C’erano una volta / Giorgio Bocca

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Schietto e fazioso, non ti annoiava mai

Nella mia personale classifica Montanelli era il numero 1, mentre Giorgio stava alla pari con Biagi. Insieme schierato e autonomo, il suo credo politico nel tempo è cambiato: elogiò Craxi, poi votò Lega perché lo aveva cacciato. Infine contrastò anche il Carroccio

(di Cesare Lanza per LaVerità) Nella mia adolescenza, cioè sessant’anni fa, tre giornalisti erano considerati personaggi di assoluta superiorità su tutti, nel nostro settore: Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca. Molto diversi e molto simili per vocazione e attitudini, tutti e tre longevi, popolari e famosi, celebrati da folle di lettori e sostenitori. E a loro modo erano anche amici. In redazione, noi ragazzi «abusivi» (senza un contratto, eravamo chiamati così) discutevamo spesso su chi, dei tre, fosse il più bravo. Qualche volta, a giornale chiuso in tipografia, alle nostre chiacchiere si aggiungevano i redattori anziani, sussiegosi, con la voglia visibile di sentenziare e zittirci. Alla fine, al primo posto si faceva una classifica. La mia graduatoria – che era poi quella solitamente prevalente – in più di mezzo secolo non è mai cambiata. Al primo posto, indiscutibile, Indro. I suoi articoli di fondo erano inarrivabili. Ma c’era di più: lo distingueva dai due rivali un naturale carisma, una superiorità riconoscibile anche se Montanelli, il campionissimo, non faceva niente per esibirla. Quanto a Biagi e Bocca, si accendevano discussioni perché Enzo era considerato di destra è Giorgio di sinistra. Io molto raramente mi sono lasciato influenzare dalle posizioni politiche, per giudicare valori e qualità. Per me, i due erano alla pari. Biagi più completo (direttore, inviato, intervistatore: nella carta stampata e in televisione), sommo divulgatore come Montanelli, scrittura e linguaggio alla portata di tutti. Bocca impegnato, aspro, polemico, inchiestista coinvolgente, determinato, anche fazioso, dagli impulsi politici spinto a eccessi e anche a errori. Di fortissima personalità. Ho già raccontato Montanelli e Biagi in queste pagine. E oggi tocca a Bocca. Ho conosciuto bene, anche se sporadicamente, e intervistato, Indro il campionissimo. Rari e relativamente superficiali gli incontri con gli altri due. E, scrivendo di Bocca, come d’abitudine lascio grande spazio a testimoni autorevoli e a chi lo ha conosciuto bene.

Montanelli, In un’intervista alla Stampa: «Giorgio Bocca ha detto che io sono un bravissimo giornalista che non capisce nulla di politica. Bocca non mi delude mai: riesce sempre a dire di me quello che io penso di lui». Giampaolo Pansa: «Giorgio Bocca può essere raccontato anche in poche parole. Il suo è stato un grande giornalismo, ma anche una grande faziosità e anche grandi errori. Abbiamo lavorato insieme negli stessi giornali, a cominciare dal Giorno, per concludere, poi, tanti anni alla Repubblica, L’Espresso, ma non siamo mai stati amici. Bocca era un tipo d’uomo complesso: non amava avere concorrenti e neppure contraddittori. Abbiamo combattuto molte guerre uno contro l’altro, inutile rievocarle. Oggi Giorgio è scomparso. Non so se mancherà all’Italia come dice qualcuno dei suoi colleghi della Repubblica, però certamente lascerà un vuoto… che io, però, non rimpiango». Enzo Bettiza: «Giornalista d’istinto, Capace di rendersi simpatico e antipatico. Lo incontrai a Macao, lo portai in giro, lo aiutai. Il giorno dopo lessi nel suo articolo: «C’è qui anche il decadente Bettiza». Massimo Fini: «Giorgio Bocca era detestato dalla destra. Se chiedevi a un berlusconiano chi proprio non potesse sopportare rispondeva: Di Pietro, Travaglio e Giorgio Bocca».

