C’erano una volta / Enzo Biagi

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L’uomo simbolo d’una sinistra che riusciva a capire la gente

Il giornalista era amato dal pubblico, mentre i colleghi snob lo accusavano di essere banale. Da direttore del «Tg1» tolse spazio ai politici per darlo ai «guai degli italiani

(di Cesare Lanza per LaVerità) Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Indro Montanelli: erano loro i tre idoli del giornalismo, quando eravamo giovani (fino alla fondazione di Repubblica, nessuno considerava Eugenio Scalfari alla loro altezza). Discutevamo delle loro prodezze in redazione, al bar, in pizzeria… La domanda ricorrente: chi era il nostro preferito? Alla fine si imponeva Montanelli. Ma molto forte era anche l’ammirazione per Biagi e Bocca. Si conveniva che il limite di Biagi era una certa leggerezza, quello di Bocca la faziosità e anche l’inedito linguaggio. Ne parlerò un’altra volta. Oggi ricordo Biagi: con lui ho avuto solo casuali incontri, a metà degli anni Settanta, quando dirigevo Il Corriere d’informazione al secondo piano del mitico numero 28 di via Solferino, e scendevo al piano di sotto, al Corrierone, per salutare i colleghi. Ricordo la placida compostezza di Enzo, l’obiettività nelle analisi (altri, come Franco Di Bella, avevano spesso battute polemiche). Molti anni dopo, quando mi occupai di televisione, invitai Biagi a Domenica In. Nell’occasione ci eravamo trasferiti a Sanremo, come si usa nei giorni del Festival. Enzo mi chiese scherzosamente, conoscendo la mia passione per il gioco e per le donne, se fossi andato al casinò e se mi fossi «fidanzato» (testuale) con qualche bella signorina. Gli dissi che non c’era tempo per le ragazze, ma sì, qualche nottata al tavolo di chemin de fer l’avevo passata, in compagnia di Alfredo Cerruti, amico e coautore del programma. «E com’è andata?», mi chiese. «Più o meno pari», risposi. E lui, con una risatina: «I giocatori, quando perdono, dicono sempre che è andata pari…». E io di rimando: «È vero. Però non sai che ai giocatori non si deve chiedere mai com’è andata». Enzo: «Giusto. In bocca al lupo per la prossima partita, allora». E io: «No, no. Mai fare gli auguri ai giocatori per la partita che faranno!». Enzo annuì e lo sletch finì lì. Mi colpì che prese appunti rapidamente, su un taccuino.

Chi lo conosceva meglio di me mi disse che Biagi annotava qualsiasi cosa. Da una conversazione potevano nascere idee, spunti per un articolo; dall’articolo un libro; da un libro, un programma tv. Nella sua alluvionale produzione, era assistito da tanti colleghi, alcuni divenuti famosi grazie alla sua amicizia. Tollerante e paziente con quasi tutti, Biagi era rigoroso per quanto lo riguardava, quasi austero: «Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata». E ironico: «Avrei fatto il giornalista anche gratis: meno male che i miei editori non se ne sono mai accorti». E malinconicamente realista, nella senilità: «Ho fatto la mia parte. Direi che è l’anagrafe che mi condanna, prima di tutto. Ho la netta sensazione di essere un superstite di tanti diluvi. Per il resto, ho fatto il mio mestiere, a cui debbo tutto. Sono figlio di un operaio morto giovane, con la grande tristezza di essere vice magazziniere. Non è mai diventato magazziniere. Pensa i tipi di ambizioni e che frustrazioni ci sono in noi, e di che cosa si può soffrire: anche di questo». E infine saggio filosofo: «Nella storia dell’umanità non cala mai il sipario. Se solo ci si potesse allontanare dal teatro prima della fine dello spettacolo. Sono un giornalista che ricorre, con una certa frequenza, allecitazioniperché ho memoria e perché ho bisogno di appoggi: c’è qualcuno al mondo che la pensava, o la pensa, come me». Per lui cos’è, chi è un giornalista? «Il giornalista è un signore che racconta le storie degli altri. Questo è un mestiere difficile, e ogni giorno impone una scelta: credo di aver fatto un giornale pulito, un giornale onesto e qualche volta, forse, sono riuscito a realizzare un buon giornale. In fondo, era la mia più viva aspirazione… Sulla mia tomba, che sogno, ovviamente, più lontana possibile, vorrei quest’epitaffio: “Scrisse sempre quello che poteva, mai quello che non voleva”… Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un “vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie, ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo. Si può essere dei creatori, possedere un ingegno eccelso, vincere il Nobel, ma non capire nulla di politica. Diceva Ennio Flaiano che anche da noi abbondano i cretini di talento».

