La pena di morte, un dibattito tra le nostre stagiste

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(Cesare Lanza) Nell’ufficio de La Mescolanza abbiamo quattro eccellenti stagiste: Margherita Di Liberto, Romina Nizar, Camilla Santoro e Sara Zellini.

Ho scritto di aver cambiato idea sulla pena di morte, in gioventù ero assolutamente contrario e oggi, in vecchiaia, penso che sarebbe opportuno cambiare la legge: a condizione che l’autore del crimine sia accertato senza una minima possibilità di dubbio e che il crimine commesso non abbia la pur minima attenuante.

Ho suscitato, come era prevedibile, un vespaio; addirittura ho avuto una lettera insultante da parte di un collega, che immaginavo propenso al confronto e non alla facile volgarità degli improperi. Cerco sempre – spero che si sappia – di mantenermi oggettivo. Con questo impulso ho chiesto alle mie care stagiste di scrivere liberamente ciò che pensino della pena di morte. Ecco quanto mi hanno consegnato:

Pena capitale – di Margherita Di Liberto

In Italia:
La pena di morte in Italia è stata in vigore fino al 1944 nel codice penale civile (con l’eccezione del periodo 1889-1926) e fino al 1994 nel codice penale militare di guerra. In Italia la pena di morte è stata abolita definitivamente nel 1948 e ormai, all’inizio del 3° millennio, la pena capitale non è più una realtà in Europa. L’Unione Europea e i suoi membri in diverse occasioni hanno pubblicamente espresso la propria opposizione a questa pratica.
Nel mondo:
Secondo i dati diffusi da Amnesty International nel 2017 si registra un significativo decremento nell’uso della pena di morte nel mondo. A confermarlo il loro rapporto: nel 2017 registriamo almeno 993 esecuzioni in 23 stati, il 4 per cento in meno rispetto alle 1032 esecuzioni del 2016 e il 39 per cento in meno rispetto alle 1634 del 2015, il più alto numero dal 1989.
Dibattito:
ll dibattito sulla pena di morte è ben lontano dall’essersi esaurito. Sono ancora molti gli Stati al di fuori dell’Europa a mantenere questa pratica, tra i più noti Stati Uniti, Cina e Giappone.
I favorevoli alla pena di morte asseriscono che lo Stato debba tutelare coloro che rispettano la legge rispetto a coloro che la trasgrediscono, punendo alcuni reati con una pena commisurata alla colpa. Inoltre, attuando la pena di morte, lo Stato difenderebbe la società impedendo che soggetti, ritenuti pericolosi, possano nuovamente commettere altri reati. Forse tutte queste persone, e gli Stati che ancora svolgono questa pratica, credono che alcuni criminali, se non vengono uccisi potranno continuare a ripetere i loro errori in futuro o che mai si potranno pentire di quello che hanno commesso, e che per queste persone non ci può essere alcuna forma di perdono (A. Abbamonte, tesi: “Il dibattito sulla pena di morte”).
Le ragioni a favore del no partono, invece, dal presupposto che la pena di morte costituisca una violazione dei diritti umani, sottolineando come nessun uomo, né come individuo né come rappresentante della comunità, abbia il diritto di togliere la vita ad un altro uomo, a prescindere dalla gravità delle colpe da quest’ultimo commesse. Difatti, come sosteneva Cesare Beccaria “la pena di morte, rendendo meno sacro e intoccabile il valore della vita, incoraggerebbe, più che inibire, gli istinti omicidi”. Chi ritiene che la pena di morte sia sbagliata pensa esattamente l’opposto e cioè che tutti nella vita hanno diritto ad una seconda possibilità e che non c’è cosa più sbagliata che punire un delitto con un altro delitto (A. Abbamonte, tesi: “Il dibattito sulla pena di morte”).
Bisogna, inoltre, tenere in considerazione che la pena di morte, oltre a non costituire un deterrente, si configura in molti Stati come uno strumento di discriminazione sociale. Spesso, inoltre, vengono resi noti casi di errori giudiziari, che hanno come esito l’uccisione di un innocente. In questo secolo, 350 casi di condannati a morte negli Stati Uniti sono stati, in seguito, riconosciuti innocenti.
Personaggi a favore della pena capitale:
Al contrario di quanto si crede comunemente, stando almeno a quanto si legge sulla stampa nazionale, la tradizione del pensiero occidentale è stata, per secoli, favorevole alla pena di morte. Non solo era favorevole alla pena capitale il Platone delle Leggi, ma lo erano, in epoche a noi molto vicine, filosofi del calibro di Kant, Hegel e Schopenhauer.
-A coloro che vorrebbero eliminare la pena di morte è da rispondere: «Prima togliete dal mondo l’omicidio, poi la pena di morte gli terrà dietro».
