Leader e non capi, ecco i manager del futuro

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Pochissime donne e troppe figure parentali, figli, nipoti, fratelli. E’ l’identikit dei manager italiani che si sono interrogati su loro stessi per comprendere come migliorare le competenze e affrontare le sfide che un’economia globalizzata e in continua mutazione li vedrà protagonisti nel futuro. L’indagine è stata curata da Federmanager e da The European House-Ambrosetti. Sono stati intervistati 1.631 i manager. E la composizione del campione (87% uomini e 13%) donne svela quanto il sesso femminile comandi ancora poco in azienda. Ma detto ciò il campione è rappresentativo della realtà italiana, dove sul terreno ci sono tante piccole e medie aziende. Troppo piccole per competere con quelle estere, ben più corpose e con peformance migliori. Certo la grandezza aiuta, ma l’indagine punta il dito proprio sul gap di managerizzazione delle piccole imprese italiane. Troppo basso. Non c’è nessuno che le aiuti a spingersi all’estero o a digitalizzarsi. L’altro handicap, che è figlio del primo, è la tipologia del management. Nel 70% delle aziende familiari il bastone del comando rimane in famiglia. Un fenomeno diffuso anche in altri Paesi. Solo che la percentuale di imprese a conduzione familiare è nettamente più basso all’estero. Il risultato, secondo i ricercatori dello Studio Ambrosetti, è un basso di livello di meritocrazia, a vantaggio di una cultura della lealtà e fidelizzazione.

Obiettivo dell’indagine è comunque delineare la figura del bravo manager. Chi è? Quali competenze deve avere? Sincerità, coinvolgimento democratico e azione. Questi i tre elementi chiave che distinguono oggi i manager italiani. La sincerità è intesa come trasparenza e rappresenta la propensione verso la condivisione delle informazioni. Una qualità comune all’81% degli intervistati. Il coinvolgimento democratico è il secondo valore guida. Il 72% del campione ritiene che la leadership debba essere esercitata in modo democratico: per il 42% il processo decisionale deve avvenire mediante la consultazione allargata tra tutte le forze in campo mentre il 30% preferisce modalità di leadership a rotazione. C’è infine l’azione, inteso come elemento di efficacia. Quasi la metà (47%) mostra un forte orientamento al problem solving e all’ottimizzazione delle risorse. E un 21% di manager identifica il proprio ruolo nel fare piuttosto che nell’essere qualcuno.

Se questi sono i tre valori guida del bravo manager come persona, l’efficacia e lo spirito imprenditoriale sono le due qualità che vengono riconosciute dal punto di vista delle competenze tecniche. La prima è la capacità di snellire i processi e l’organizzazione per dare risposte veloci ai cambiamenti. Una qualità necessaria sia per importanza sia per adozione. Subito dopo è indicata l’imprenditorialità, che riflette una forte iniziativa personale e si identifica come decisionalità veloce e tempestiva.

“Questo studio ci ha confermato la propensione dei nostri colleghi a prendere decisioni in tempi rapidi e la voglia di innovare – ha spiegato Stefano Cuzzilla, presidente Federmanager – ma abbiamo scoperto anche un’attenzione particolare a valori di responsabilità e trasparenza, condivisione e comunicazione. Tutti elementi che fanno pensare che nel futuro il manager sarà sempre più un leader e sempre meno un capo. Mentre la capacità di snellire i processi e di organizzare il lavoro esercitando una leadership diffusa – aggiunge Cuzzilla – farà sempre più la differenza in un contesto produttivo che sta affrontando trasformazioni epocali legate all’avvento delle nuove tecnologie”. Ma l’aspetto centrale, per il presidente di Federmanager, è affrontare il passaggio generazionale. Come dire che se in famiglia non c’è nessuno capace di innovare o di portare l’azienda verso i mercati esteri, lasciate perdere. E assumete un bravo manager.

Barbara Ardù, Repubblica.it

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