Manovra, l’asso nella manica del governo: potrebbe arrivare la clausola taglia deficit

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La parola d’ordine ufficiale resta quella di sempre. E la scandiscono sia Giuseppe Conte, sia Luigi Di Maio e Matteo Salvini: «Si va avanti, la manovra economica non cambia». Con un’aggiunta: «È tutta colpa del Pd che governava prima di noi». Ma è innegabile che il fantasma della stagnazione, con il Pil nel terzo trimestre in stallo dopo oltre tre anni di crescita, preoccupa il governo giallo-verde. E non poco.

Preoccupazioni a cui se ne sommano altre, dovute allo spread tornato a correre e all’arrivo nella serata di ieri di una nuova lettera della Commissione europea che contesta all’Italia il mancato rispetto della clausola del debito, quella che obbliga il Paese a ridurre anno per anno gli oltre 2 mila miliardi di passivo dello Stato. Così, al di là degli slogan e dello sfoggio di muscoli e ottimismo, si fanno strada misure improntate alla prudenza. In primis delle clausole automatiche che dirottino i soldi non spesi per il reddito di cittadinanza e per le pensioni, ma anche quelli per gli investimenti, alla riduzione del deficit.

LA GELATA
I dati Istat, insomma, sono precipitati sulla maggioranza Lega-5Stelle con l’effetto di una doccia gelata. Perché, oltre alla cortina fumogena della propaganda, è evidente a tutti che con un Pil fermo e senza l’abbrivio di una crescita seppur modesta, sarà ancora più difficile agguantare il target di un più 1,5% l’anno prossimo. E anche solo arrivare all’1,2% di quest’anno appare duro. Problema non da poco. Per centrare il target del 2019, l’economia italiana dovrebbe crescere di oltre lo 0,5% a trimestre. Un passo da tigre asiatica che pochi vedono all’orizzonte. Già prima della gelata l’obiettivo era stato giudicato irraggiungibile da Bankitalia, Commissione europea, Fondo monetario internazionale, Confindustria e dagli uffici studi di ogni Paese e latitudine. Di Maio e Salvini, legati a filo doppio alla promessa del reddito di cittadinanza e di quota cento per provare a sbancare alle elezioni europee di maggio, però non arretrano. Da capire fino a quando.

I MALDIPANCIA
Nella Lega, che deve fare i conti con il malumore degli imprenditori del Nord, i maldipancia stanno montando. Il viceministro Massimo Garavaglia dice che «a oggi non si cambia», facendo capire che tra qualche tempo potrebbe accadere il contrario. E un esponente lumbard del governo mette a verbale: «Siamo in guai seri. L’economia si è fermata perché chi fa impresa è spaventato dall’assistenzialismo e dal socialismo economico in salsa grillina che punta all’assistenzialismo e nega valore alla produzione e perfino alla grandi opere». Il problema resta sempre lo stesso: come ammorbidire la manovra senza dare l’impressione di cedere al pressing dei mercati e della Commissione europea? Lo schema resta quello «Savona»: confermare il 2,4% di deficit per il prossimo anno, ma garantire verifiche trimestrali, o addirittura mensili, per assicurare che l’Italia non sforerà nemmeno di un decimale quanto messo nero su bianco nei documenti di Bilancio.

LA STRATEGIA
Siccome però è chiaro che da solo l’impegno non basta, il governo ha deciso di inserire nella manovra di bilancio due clausole di salvaguardia che riguardano sia il fondo da 16 miliardi per reddito di cittadinanza e pensioni, sia quello per gli investimenti. I soldi che rimarranno nel bilancio perché non assorbiti dalle misure, potranno andare a riduzione del deficit. Non è un passaggio secondario. Per «quota 100», ad esempio, sono stanziati per il prossimo anno 6,7 miliardi di euro. Ma dopo l’inserimento del preavviso di 6 mesi per gli statali per poter andare in pensione, e i disincentivi a lasciare il lavoro (come il divieto di cumulo), l’esborso effettivo secondo i nuovi conteggi dovrebbe essere di 5 miliardi. Solo le pensioni, insomma, permetterebbero di limare di un decimale di punto il deficit. E anche una parte dei soldi del reddito potrebbe rimanere nelle casse. Il provvedimento, come del resto anche le pensioni, non sarà in manovra ma in un disegno di legge collegato.

Di Maio ha detto che comunque sarà approvato entro fine anno. Anche se fosse, i tempi tecnici per mettere a punto la macchina per far partire le domande, rimettere in moto i Centri per l’impiego e, infine, erogare il sussidio, potrebbero non essere brevissimi. Intanto, a Berlino, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha incontrato l’omologo tedesco Olaf Scholz. Si è parlato, tra le altre cose, anche della manovra italiana che lunedì potrebbe essere di nuovo al centro dell’Eurogruppo. Tria ha spiegato a Scholz che l’Italia punta sulla crescita per ridurre il debito. A Roma serve qualche sponda, che al momento però, non è alle viste. In tarda serata Conte è rientrato dall’India e a Palazzo Chigi ha incontrato Tria e i ministri M5S Fraccaro e Toninelli. «Domani (oggi per chi legge) – dice il premier – il testo approderà in Parlamento». Si è parlato della gestione della cabina di regia sugli investimenti, di cui Toninelli vorrebbe la guida.

Andrea Bassi e Alberto Gentili, Ilmessaggero.it

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