(Arthur Schopenhauer)
-Com’è che ogni esecuzione ci offende più di un omicidio? È la freddezza dei giudici, sono i meticolosi preparativi, è il sapere che qui un uomo viene usato come un mezzo per spaventarne altri. Giacché la colpa non viene punita, se anche ce ne fosse una: questa è negli educatori, nei genitori, nell’ambiente, in noi, non nell’omicida – intendo le circostanze determinanti.
(Friedrich Nietzsche)
-A chi trovasse disumana la pena di morte, Kant risponderebbe che è tutto il contrario: se si offrisse di scegliere fra la morte e i lavori forzati, “l’uomo d’onore preferirebbe la morte”. È proprio la volontà di trattare l’uomo secondo la sua umanità e personalità morale, che impone di trattarlo secondo giustizia. E l’unica giustizia è che “se egli ha ucciso deve morire”. Certo, è la giustizia dello ius talionis, Kant lo sa bene, ma nessun altro principio se non quello stretto dell’uguaglianza può determinare la specie della punizione, e “non esiste altra uguaglianza fra il delitto e la punizione fuorché nella morte giuridicamente inflitta al criminale”.
-Hegel sostiene che la pena di morte deve essere ammessa, che è un deterrente per coloro che non rispettano le leggi.
Personaggi contrari alla pena capitale:
“Parmi un assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.” (Cesare Beccaria)
La pena capitale è tanto fondamentalmente sbagliata per la cura del crimine quanto la carità è sbagliata per la cura della povertà. (Henry Ford)
Se la società rinuncia al diritto di infliggere la pena di morte, ricomparirà immediatamente il diritto alla difesa personale: la vendetta batterà alla porta.
(Johann Wolfgang Goethe)
La pena capitale sarebbe più efficace come misura preventiva, se fosse somministrata prima del crimine.
(Woody Allen)
Il senso d’impotenza e di solitudine del condannato incatenato, di fronte alla coalizione pubblica che vuole la sua morte, è già di per sé una punizione inconcepibile. (Albert Camus)
Le ragioni di Albert Camus contro la pena di morte:
Dal 25 Gennaio 2018 è tornato in libreria il saggio sulla ghigliottina, edito Medusa edizioni, in cui Albert Camus osserva come una società che adotta la condanna capitale per punire un crimine nasconda a sua volta la propria dimensione criminale.
Camus, nel suo La ghigliottina (1957), non mette in questione la necessità della punizione, non si volta dall’altra parte di fronte al male. Discute la norma del risarcimento che non può essere vita per vita, secondo una simmetria quanto meno sospetta e, soprattutto, inefficace. Rispondendo con la pena di morte al delitto lasceremmo le cose come stanno, vale a dire in preda al male del mondo nel quale si verifica. È come se la vittima e il colpevole precipitassero entrambi nello stesso baratro; la vittima per mano del suo assassino, l’assassino per mano del boia che assassino lo è per procura. Con la pena di morte sembra quasi che lo Stato voglia ricostruire la scena del crimine e riscriverne l’esito, ma senza per questo poter garantire la salvezza alla vittima, insomma il nastro del tempo, per quanti tentativi si possano fare, non si riavvolgerebbe a vantaggio della vittima (Riccardo De Benedetti, Avvenire.it).
Commento:
Non vi è dubbio che la questione sia, oltre che spinosa, soprattutto ardua da risolvere. Il parere personale sull’argomento si lega alla propria sensibilità e alla prospettiva che si ha sulle questioni più alte che riguardano questo mondo. Chiaro che sentendo le atrocità che segnano il nostro pianeta la reazione più umana e vera (intendendo vera come spontanea) sia quella di eliminare il male alla radice impedendo così il reiterare delle azioni crudeli. Il nocciolo della questione sta, infatti, nel decidere a priori, guidati dalla razionalità e dalla conoscenza, da che parte stare. Prendere posizione in base al caso del momento, assassinio, atto di terrorismo, pazzia è giusto se parliamo di opinione e dibattito pubblico. La legge, invece, in quanto tale, detta il proprio codice secondo criteri che prevedono le mille conseguenze che un atto di stato può provocare. Secondo il mio parere di cittadina in tanti non meritano di vivere ma non sono io né tanto meno lo stato a poter decidere in merito. Che sia Dio, il caso, il destino o il karma… ciò che viene seminato sarà poi raccolto e mi auguro che chi si macchia di atti riprovevoli contro altri esseri viventi possa ricevere la propria pena, magari in modi inaspettati.

