C’erano una volta / Oscar Luigi Scalfaro

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L’irresponsabile che ha peggiorato l’Italia

Le sue ingerenze dal Quirinale hanno influito in modo non corretto sulla nostra storia. Per codardia respinse il decreto che avrebbe cambiato il Paese. Fu ossessionato dal moralismo tanto da stroncare pure Antonioni e Fellini. Il necrologio della misteriosa Wilma

(di Cesare Lanza per LaVerità) Lo dico subito, per correttezza verso i lettori, anche se penso che molti siano d’accordo con me: Oscar Luigi Scalfaro non mi è mai piaciuto. Per tanti motivi. Ma vi rivelo subito quello più grave: lo considero il personaggio (ir)responsabile che cambiò – in peggio – la storia italiana. Nel pieno dello scandalo di Tangentopoli non ebbe l’autonomia e il coraggio per opporsi alla pressione popolare e allo strapotere della magistratura. Intendiamoci: Tangentopoli era inevitabile e indispensabile. Ma si sviluppò purtroppo con omissioni, crudeltà, superficialità ed eccessi a mio parere ingiustificabili, e spero che prima 0 poi gli storici metteranno a posto le cose: è una speranza fragile perché ben sappiamo che, dacché mondo è mondo, tranne poche eccezioni, gli storici cedono alla comoda tentazione di celebrare chi vince e di mostrarsi inesorabili verso i perdenti. Comunque, il punto cruciale della ferocia e dell’approssimazione di Tangentopoli fu questo: la legge in vigore non faceva distinzione tra il finanziamento illecito dei partiti e la corruzione. Reati di ben diversa gravità, non vi pare? Il mantello rivoluzionario di Tangentopoli – ma si è poi ben capito che rivoluzionario non fu – e la ghigliottina coprivano tutto, giustizia e ingiustizie, buon senso e non senso. Ricordiamo bene quei giorni: al mattino si aspettava (come si fosse al Colosseo, più di duemila anni fa) chi fossero i malcapitati destinati al carcere, e chi – assai più raramente – fosse graziato con un pollice alzato. Intendiamoci bene, la magistratura faceva ciò che doveva: applicava la legge. Sbagliata e assurda, ma quella era la legge. In gran parte dei Paesi occidentali, non meno civili del nostro, la distinzione tra finanziamento illecito e corruzione è ben tracciata è definita. Da noi no. Ma torniamo a Scalfaro.

Nella tempesta di Tangentopoli chi aveva coraggio (quindi, in minoranza) pensava e sperava che si potessero mettere a posto le cose. Al governo era Giuliano Amato. Che fosse uomo di grande coraggio molti, allora e oggi, non erano certo convinti. Quanto a me, lo apprezzo molto e arriverei a scrivere «lo adoro», se non avesse girato le spalle a Bettino Craxi. Amato, che conosce il diritto come pochi altri, preparò un decreto legge (che sarebbe quindi andato in vigore subito) che avrebbe corretto le disfunzioni, sia sul piano giuridico, sia su quello umano. E Scalfaro sembrava propenso ad accoglierlo. Ma la reazione dei magistrati, popolari come divi per la loro inchiesta Mani pulite, fu furente, e travolgente quella del popolo scatenato. Così Scalfaro, presidente della Repubblica, non firmò, respinse il decreto. Sono convinto che, senza quella gravissima titubanza, grazie ad Amato la storia italiana sarebbe cambiata. Invece, i partiti furono abbattuti: non tutti, e certo non c’è bisogno di ricordare il partito che si salvò. A Tangentopoli subentrò, come sappiamo, il caos. Nessun vero cambiamento: i grandi politici di allora furono sostituiti da mezze figure, ex portaborse… E ci fu la lunga stagione di Silvio Berlusconi, genio nel bene e purtroppo anche nel male, puntualmente braccato da alcuni magistrati, spinti a volte più da tentazioni politiche che dal desiderio di applicare leggi e fare giustizia. Di tutto ciò il maggior responsabile, dunque, per me fu Scalfaro: altri, al Quirinale (un nome per tutti, Francesco Cossiga), si sarebbero comportati diversamente. E le ingerenze di Scalfaro non solo non si limitarono a quella, ma in seguito sono state continuate da Giorgio Napolitano. Il Quirinale insomma ha influito sulla nostra storia recente in modo non corretto, senza averne il diritto.

