Google vara le regole per controllare le pubblicità politiche alle elezioni europee

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Lo sforzo è quello di aumentare la trasparenza, e di recuperare la credibilità. Google è pronta a lanciare nuove regole interne per accettare pubblicità sulla sua piattaforma in vista delle elezioni europee nella primavera del 2019 per evitare la manipolazione dei voti. L’annuncio di Mountain View è arrivato in un post sul blog aziendale nella serata di ieri alla fine di un anno di intense indagini nel Congresso americano su come i più popolari servizi di internet sono stati usati per diffondere disinformazione e fake news durante le elezioni americane del 2016 per cui è ancora in corso un’inchiesta federale sul cosiddetto Russiagate nella quale è coinvolto il presidente Donald Trump. Per il voto di mid term le grandi società hi-tech hanno adottato dei rigidi protocolli di controllo. Ora tocca all’Europa.

A settembre Google, Facebook e Twitter e altre aziende hi-tech e di pubblicità hanno già adottato un codice di condotta comune per i paesi dell’Unione europea. Come parte di questo piano sia Google sia Facebook si sono impegnate a sviluppare degli strumenti di trasparenza per controllare gli annunci pubblicitari con contenuto politico nel Vecchio continente, dopo il rodaggio avvenuto con le elezioni mid term. Google è già pronta: sul blog ha annunciato che richiederà a tutti gli investitori pubblicitari una serie di informazioni preliminari prima di accettare il pagamento, che potrà avvenire solo quando verrà verificata l’idoneità della campagna e di chi la propone. Anche Facebook si prepara a introdurre un sistema simile.
«Abbiamo ragionato a lungo sulle elezioni e su come continuare a sostenere i processi democratici in tutto il mondo, a partire da una maggiore trasparenza dell’advertising politico», scrive in un blog post Lie Junius, responsabile delle policy pubbliche di Google nella Ue.

Da gennaio 2019 tutti gli inserzionisti politici che vorranno usufruire dei servizi offerti dalla piattaforma di Google dovranno prima essere “approvati”, sottoponendosi a un processo rigoroso di controllo e di presentazione di documenti, come la registrazione, nel caso dei partiti politici o, in caso di privati cittadini, il numero di passaporto e la nazionalità (per evitare annunci da Russia, Cina o altre parti del mondo). Senza il via libera, le campagne pubblicitarie non potranno essere accettate né tantomeno, di conseguenza, i pagamenti.

Google pubblicherà anche un report sulla trasparenza delle Ads nella Ue in concomitanza con la campagna elettorale, che offrirà tutta una serie di informazioni, tra cui un archivio e un servizio di search per risalire all’identità e alla nazionalità dei soggetti che hanno pagato una determinata campagna, per quanto tempo, e con quale target.

La Commissione europea per fine anno attende di vedere le misure decise dai big hi-tech prima di decidere ulteriori eventuali azioni legislative a tutela della privacy e della regolarità delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento.
Le elezioni presidenziali americane e anche il referendum sulla Brexit hanno mostrato quanto nell’era di Internet i social e i motori di ricerca possono condizionare l’andamento del voto e influire sui regimi democratici. Ora i big hi-tech tentano di correre ai ripari per recuperare la credibilità perduta. Secondo diversi osservatori il punto debole è che le stesse società di servizi internet che diffondono le campagne a pagamento, secondo queste policy interne, diventano anche controllori. Viene eccepita insomma l’assenza di una figura terza: il controllato diventa controllore.

«Le regole democratiche – ha detto a Ft Will Moy, direttore di Full Fact che ha pubblicato un report sull’argomento dopo lo scandalo Cambridge Analytica – non possono essere decise da società private. Le leggi sugli annunci elettorali nell’era di internet non funzionano più. Google potrebbe aver fatto una cosa davvero utile e preziosa. Ma è ridicolo che siano loro a scegliere. Le regole dovrebbero essere elaborate attraverso processi aperti e democratici, e non dalle società di internet. I parlamenti devono aggiornare le leggi elettorali per proteggere le elezioni contro le minacce moderne».

Riccardo Barlaam, Il Sole 24 Ore

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