Il 10 Ottobre, viene celebrata la Giornata Mondiale contro la Pena di Morte, istituita dalla WCADP (“World Coalition against the death penalty”).

Un breve pensiero sulla pena di morte – di Romina Nizar

La pena di morte ha sempre generato grande dibattito nell’opinione pubblica. Se in passato essa era diffusa praticamente ovunque, attualmente è stata abolita in molti paesi del mondo, ma i favorevoli e i contrari continuano la loro lotta in nome dei propri ideali… La componente che accomuna i due è ovviamente l’aspirazione alla giustizia. Pronunciarmi in modo oggettivo sul tema della pena di morte non mi è facile…  La fine del carnefice come fine del dolore per la perdita dei propri cari? Non saprei. Per molti sostenitori della pena di morte, togliere la vita al colpevole sarebbe una punizione più “umanitaria” che costringerlo all’ergastolo. Una cosa mi è certa: qualsiasi modo in cui si decide di porre fine a una vita, ci sono istanti, spesso anche minuti, in cui è quasi impossibile annullare totalmente il dolore. Pensiamo ai metodi più comunemente usati per “giustiziare” i condannati: la decapitazione, la fucilazione, l’impiccagione,  il colpo alla nuca, l’iniezione letale, la sedia elettrica, la lapidazione, la camera a gas e la caduta nel vuoto. Sebbene sia difficile da pensare, secondo me, in alcuni casi, un ergastolo in regime di massima sicurezza e isolamento, in cui il criminale non può fare altro che pensare a cosa ha compiuto, potrebbe essere una pena ben peggiore.

La pena di morte: passato e presente di uno dei temi più dibattuti della storia moderna – di Camilla Santoro

UN PO’ DI STORIA

La pena di morte, già utilizzata abbondantemente come sanzione dalle comunità preistoriche, fu regolata in forma scritta per la prima volta dal Codice di Hammurabi, durante il regno del monarca babilonese Hammurabi (1792 al 1750 a.C).
Successivamente, Egizi, Greci e Romani, fecero anch’essi ricorso alla pena di morte per punire furti, omicidi, sacrilegi, addirittura infrazioni fiscali.
La metodologia d’esecuzione era agghiacciante, i condannati potevano essere affogati dentro al fiume Nilo nel caso degli Egizi, mentre i Romani facevano ricorso alla decapitazione, alla fustigazione a morte, all’impiccagione, al taglio di arti, all’annegamento e al rogo. Le vestali colpevoli di infedeltà venivano seppellite vive e il loro seduttore era bastonato fino alla morte.
Nell’antica Grecia, Platone approvava il ricorso alla pena di morte solo dinnanzi a reati gravissimi, e scrive così nelle sue Leggi:
«…se uno è riconosciuto colpevole di siffatto omicidio, avendo ucciso qualcuna delle suddette persone, i servi dei giudici e i magistrati lo uccideranno e lo getteranno nudo in un trivio prestabilito, fuori della città; tutti i magistrati portino una pietra in nome di tutto lo Stato scagliandola sul capo del cadavere, poi lo portino ai confini dello Stato e lo gettino al di là insepolto; questa è la legge».
Nel Medioevo europeo molti soggetti potevano disporre pene, anche quella capitale. Questo perché il sistema feudale tipico del periodo fu caratterizzato da una grande sovrapposizione di autorità.
Col passare del tempo, la stessa Chiesa cattolica prese posizione in materia di pena capitale, sposando essa stessa pratiche a dir poco abominevoli quali le torture e le esecuzioni nel periodo della Santa Inquisizione.
Solo dalla fine del XVIII secolo, con il progressivo diffondersi del pensiero illuminista su molteplici strati sociali, s’incominciò a mettere in discussione la validità stessa della pena di morte,
Tale critica mossa nei confronti della pena di morte, fu promossa da uno dei più grandi filosofi illuministi italiani del periodo, Cesare Beccaria: egli, infatti, scrisse un saggio, “Dei delitti e delle pene” (1764), destinato a rivoluzionare il concetto stesso di pena, rimasto pressoché inalterato sin dal medioevo, e ad influenzare notevolmente la formazione di tutti i sistemi giuridici adottati dalle moderne democrazie. “Parmi un assurdo che le leggi che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio.” (C.Beccaria)