Non mi è mai piaciuto, Scalfaro. Fin da quando ero ragazzo, per la sua misoginia. Memorabile lo schiaffo (se schiaffo fu), comunque l’aggressione verbale, in un ristorante, a una signora colpevole di indossare un abito scollato. Tutta la sua biografia è costellata di episodi di scandalizzata misoginia, ma rimane leggendaria la scenata contro la donna che si tolse un bolerino. Risale al 1950: da allora in poi, le cronache non hanno smesso di tramandarlo tra ricostruzioni plausibili e leggenda. 20 luglio, a Roma fa un gran caldo. Nel ristorante Chiarina di via della Vite il trentaduenne sottosegretario Scalfaro pranza con due colleghi di partito. A un certo punto si accorge che ad un altro tavolo una signora, insofferente all’alta temperatura, si è tolta il bolerino rimanendo con le spalle nude. Il politico democristiano si alza e, al grido «è uno schifo, una cosa indegna e abominevole! Lei manca di rispetto ai presenti, se è vestita così è una donna poco onesta!», le intima di rivestirsi. Secondo un’altra versione, il futuro presidente della Repubblica affibbia addirittura uno schiaffo alla signora, a suo parere spudorata. Ma la vera verità non si sa. E non finì lì: la signora, Edith Mingoni in Toussan, era militante del Movimento sociale e chiamò in sua difesa il padre, colonnello dell’aviazione, e il marito capitano. Uno dopo l’altro, i due uomini sfidarono Scalfaro a duello. Ma lui non accettò, adducendo l’obiezione di coscienza per motivi religiosi. La polemica, esplosiva, continuò e coinvolse persino Totò, che al politico indirizzò una lettera aperta, firmata principe Antonio Focas Flavio Comneno De Curtis, accusandolo in pratica di vigliaccheria per essersi sottratto al confronto armato. La baruffa alimentò per mesi la stampa, in particolare le pagine del Marc’Aurelio e del Travaso, i settimanali satirici dell’epoca. Divertì moltissimo Federico Fellini, che nel film Boccaccio ’70, diresse un episodio, intitolato «Le tentazioni di Don Antonio»: protagonista un bacchettone ossessionato dal manifesto di una popputissima Anita Ekberg che invita a bere più latte, e poi al ristorante schiaffeggia una signora troppo scollata… Al di là di episodi pittoreschi e leggende, Scalfaro era ossessionato dal pudore. Non soltanto come membro della commissione di censura cinematografica. Nel 1995, da presidente della Repubblica, venne invitato alla Mostra di Venezia alla proiezione del film di Antonioni Al di là delle Nuvole. Nel buio della sala, davanti alle scene erotiche, il capo dello Stato non nascose il proprio imbarazzo, mentre la figlia Marianna, accanto a lui, gli spiegava che non c’era da arrabbiarsi perché il film era un’opera d’arte.

