tornare alla urne piuttosto che prestarsi a un nuovo voto come gli chiede una buona parte della base e non pochi dei suoi deputati.

Roberta Castellarin, Milano Finanza

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