(fonte: Wikipedia)

LA PENA DI MORTE OGGI

Dal Report 2017 di Amnesty International: “Oggi più di due terzi dei paesi al mondo ha abolito la pena capitale per legge o nella pratica. Nel 2017, sono state messe a morte almeno 993 persone in 23 paesi. La maggioranza delle sentenze capitali sono state eseguite nell’ordine in Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Pakistan. La Cina rimane il maggior esecutore al mondo, ma la reale entità dell’uso della pena di morte in questo paese è sconosciuta perché i dati sono classificati come segreto di stato; per questo motivo, il dato complessivo di almeno 993 esecuzioni, non tiene in considerazione le migliaia di sentenze capitali che si ritiene siano eseguite in Cina ogni anno.”
Il 2 agosto 2018, Papa Francesco ha riformato il Catechismo della Chiesa Cattolica nella parte riguardante la pena di morte che viene bandita in ogni caso, sempre e comunque, anche per il tiranno più sanguinario. Con un ’rescritto’ a firma del cardinale Luis Ladaria, ha disposto la revisione dell’articolo numero 2267 del Catechismo stabilendo che «la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona’, e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo». (da Repubblica.it)
Beppe Grillo scrive nel suo blog: “Avevo idealizzato in qualche modo la pena di morte come qualcosa di istantaneo, tragicamente immediato, soprattutto adesso che c’è questa “iniezione letale”. – e prosegue, allegando il video di un’esecuzione negli Stati Uniti – “Come vedrete nel filmato, in moltissime esecuzioni non c’è nulla di veloce e indolore. Nulla. Pensate che il dipartimento dell’Oklahoma sta passando dei seri guai per come gestisce le esecuzioni […] Non voglio scrivere l’ennesimo elenco dei perché non ci dovrebbe essere la pena di morte, ma voglio darvi dei dati […] ecco cosa succede, come funziona l’iniezione letale, il metodo che avrebbe dovuto donare umanità alla pena di morte. La prima siringa ha un anestetico, dovrebbe levare il dolore. La seconda paralizza il prigioniero, che sebbene non possa muoversi è in grado ancora di sentire ogni eventuale dolore. Infine, la terza siringa ha un composto che ferma il cuore, ma se il paziente è ancora conscio, il farmaco causa bruciori interni lancinanti, disumani. Per prima cosa, la morte non è istantanea, ma ci vogliono anche 2 ore (di agonia) perché sopraggiunga la morte. Seconda cosa, il personale non è assolutamente addestrato, né dal punto di vista medico, né da quello tecnico, per prevenire malfunzionamenti nei macchinari. Sono tutte guardie carcerarie che si prestano come volontari, in cambio di 300 dollari cash. É pazzesco vedere come le guardie abbiano alcuni gesti di umanità, come le veloci pacche verso il prigioniero, che ricordo stanno per uccidere. Poi lasciano la parola al prigioniero, che ha davanti un vetro che lo divide dai familiari (suoi e della vittima) e dai giornalisti. Dice poco: è davvero dispiaciuto per quel che ha fatto e spera che la famiglia (della vittima) possa finalmente andare avanti grazie alla sua morte. Non voglio dilungarmi, ci sarebbe anche da spiegare il motivo che rende i prigionieri così mansueti e rassegnati al loro destino, ma qui dovremmo tirare in ballo la psicologia sociale.”

QUALCHE AUTOREVOLE CITAZIONE

“L’assassinio legale è incomparabilmente più orrendo dell’assassinio brigantesco. Chi è assalito dai briganti, chi è sgozzato di notte, in un bosco o altrove, senza dubbio spera di potersi salvare fino all’ultimo momento.Mentre qui tutta quest’ultima speranza, con la quale è dieci volte più facile morire, viene tolta con certezza dalla condanna a morte.”
(F. Dostoevskij)

“Se la società rinuncia al diritto di infliggere la pena di morte, ricomparirà immediatamente il diritto alla difesa personale. La vendetta batterà alla porta.” (Johann Wolfgang Goethe)

“Il più sicuro ma più difficil mezzo di prevenire i delitti si è di perfezionare l’educazione.”
(Cesare Beccaria)