Si poteva essere d’accordo o no, ma ciò cine Bocca diceva era caustico, schietto: crudo o estroso, comunque interessante. Sul giornalismo: «È un po’ come lo spettacolo, come il ballo, il teatro. Devi saper ballare, devi saper recitare, non puoi ingannare i tuoi colleghi. A volte la marcia può essere molto lenta, ma chi sa durare riesce». Su Montanelli: «So solo che Indro è fatto così: un maestro di giornalismo, che ogni tanto s’impenna con qualcuna delle sue bizzarrie». Sulla Resistenza: «Quando c’è un caso che riguarda la Resistenza sono tacciabile come uno che dà sempre ragione ai partigiani». Sul dovere: «Quelli disposti a morire per il mestiere non li ho mai capiti. Anch’io sono stato in Vietnam, ma sempre per dovere, mai per vocazione». Sui partiti: «Per me destra e sinistra si equivalgono in stupidità». Sui terroristi: «A me queste Brigate rosse fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti; e quando i magistrati e gli ufficiali dei carabinieri e i prefetti ricominciano a narrarla, mi viene come un’ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla». Poi, molti anni dopo, l’esame di coscienza: «In quegli anni noi cronisti non capimmo niente della sinistra armata. Quando il giudice Viola scopriva gli incredibili covi dei Gap con dentro anche fucili da caccia, noi sorridevamo. Invece i covi erano veri, i fucili da caccia anche, il gioco tragico di Giangi Feltrinelli pure». E ancora, sulla televisione: «L’errore capitale commesso da Silvio Berlusconi e da altri fondatori di network privati non è stato tanto quello di investire in uomini e mezzi prima che fosse data una legislazione precisa, ma nel non aver capito, subito, che anche il boccone saporito delle tv private, prima o poi sarebbe finito sotto i denti dei nostri partiti.» Sul rapporto con Dio: «Non credo perché non l’ho mai incontrato. Possibile che questo Dio così potente non abbia mai trovato il tempo di manifestarsi?… ». Ed ecco una riflessione che oggi come quarant’anni fa sarebbe al centro di roventi dibattiti: «Della Costituzione italiana me ne frego. A me importa della costituzione morale. Credo di più al Vangelo che non alla Carta. Nel Vangelo c’è qualcosa di divino che nelle Costituzioni liberali non c’è».

Giorgio Valentino Bocca era nato a Cuneo il 18 agosto 1920 e morì a Milano il giorno di Natale, il 25 dicembre 2011, a 91 anni. I genitori erano entrambi insegnanti, lui si iscrisse agiurisprudenza a Torino. Gli è stata contestata, da sinistra, la sua adesione giovanile al fascismo. Si iscrisse al Guf, Gruppo universitario fascista: divenne noto a livello provinciale anche per i suoi risultati nelle competizioni sciistiche, ricevette una medaglia doro nel 1940 a Roma da Benito Mussolini. Allo scoppio della guerra venne chiamato alle armi come allievo ufficiale nel Regio esercito, nel corpo degli Alpini. Il 4 agosto 1942 firmò un articolo sul settimanale La Provincia Grande (foglio della Federazione dei fasci di combattimento di Cuneo) nel quale imputava il disastro della guerra alla «congiura ebraica» a cui «l’Europa ariana» dovrebbe opporsi». Ma poi fondò, dopo l’armistizio, le formazioni di Giustizia e libertà e aderì alla lotta partigiana. Professionalmente, è stato un lucido testimone (critico) dell’incredibile boom economico italiano dopo la guerra. La sua carriera: redattore alla Gazzetta del Popolo, nel 1954 a Milano all’Europeo, poi inviato del Giorno di Enrico Mattei, diretto da Italo Pietra. Nel 1975 tra i fondatori della Repubblica e, oltre all’attività di editorialista sul quotidiano, firmava sull’Espresso la rubrica L’antitaliano. Era attratto dalla televisione: niente di paragonabile però alla bravura di Enzo Biagi, non aveva i tempi televisivi (Montanelli della tivù si infischiava allegramente). Per le reti Fininvest di Berlusconi, a partire dal 1983, Bocca ha ideato e condotto una serie di programmi giornalistici: Prima pagina, Protagonisti, 2000 e dintorni, Il cittadino e il potere. E anche opinionista di Dovere di cronaca e Dentro la notizia. Nel 1989 ha condotto per Canale 5 un’inchiesta giornalistica sul terrorismo italiano e internazionale degli anni Settanta-ottanta, dal titolo II mondo del terrore. Quanto ai libri, ha avuto successo: non come Montanelli e non alluvionale come Biagi, ma con un’identità forte e aggressiva, da storico e testimone del proprio tempo. Ricordo Storia dell’Italia partigiana, Palmiro Togliatti, Il provinciale, Il viaggiatore spaesato, Voglio scendere!, Il secolo sbagliato. Era, paradossalmente, insieme schierato e autonomo. Il suo approccio politico nel corso del tempo è stato variegato. Da elettore socialista a repubblicano, poi diede la sua adesione ad alcune mozioni della nascente Lega nord, poi la votò con voto strumentale, «perché aveva mandato via Bettino Craxi e la De», e infine la contrastò. All’inizio dell’ascesa di Craxi ai vertici del Psi, Bocca firmò alcuni articoli elogiativi, poi però fu uno dei più tenaci nemici del suo modo di fare politica e critico verso la cosiddetta «Milano da bere» degli anni Ottanta. Profondamente critico anche nei confronti della globalizzazione e nelle ultime opere dà una lettura assai negativa dell’ascesa politica di Berlusconi e della politica Usa di stampo conservatore.