A distanza di tempo è interessante ricordare ciò che hanno detto di lui. Al momento della sua morte, Silvio Berlusconi: «Al di là delle vicende che ci hanno qualche volta diviso, rendo omaggio a uno dei protagonisti del giornalismo italiano cui sono stato per lungo tempo legato da un rapporto di cordialità che nasceva dalla stima». Sergio Mattarella: «Biagi è stato una delle figure di maggior spicco del giornalismo italiano del dopoguerra. Il suo talento per la scrittura si è unito a una grande passione civile, e a una curiosità sempre viva non soltanto per ciò che cambiava nei costumi ma anche negli strumenti e nelle modalità della comunicazione». Michele Serra: «Biagi è stato criticato anche dal resto della sinistra per il suo presunto buonismo e l’asserita banalità di alcuni suoi scritti. Il giornalista Sergio Saviane lo soprannominò ironicamente “Banal Grande”, sulla rubrica che teneva nell’Espresso… Il lascito più prezioso di Biagi, dunque, sta proprio in ciò che a volte gli fu rimproverato: la sua profonda e naturale popolarità, la facilità estrema con la quale sapeva entrare in sintonia con le persone semplici. Per lui essere di sinistra voleva dire essere popolare: pensandoci bene, questo era puro anticonformismo». Roberto Gervaso: «Scrive come parla, e parla come scrive: senza fronzoli, orpelli, pennacchi. Va al sodo, e ci va diritto, infischiandosi di quegl’imbecilli per i quali facilità è sinonimo di superficialità. Riesce a esser sempre nella testa del lettore, senza propiziargli cascaggini e cefalee. La sua prosa, a volte un po’ goliardica (il sangue emiliano non è acqua), è come un bicchier di lambnisco, che bevi anche se non hai sete. E, dopo averlo bevuto, fai il bis, fino a vuotar la bottiglia. L’hanno paragonato a Edmondo De Amicis, e non è un paragone a vanvera… Se Montanelli è un artista, Biagi è un buon artigiano che ama le citazioni. Sempre le stesse: Georges Bernanos, Charles de Gaulle, Winston Churchill, Flaiano, Leo Longanesi e Giovannino Guareschi ».

Era nato il 9 agosto 1920 a Lizzano in Belvedere e morì a Milano il 6 novembre 2007. Lizzano è un paesino dell’Appennino tosco emiliano, in provincia di Bologna. La madre era una semplice casalinga. Fin da bambino dimostra una vocazione per le materie letterarie. Le cronache riportano anche un celebre «exploit», un suo tema venne segnalato al Pontefice. L’idea di diventare giornalista gli nacque dopo aver letto Martin Eden di Jack London. Frequentò l’istituto tecnico per ragionieri Pier Crescenzi, dove con altri compagni diede vita a una piccola rivista studentesca, Il Picchio, soppressa dopo qualche mese dal regime fascista: da allora nacque in Biagi una forte indole antifascista. Dopo il matrimonio, con una maestra elementare, aderì alla Resistenza. Ebbe tre figlie: Bice, Carla e Anna, che morì nel 2003. La carriera. Esordio nel 1937, a 17 anni, primo articolo pubblicato sull’Avvenire d’Italia. Poi al Resto del Carlino e diventa professionista. Alla fine della guerra entra a Bologna con le truppe alleate e annuncia dai microfoni del Pwb (ufficio angloamericano con il compito di controllare stampa e propaganda anche nei Paesi di occupazione militare alleata) la fine del conflitto. Nel 1951 in Polesine, con una cronaca rimasta negli annali, descrive l’alluvione che flagella la provincia di Rovigo. Bruno Fallaci, allora direttore, lo assume a Epoca. Esplode il caso di Wilma Montesi, la ragazza romana ritrovata morta sulla spiaggia di Ostia. Nasce uno scandalo in cui rimane coinvolta l’alta borghesia. Biagi decide di dedicare alla vicenda la copertina e di pubblicare un’inedita ricostruzione dei fatti. È un successo clamoroso, tanto che Mondadori nel i960 gli affida la direzione. Nel 1960 un articolo sugli scontri contro il governo Tambroni (che avevano provocato la morte di diversi operai in sciopero) costrinse Biagi a lasciare Epoca. Qualche mese dopo, va alla Stampa come inviato speciale. Poi scrive anche sul Corriere della Sera. Nel 1967 entra nel gruppo Rizzoli come direttore editoriale, firma sull’Europeo e trasforma Novella in un giornale di cronaca rosa.

Enzo Biagi

Televisione: intrattiene un rapporto molto stretto con il mezzo televisivo, che ha contributo non poco a estendere la sua popolarità e a farlo amare anche dai ceti meno colti. Il suo ingresso in Rai risale al 1961, quando diventa direttore del telegiornale. Applica la formula di Epoca: meno spazio alla politica e maggiore ai «guai degli italiani», come chiamava le mancanze del nostro sistema. Un suo biografo scrisse: «La nomina di Biagi fu salutata da molti con soddisfazione, si pensò che l’arrivo di un professionista stimato potesse aprire una nuova epoca». Biagi pose come condizione di poter respingere tutte le pressioni politiche. Gli furono date le più ampie assicurazioni e, per qualche tempo, funzionò. Aveva anche ottenuto la possibilità di scegliere giornalisti svincolati dai partiti, ma non fu così e si dimise nell’agosto 1962. Il resto, recente, è molto noto. L’episodio più famoso è l’editto bulgaro (la prima definizione, poi dilagata, fu del giornalista dell’Unità Simone Collini) con cui Biagi, insieme con Michele Santoro e Daniele Luttazzi, fu allontanato dalla Rai. All’origine, una dura esternazione di Silvio Berlusconi contro i tre e l’esortazione ai dirigenti della Rai a impedire che in futuro si ripetessero i loro «criminosi» interventi. Biagi aveva condotto, dal 1995 al 2002, la rubrica Il fatto, dopo il Tgi. Riuscì a rientrare in Rai, come Santoro. Luttazzi, no. Ciò che mi interessa di più, e spero anche ai lettori, è la rievocazione della complessa amicizia, non disgiunta da eleganti ma anche perfidi e sottili momenti di rivalità, tra Montanelli, Bocca e Biagi. Ci vorrà forse un’altra paginata. Per ora e per ultimo, ricordo che il prolifico Biagi, oltre a dedicarsi a giornalismo e tv, pubblicò più di 80 libri: 12 milioni di copie vendute nel mondo. Piacevole! Tra pochi giorni ricorre l’11° anniversario della sua morte, i suoi libri si vendono ancora: piace sempre.

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