La Finlandia archivia il reddito di base universale

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Mentre in Italia il reddito di cittadinanza, bandiera del Movimento 5 Stelle, è ancora oggetto di dibattito e rimodulazioni, in Finlandia arriveranno a febbraio le prime valutazioni ufficiali sul reddito di base universale sperimentato in questi due anni. Si tratta dell’esperimento più moderno, ampio e articolato di un’idea – quella di un sostegno per tutti – che affonda le sue radici nella storia, negli scritti sul diritto alla terra del politologo americano Thomas Paine di oltre due secoli fa. Erano gli anni immediatamente successivi alla Guerra d’indipendenza americana e alla Rivoluzione francese e si trattava di una sorta di declinazione pratica del concetto di diritti umani universali, esaltato da quelle rivoluzioni.

A Helsinki il governo di Juha Sipilä ha lanciato nel 2017 un esperimento biennale, affidandolo all’Istituto nazionale di previdenza sociale Kela. Non si tratta, a essere precisi, di un vero reddito per tutti. È stato infatti selezionato un campione di 2mila persone disoccupate tra i 25 e i 58 anni alle quali, grazie a uno stanziamento di 20 milioni di euro, è stato garantito un assegno mensile di 560 euro (non tassati) per due anni, anche nel caso in cui – nel biennio in questione – avessero trovato lavoro. Proprio questa mancanza di vincoli, a differenza di altre provvidenze destinate ai disoccupati, è l’elemento più innovativo dell’esperimento, che mira a giudicare l’efficacia del reddito di base universale ai fini del reinserimento nel mercato del lavoro.

Avere anticipazioni ufficiali è impossibile, anche se la decisione del governo di non prolungare il test oltre la fine di quest’anno è stata interpretata da alcuni come una prima bocciatura. «Non abbiamo risultati – taglia corto Olli Kangas, capo del Dipartimento di ricerca del Kela e referente scientifico del progetto – i primi arriveranno alla fine di febbraio». Quello che invece il professor Kangas spiega è come la valutazione sarà effettuata: «Verificheremo prima di tutto se le persone inserite nel campione lavorano o no, ma siamo anche interessati alla questione più generale del loro benessere. Ci interessa inoltre vedere come la questione del reddito di base è stata trattata dai politici e dai media».

Qualche indicazione in più arriva da osservatori attenti come Ernesto Hartikainen, specialista senior in economia circolare del Sitra, il Fondo finlandese per l’innovazione. «I media – racconta – hanno intervistato alcuni beneficiari del reddito di base. Anche se si tratta di casi individuali e non di evidenze scientifiche ne è emerso un giudizio positivo sul fatto, per esempio, di non dover andare all’ufficio di collocamento per riempire moduli. Il mio punto di vista è, in effetti, che la gente abbia in questo modo più tempo da dedicare alla ricerca del lavoro o alla formazione anziché agli adempimenti burocratici».

Ma il reddito di base aiuta effettivamente il reinserimento nel mondo del lavoro o incoraggia la pigrizia? «È uno degli aspetti in discussione – spiega ancora Hartikainen – ma io credo che bisognerebbe porsi anche un’altra domanda, legata a una delle ragioni principali della sperimentazione in Finlandia: il reddito di base aumenta il benessere? Dobbiamo anche chiederci cosa si intende per “pigro”: parliamo di un individuo che non ha un lavoro retribuito o che è passivo e non fa niente? Perché il reddito universale di base consente, per esempio, di lavorare anche se la prestazione non è pagata o è sottopagata».

Il vero nodo dell’esperimento finlandese e di qualunque analoga sperimentazione è in realtà prima di tutto economico: capire se e come si concilia un reddito davvero universale con le esigenze di bilancio. Per Olli Kangas «molto dipende dalle politiche fiscali, ossia dalla capacità di spostare risorse dalle fasce più ricche al reddito di base», oltre che dalle dinamiche comportamentali innescate, se cioè «la gente si impigrisce o diventa più attiva e imprenditoriale». Secondo Ernesto Hartikainen «bisogna considerare anche il Paese: la Finlandia destina già molte risorse al Welfare e una delle idee alla base della sperimentazione è che il reddito universale di base possa essere meno costoso di un sistema più burocratico. Inoltre si devono considerare i costi sociali negativi di un aumento della disoccupazione, dei sussidi, della criminalità: l’alternativa potrebbe in definitiva essere più dispendiosa del costo diretto del reddito di base universale».

Michele Pignatelli, Il Sole 24 Ore

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