Scalfaro era nato a Novara il 9 settembre 1918, figlio del barone Guglielmo e di Rosalia Ussino. Agli Scalfaro, famiglia originaria della Calabria (Sambiase, ora Lamezia Terme), il titolo baronale era stato concesso da Gioacchino Murat nel 1814. Il 26 dicembre 1943 Scalfaro aveva sposato Mariannuzza Inzitari, che morì, appena ventenne, nel dare alla luce la loro unica figlia, Marianna, nata a Novara il 27 novembre 1944. Amatissima, com’è noto, dal papà. La «signorina», così la chiamavano al Quirinale, in alternativa «first miss», in mancanza di una first lady, in realtà si chiamava Gianna Rosa, ma fu ribattezzata Marianna, come la madre. Fu spesso contestata per veri e presunti privilegi. Scrissero: «Lui non c’è più, ma la scorta sì, per la figlia oggi settantenne. Perché? Una minaccia ricevuta dal padre, nel lontano 1993, da una sedicente Falange armata, con un messaggio che faceva riferimento a “quello che ha di più caro”, cioè l’unica amatissima figlia. Dopo 21 anni, si vede che la figlia di Scalfaro è ancora in grave pericolo se le è stata conservata una scorta». Scalfaro morì il 29 gennaio 2012. Tra i numerosi necrologi che avevano accompagnato sui giornali la sua scomparsa spiccava quello apparso proprio in fondo su La Stampa di Torino: semianonimo, personalissimo e femminile. A scriverlo una misteriosa Wilma: «Dopo una vita di grande affetto, profonda amicizia, stima, la mancanza è puro dolore, la speranza è nel nostro patto». Testo che incuriosì: che cosa spinge a rendere pubblico un privatissimo patto con l’ex presidente della Repubblica? E anche sorprese, perché della vita privata di Scalfaro si sapeva poco o nulla. Mistero… L’unica presenza femminile è sempre stata quella della figlia Marianna

CAl moralismo di Scalfaro fu attribuita anche una stroncatura di La dolce Vita di Federico Fellini: «È un incentivo al male, al delitto, al vizio… è tempo, che quel “basta”, finalmente gridato dagli spettatori, si indirizzi ai pubblici poteri cui compete e la sanità e il rispetto del buon nome di un popolo civile». In occasione dell’uscita del capolavoro di Fellini nel 1960, su L’Osservatore romano vennero pubblicati due articoli («Basta!» e «La sconcia vita»), che attaccavano pesantemente il film. Molte fonti attribuirono i due articoli a Scalfaro, ma la certezza non c’è. È rimasta anche famosa quella ribellione televisiva, «Io non ci sto», al culmine di alcuni devastanti episodi, che costellarono il suo settennato: al punto da far ipotizzare seriamente l’abbandono della carica di capo dello Stato. Era al Quirinale da 19 mesi quando sui giornali apparirono le prime indiscrezioni, che arrivavano dall’ex direttore amministrativo del Sisde, il servizio segreto civile, Maurizio Broccoletti. Si disse che fondi «non sempre per fini istituzionali» erano andati per diverso tempo a ex minislri dell’Interno e a uomini politici, tra cui Scalfaro. Settimane di feroci polemiche. E il capo dello Stato, dopo aver meditato le dimissioni, contrattacca con un messaggio a reti unificate, in una diretta tv che fece epoca (seguita da oltre 22 milioni di persone). Era il 3 novembre 1993. «Io non ci sto… a questo gioco al massacro… Occorre rimanere saldi e sereni poiché prima si è tentato con le bombe, ora con il più vergognoso e infame degli scandali». E da quel momento la sua linea fu quella del riserbo: affrontò il tema pochissime altre volte, Scalfaro preferì lasciare agli altri vertici istituzionali il compito di difenderlo. Secondo lui, in sintesi, si trattava di un ricatto portato non alla sua persona, ma alla istituzione della presidenza della Repubblica. Tra dichiarazioni, smentite, indiscrezioni e una vera e propria alluvione di verbali di interrogatorio pubblicati sui giornali, il giallo del Sisde minacciò il Quirinale per oltre un anno, intrecciandosi anche con i contraccolpi di Tangentopoli e le mai chiarite minacce che arrivavano dalla Falange armata anche al Colle. Sono innumerevoli le dichiarazioni compiacenti, retoriche (e false), sulla sua figura. Ricordo solo quella, come al solito brillante, di Indro Montanelli: «I voti dei democristiani non sono andati al partito; sono andati a Scalfaro, democristiano talmente anomalo, che si permette persino di credere in Dio».

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