C’erano una volta / Arnoldo Mondadori

Share

Il genio autentico che rispettava la miseria

La fortuna di uno dei più grandi editori italiani non fu immeritata, ma arricchita dalla sua generosità d’animo, dalla sua volontà inesauribile. Una persona semplice che non ha mai tradito le umili origini e non si vergognava a chiedere aluto quando necessari

Ho incontrato Arnoldo Mondadori una sola volta, ma il ricordo resta indimenticabile. Ero a passeggio a Milano, nella celebre galleria di fianco al Duomo, insieme con Gaetano Afeltra, per me un idolo oltre che un maestro di giornalismo, com’era considerato da tutti. D’un tratto vidi Gaetanino agitarsi in un saluto a braccia larghe e poi lo vidi affrettarsi con deferente cortesia verso un anziano signore, che ricambiava il saluto affabilmente. Restai a distanza di qualche passo, rispettosamente. I due parlottarono per qualche istante, poi Afeltra (u sciur Felter, come lo chiamavano molti, con simpatia) mi fece cenno, sempre vistosamente, di avvicinarmi. «Arnolde Mondadore!», annunciò come un cerimoniere d’altri tempi, con le devianze tuttavia del suo fascinoso linguaggio meridionale. E si rivolse all’illustre editore così: «Chiste è o guaglione promettente di cui ti ho parlate… Si po’ fa na scommessa su di isso!». Mondadori mi strinse la mano e mi interrogò con curiosità garbatissima: «Lei lavora con Piero Ottone a Genova, vero?». Annuii, ero emozionantissimo. «Me lo saluti, è un grande giornalista». Eravamo alla fine degli anni Sessanta, Ottone dirigeva Il Secolo XIX e mi aveva assunto come capo dello sport. Mondadori mi fece qualche domanda, sempre gentilissimo, su Genova, sullo sport e anche sull’amore che Ottone aveva per la barca a vela, poi ci salutò: «Vi inviterei volentieri a pranzo, ma ho preso un altro impegno, e forse anche voi siete impegnati… Un’altra volta?». Non ci fu un’altra volta e si rivelò sbagliata anche la previsione di Gaetanino: «Statte accuorto, guagliò, statte pruonto: chillo presto ti chiama per conoscerte bbene!». Balbettai: «Davvero?». Mondadori era uno dei due geni dell’editoria italiana, l’altro era Angelo Rizzoli, i due erano leggendari avversari , competitivi e rivali, ma sempre leali. «Davvero!», disse Afeltra. Ma non successe.

Straordinaria è la testimonianza di Valentino Bompiani, che poco dopo la morte di Arnoldo lo ricordo così: «Se ripenso a lui, oggi coi miei 91 anni, e nei giorni del centenario della sua nascita, la prima cosa che mi viene in mente è la sua fortuna: che non fu affatto immeritata, ma fu arricchita dalla sua generosità d’animo, dalla sua voglia di avventura, dalla sua capacità di far lavorare, e bene, tanta gente che sapeva fare il proprio mestiere. Di Mondadori mi piaceva l’autentica genialità». Con lui Bompiani aveva lavorato per cinque anni come segretario generale della casa editrice: «In realtà io facevo l’editore per conto suo. Erano anni entusiasmanti, dal 1925 al ’30: pubblicare libri allora era difficile e bellissimo. Arnoldo era un uomo di grande garbo ed eleganza, pieno di pazienza e di tatto. Era anche una persona molto semplice, che non si vergognava a chiedere aiuto quando necessario. È stato forse proprio Mondadori a insegnarmi quale strada scegliere nel mio lavoro, soprattutto mi ha fatto capire cosa non avrei mai dovuto fare, perché senza una natura da elefante come la sua, sarei stato un vero fallimento, Così decisi di lavorare non in grandi dimensioni, per poter scegliere e curare ogni libro, personalmente». Bompiani ha ricordato pai anche gli ultimissimi anni di Mondadori: «Ormai la sua casa editrice era in mano ai figli e ai dirigenti, e lui non ne era crs il presidente onorario. Ma non si dava pace, non riusciva a staccersene: stava male eppure telefonava più volte al giorno per consigliare, comandare, sapere. Io ero preoccupato, lo vedevo affaticato: gli consigliai di stare quieto, di lasciar fare agli altri, di pensare solo a riposare. Lo convinsi e mi disse che nella prossima telefonata avrebbe dato fiducia ai suoi, avrebbe abbandonato le briglie. Entrai con lui nella cabina telefonica, per dargli una mano visto che faceva fatica a reggersi. Ripetè ai suoi, pari pari, il mio discorso: e poi concluse: “Però dopo riferitemi tutto!”. Anche questo mi piaceva di lui: era non solo un genio, ma un genio incorreggibile».

