Così la scienza lavora senza sosta sui sistemi per battere le forme di cancro più rischiose

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Si punta soprattutto sull’immunoterapia per battere i tumori fortemente aggressivi come il mesotelioma. Allo studio la combinazione di farmaci già efficaci su altri casi

Una diagnosi di cancro non è una sentenza di morte. Specialmente nel nostro paese che vanta tra i più alti tassi di guarigione in Europa. Secondo l’ultimo report «I numeri del cancro in Italia», la sopravvivenza a cinque anni è aumentata, sia per gli uomini (54 per cento vs 51 per cento) che per le donne (63 per cento vs 60 per cento), rispetto al quinquennio precedente. In Italia, attualmente, oltre 3,3 milioni di persone hanno superato una diagnosi di cancro e hanno un’aspettativa di vita paragonabile a quella di chi non si è mai ammalato. Tuttavia, il cancro uccide ancora, soprattutto quando si manifesta in forme particolarmente aggressive contro cui oggi le opzioni terapeutiche sono molto scarse. La buona notizia è che la ricerca non ha abbandonato questi sfortunati pazienti. Grazie all’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (AIRC), in Italia sono stati già raggiunti importanti progressi che, in alcun casi, si sono tradotti concretamente in anni di vita in più. Perché la mission stessa di AIRC è dare battaglia al cancro senza sosta con l’obiettivo di renderlo sempre più curabile. Di recente, ad esempio, uno studio sostenuto da AIRC ha permesso di individuare un gene coinvolto in una rara forma di leucemia difficilmente trattabile. Si chiama PIM1 e in un sottogruppo di leucemia linfoblastica acuta, quella a cellule T, risulta iperespresso. «Non abbiamo ancora capito in che modo PIM1 è coinvolto nella leucemia linfoblastica acuta a cellule T – spiega Cristina Mecucci, responsabile del laboratorio di Genetica Molecolare dell’Università degli Studi di Perugia, che ha preso parte allo studio pubblicato sulla rivista Leukemia – ma abbiamo trovato conferma di un suo coinvolgimento. Ora stiamo cercando tra le molecole già esistenti e a disposizione della ricerca scientifica, quella che speriamo possa aiutarci a cambiare la prognosi molto negativa di questa malattia. Grazie ad AIRC abbiamo la possibilità di cercare di aiutare tutti quei pazienti che si trovano ad affrontare una forma di leucemia refrattaria ai trattamenti». Non si cerca solo nelle molecole «vecchie». Ma si sta tentando di rispondere ad alcune forme di cancro incurabili con farmaci nuovi che si sono rivelati già promettenti contro altri tumori. E’ il caso degli immunoterapici, quelli che hanno come obiettivo quello di “sbloccare” e “riarmare” le nostre difese immunitarie a riconoscere e combattere il cancro. In alcuni casi di melanoma in stadio avanzato, quindi con poche o nessuna possibilità di cura, questi farmaci hanno aumentato la sopravvivenza di pazienti prima senza alcuna speranza. In uno studio sostenuto da AIRC e pubblicato sulla rivista The Lancet Respiratory Medicine, Michele Maio, direttore del Centro di Immuno-Oncologia e dell’Unità Operativa Complessa di Immunoterapia Oncologica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, ha scoperto che la combinazione di due farmaci immunoterapici può rappresentare una valida opzione terapeutica contro il mesotelioma pleurico, un tumore raro, ma tra i più aggressivi che ci siano. Il mesotelioma pleurico è una forma di cancro legata all’esposizione all’amianto, che tende ad avere una prognosi molto negativa e con pochissime opzioni terapeutiche. «Abbiamo dimostrato – spiega Maio – che l’utilizzo combinato di due farmaci immunoterapici, tremelimumab e durvalumab, mirati ai “freni” del sistema immunitario individuati dai due nuovi premi Nobel per la Medicina (James P. Allison e Tasuku Honjo), sembra essere più efficace contro il mesotelioma pleurico». Il lavoro dei ricercatori va avanti. Conclude Maio: «Grazie al sostegno di AIRC, vogliamo valutare l’opportunità di utilizzare alcuni farmaci per cercare di rendere il tumore più visibile al sistema immunitario e per rendere il microambiente tumorale più aggredibile dalle nostre difese». Ma i tumori difficili da trattare non sono solo forme rare. Ci sono alcune forme di tumore al seno, ad esempio, che hanno tassi di mortalità ancora alti. Nonostante, in generale, la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi di cancro al seno è aumentata dall’81 all’87%, ma pochissimi progressi sono stati registrati nelle forme di tumore al seno triplo negativo, che colpisce soprattutto in giovane età. Viene chiamato così perché non presenta nessuno dei tre recettori (degli estrogeni, del progesterone e HER2) per cui sono disponibili terapie mirate. I ricercatori di AIRC sono al lavoro per conoscere sempre più a fondo i meccanismi molecolari che portano allo sviluppo di questa aggressiva forma tumorale, per sviluppare nuovi strumenti di screening per la diagnosi precoce e per offrire terapie mirate con farmaci innovativi.

Valentina Arcovio, lastampa.it

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