Infine, un gatto! Il divertente aneddoto è stato rievocato da Francesco Cevasco e Giorgio Dell’Arti. «Solo un gatto ha rischiato di mettere in crisi il sodalizio tra Enzo Biagi, Giorgio Bocca e Indro Montanelli. Non che i tre andassero d’accordo. Anzi, sulle cose importanti la pensavano molto diversamente. Ma quando si vestivano da giurati del premio È Giornalismo, fondato dall’imprenditore Giancarlo Aneri, riuscivano a trovare un accordo. Tranne quella volta del gatto. Correva l’anno 2000, Montanelli sarebbe morto l’anno dopo. La giuria si riunisce, anziché come sempre in un ottimo ristorante, a casa Bocca. Montanelli non ama i gatti. Ma un gattone di Bocca lo prende in simpatia e gli si appiccica tutto il tempo speso per decidere il vincitore del premio. Uscendo da casa Bocca, Montanelli sbotta: «Il prossimo incontro si fa a casa mia, o meglio al ristorante, sennò, davanti a Bocca quel bischero di gatto lo strozzo con le mie mani». Aneri, che riuscì a metterli insieme, ricorda così l’identità politica dei magnifici tre: «Montanelli monarchico; Biagi socialista alla Nenni; Bocca socialista anarchico». Il premio si decideva a tavola. «Quei pranzi in cui, tra un bicchiere di Amarene e uno di prosecco», racconta Dell’Arti, «una tiritera su Berlusconi e un gatto di troppo, Bocca, Montanelli e Biagi eleggevano il giornalista dell’anno. Il primo a vincere fu Curzio Maltese, per Ettore Mo la fumata bianca arrivò in cinque minuti, ma se c’era un contrasto, subito uno dei tre diceva: «Allora che si fa, si mangia e si beve? ». A due passi da corso Magenta, dove abitava Bocca. In pieno centro di Milano. Il pranzo si teneva lì. Indro Montanelli ed Enzo Biagi suonavano all’i in punto. Se ne andavano alle 3. Il pranzo finiva con la fumata bianca: l’elezione del giornalista dell’anno. Non hanno mai litigato per un nome. Tranne per Francesco Merlo. Montanelli lo propose due volte. Ma Bocca non voleva saperne. «Lui no». Trenta minuti bastavano per la fumata bianca. Solo in un caso ci vollero 5 minuti, con Ettore Mo. L’aveva proposto Bocca. Immancabili le battute, ad esempio su Eugenio Scalfari. A Montanelli non era simpatico, Bocca lo difendeva, Biagi mediava. Un anno il premio fu dato a Natalia Aspesi. La giornalista chiese se poteva entrare a far parte della giuria. I tre risposero in coro: “Abbiamo già dato, scegliendoti”».

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