Da La Storia siamo noi, in Rai, ho raccolto questo ritratto: «Arnoldo mostra intraprendenza sin da giovane: prima come garzone, poi come venditore ambulante ed infine, grazie alla sua voce suadente, come lettore di didascalie al cinema del paese. Da quest’ultima esperienza porterà con sé per il resto della sua vita il soprannome di Incantabiss, ovvero incantatore di serpenti, proprio per via della sua voce e della sua grande capacità persuasiva». Degna di entrare in un’antologia la lunga analisi di Cristina, l’ultima figlia di Mondadori, e anche quella con la memoria più lunga. La figlia che dell’azienda sa tutto, anche se in azienda non ha mai lavorato. Racconta così la storia della casa editrice e del papà: «Tutto partì da Ostiglia, paesino della Bassa mantovana dove mio padre nacque nel 1889. Famiglia poverissima: la nonna contava persino le candele che consumava per permettere a papà di leggere, alla sera». Mondadori smise di studiare alla quinta elementare e Cristina racconta: «Era già tanto: i suoi fratelli si erano fermati alla terza: già allora papà era l’intellettuale di famiglia… A 17 anni entra in una cartoleria come tipografo: è lì, nel 1907, che nasce La Sociale, quella che poi sarà la casa editrice Mondadori, stampando come prima cosa la rivista Luce. Grande, papà, lo fu di certo. Se era più bravo a scegliere i libri da stampare 0 a far quadrare i bilanci? Entrambe le cose, ma forse più la seconda. Per il resto, era dotato di un grande intuito. Certi libri gli bastava sfogliarli. Poi si informava sull’autore, faceva di tutto per conoscerlo. Quando parlava, incantava davvero, anche se non era un uomo di cultura e aveva origini modeste». Le sue origini umili Mondadori se le tenne sempre strette: «Non se ne è mai vergognato, anzi», ricorda Cristina «se c’è una cosa che ha insegnato a tutti noi figli è stato proprio il rispetto della miseria». Importante è il ricordo sui rapporti con il fascismo: «Come tutti, anche papà dovette fare i conti col fascismo, per il quale stampò anche molti libri. Ma non aderì mai all’ideologia, la sopportò per il bene dell’azienda. Quando si vestiva per andare in udienza dal Duce e si guardava allo specchio in orbace con me piccola che assistevo alla vestizione, sbottava: “Che paiasada!” (pagliacciata)». Secondo Cristina il segreto dei padre è stato quello di «saper coinvolgere i suoi collaboratori, forse troppo. Mi ricordo da piccola, lui la domenica la passava a lavorare, io giocavo nello studio, sotto la sua scrivania, e lo sentivo telefonare: “Mi scusi se disturbo, ma volevo chiederle se…”. Lui viveva per il suo lavoro. Non parlava che dell’azienda: è stata la prima parola che gli ho sentito dire da bambina». E continua: «C’era una sorta di imperativo morale per papà: mai esagerare, mai un azzardo, mai sprecare. Era un uomo di rigore, in tutto. Sul lavoro prima di prendere una decisione ci rifletteva a lungo. Bisognava fare ogni cosa con attenzione, e con parsimonia». Sui divertimenti: «Mai fatto vita mondana. A parte il martedì sera al Rotary, niente vita di società. In compenso, avevamo scrittori per casa da colazione a cena. A Milano piuttosto che nella villa di Meina, me li ricordo tutti: Ernest Hemingway, capace di stare da noi anche venti giorni di fila, Thomas Mann così riservato, e poi Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale, Mario Soldati, Guido Piovene. Si può dire che la letteratura italiana di mezzo Novecento è passata da casa nostra, in piazza Duse, casa rigorosamente in affitto, perché papà non ha mai investito una lira fuori dall’azienda». Era un lavoratore instancabile: «Se gli capitava di uscire la domenica, il massimo era andare a fare un giro per librerie per vedere come erano posizionati i volumi Mondadori. Poi, alla sera portava tutta la famiglia a cena al Biffi Scala. Però, se era periodo di tartufi, si potevano ordinarli a turno: una domenica i maschi, la domenica successiva le femmine». Era sempre competitivo: «Addirittura all’edicola si faceva dare i giornali degli altri editori per vedere cosa avevano fatto, e poi li restituiva per non dare i soldi alla concorrenza».

