La Casa Bianca pensa a un nuovo divieto per Huawei e ZTE

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Il 2019 potrebbe cominciare non nel migliore dei modi per Huawei e ZTE. Le due compagnie sono da mesi sotto il torchio del Dipartimento del commercio degli Stati Uniti per via di varie accuse, tra cui la vendita di attrezzature a paesi nemici di Washington e attività di spionaggio assieme al governo di Pechino. In sintesi, il dicastero federale ha affermato che gli strumenti prodotti dai colossi, principalmente infrastrutture per le connessioni di rete, soffrirebbero di seri problemi di sicurezza, un modo per i rivali orientali di monitorare quello che fanno su internet le aziende e i cittadini collegati al web tramite l’hardware fornito ai partner sul suolo americano (modem, router, antenne, persino gli smartphone).

Dopo una serie di indagini interne, di cui ad oggi non esistono prove divulgate pubblicamente, Trump ha imposto a ZTE una maxi multa di oltre 1 miliardo di dollari per rientrare nel mercato Usa, mentre con Huawei la situazione è ben più complicata e aggravata dall’arresto e poi rilascio, in Canada ma per volontà dell’FBI, di Meng Wanzhou, direttore finanziario e figlia del fondatore del gruppo.

Nuovo veto. Dopo aver invitato gli alleati a diffidare di entrambe le multinazionali, sembra che Trump voglia appellarsi all’International Emergency Economic Powers Act per affossare definitivamente il business delle società oltre la Grande Muraglia. L’Act in questione è una legge che conferisce al Presidente l’autorità di regolare il commercio di import ed export in risposta a un’emergenza nazionale, in questo caso digitale. Con l’attuazione della norma, prevista per gli inizi del nuovo anno, nessuna compagnia americana potrebbe più acquistare da Huawei e ZTE alcun artefatto, sia nel merito delle apparecchiature di collegamento ai network (non solo pubblici ma anche aziendali) che dispositivi rivolti alla massa, come smartphone e tablet.

Sarebbe l’ultimo passo dell’amministrazione per tagliare fuori dal panorama quei marchi che in Cina vengono considerati come esempi di eccellenza e competitività hi-tech a livello mondiale. Non a caso, proprio Huawei ha annunciato di aver superato quota 200 milioni di smartphone venduti nel corso del 2018, confermandosi secondo produttore globale dopo Samsung e prima di Apple.

Revisione del testo. Al momento, per la Reuters il testo dell’atto è in una fase di adattamento e aggiornamento, ma è improbabile che al suo interno verranno menzionate Huawei o ZTE. Il motivo è semplice: l’International Emergency Economic Powers Act potrà essere tirato in ballo anche in futuro nel caso di dubbi, presunti o meno, circa realtà intese quali minacce per gli States. Di certo la questione ha una sua urgenza, visto che il governo degli Stati Uniti si appresta a varare la lista dei fornitori validati, a cui gli operatori di telefonia e internet potranno rivolgersi per proseguire la marcia verso il 5G. Senza i big cinesi, in pole per l’assegnazione dei lavori, rientrano in pista vari soggetti medio-grandi, rinvigoriti dal ban del tycoon.

Scontri continui. Come ricordato, le tensioni tra i paesi sono aumentate in modo significativo con l’arresto in Canada del Chief Financial Officer di Huawei, Meng Wanzhou, a cui la Cina ha risposto con il fermo di tre cittadini canadesi, con la vaga accusa di attentare all’integrità della nazione. Nonostante i timidi tentativi telefonici di riavvicinamento avvenuti tra Trump e il leader cinese Xi Jinping, lo stallo si è rapidamente trasformato in scontro, destinato a intensificarsi nei prossimi mesi.

Antonino Caffo, Corriere.it

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