Lui, Arnoldo Mondadori, rievocava così la sua prima esperienza nel mondo editoriale: «Mi offrii di fare il garzone tipografo in una vecchia antiquata tipografia ostigliese dove la polvere copriva completamente le casse dei caratteri, il torchio a mano giaceva quasi sempre immobilizzato, perché il padrone non aveva voglia alcuna di lavorare; e io mi misi a rispolverare, a imparare a comporre, a stampare». Ai figli diceva sempre: «Voi siete nati col sederino nel burro, io invece con il sederino nelle ortiche». Non perdeva mai l’ottimismo, e ripeteva sempre: «Quello che è stato non importa, domani è un altro giorno». Una frase che amava al punto che appena la lesse in un romanzo, decise subito di stamparlo: era Via col Vento. Prima edizione Mondadori, 1937. Figlio di un calzolaio ambulante e analfabeta, Arnoldo era nato a Poggio Rusco il 2 novembre 18&9. Nel 1913 sposò Andreina Monicelli, ebbero quattro figli: Alberto, Giorgio, che diventò presidente della casa editrice, Laura e Cristina. Il rapporto col figlio Alberto fu problematico e doloroso: Alberto voleva per la casa editrice una svolta militante che ponesse l’azienda nell’ambito politico progressista, dando spazio a pubblicazioni saggistiche di dibattito culturale e di impegno civile. I dissidi tra i due sfociarono nel distacco di Alberto, che fondò, pur rimanendo a lungo dipendente economicamente dal padre, la casa editrice Il Saggiatore. Arnoldo morì a Milano, ottantunenne, l’8 giugno 1971. La carriera, in sintesi? Il primo grande successo arrivò dalle pubblicazioni per le scuole: sussidiari, grammatiche e libri di lettura. Il mercato era dominato da Paravia di Torino, Bemporad di Firenze e Sandron di Palermo. Poi i libri e i periodici per ragazzi. Mondadori però aspirava a divenire l’editore per tutti, il primo bel colpo fu l’ingaggio di Gabriele D’Annunzio che lasciò la Treves. Poi nel 1929 la prim aserie del Giallo Mondadori, a seguire i Medusa, collana di grande narrativa straniera contemporanea, e ancora i romanzi polizieschi di Georges Simenon e l’accordo con Walt Disney, nel 1935, per Topolino. Nel dopoguerra i periodici popolari, da Bolero Film a Donna moderna, da Grazia a Cosmopolitan. E gli Oscar – il primo fu Addio alle Armi di Ernest Hemingway – venduti nelle edicole. Oggi, come tutti sanno, la Mondadori è di proprietà della famiglia Berlusconi, presidente Marina, primogenita di Silvio. Nel 2017 il fatturato della casa editrice è stato di 1.268,3 milioni di euro, con un utile netto di 30,4 milioni.

Share
Share