CONCLUSIONE

Quello della legittimità – o meno –  della pena di morte è un tema talmente amplio, delicato e dibattuto che, a mio avviso, per prendere una posizione netta e decisa sull’argomento, sarebbe necessaria non solo una grossa mole di studio (che non può certamente esaurirsi con questa breve ricerca), ma anche libertà dal pregiudizio, sensibilità e cuore aperto.
Potendo contare, ancora per poco tempo purtroppo, sull’inesperienza e l’innocenza derivanti dalla mia giovane età, ho deciso in questo contesto di far parlare il cuore, potendo affermare in modo abbastanza netto che ad oggi, la qui scrivente, è fortemente contraria alla pena di morte.
Vorrei fare un esempio per chiarire meglio il mio punto di vista, e per farlo prendo in esame ciò che per me rappresenta uno dei delitti più deplorevoli e aberranti: il femminicidio, atto aimè molto praticato nella società contemporanea. Potrebbe succedere a chiunque, anche alla sottoscritta. Un soggetto psicologicamente instabile potrebbe uccidere a coltellate me, mia madre, la mia migliore amica oppure mia sorella, in nome di un amore malato e delirante. Potendo scegliere, impulsivamente, io stessa, con rabbia e fame di vendetta, desidererei vedere un essere simile immediatamente morto, e credo che anche l’opinione pubblica reclamerebbe a gran voce la decapitazione in piazza. Ma una volta che il nostro soggetto psicopatico sarà morto tra pene atroci, avrà insegnato qualcosa alla società?
Io mi sento di dire poco o niente, o quantomeno, che la violenza chiama altra violenza, un circolo vizioso insomma.
Pensiamo invece ad un altro scenario: il soggetto in questione, durante la detenzione, viene seguito da psicologi, sociologi ed educatori che lo guidino e lo riabilitino verso un’affettività sana e al rispetto verso la donna e l’essere umano in generale.
Cosa ne pensate? Non credete che questa seconda ipotesi potrebbe innescare un circolo di cambiamento virtuoso non solo per lui, ma per l’intera società?
“Ai posteri l’ardua sentenza”.

La pena di morte – di Sara Zellini

La pena di morte è la più grave sanzione penale a cui si possa condannare: consiste nel togliere la vita all’imputato. Oggi, la pena di morte è stata abolita nella maggior parte degli stati del mondo. Rimane in vigore – tra gli altri – in Cina, Giappone e Stati Uniti. Il primo Stato ad abolirla fu il Granducato di Toscana, nel 1786.
L’opinione pubblica sulla pena capitale è nettamente divisa fin dai tempi più antichi: era totalmente contrario Cesare Beccaria, nel suo trattato “Dei delitti e delle pene”, nel quale argomento che lo Stato, con la pena di morte, commette a sua volta un delitto. Era invece favorevole Nietzsche.
La pena deve essere indubbiamente commisurata al reato commesso: una sanzione estrema come la pena capitale va applicata solo per la colpa più grave, l’omicidio. L’uomo che commette l’orrore di privare qualcuno della sua vita attraversa un confine che lacera e squarcia l’animo umano in brandelli: e non è possibile tornare indietro. Come Popper nega che gli intolleranti siano meritevoli di tolleranza, così chi disprezza a tal punto la vita altrui non merita rispetto alcuno per la sua. A ciò si aggiunge il pensiero rivolto ai familiari della vittima: come si può riprendere e continuare a vivere sapendo di condividere il pianeta, il paese, la città, il quartiere, con la persona che ti ha portato via tuo figlio, tua moglie, tuo padre?
Tra le motivazioni degli abolizionisti contro la pena di morte, la più valida mi pare sia quella dell’irreparabilità dell’errore: al giustiziato, scoperto l’eventuale sbaglio, non è possibile restituire nulla. Ma vale lo stesso per il condannato all’ergastolo, se l’errore giudiziario – come (troppo) spesso accade – viene scoperto dopo la sua morte. Qualunque cosa lo Stato faccia, rischia di sbagliare: il margine di errore può essere assottigliato, ma mai del tutto annullato. E gli sbagli commessi possono avere conseguenze più o meno tragiche. Ma questo non esonera dalla responsabilità della decisione.
A chi invece si oppone perché “la pena di morte viola il diritto alla vita” rispondo: e non lo violano coloro che commettono un omicidio? Non distruggono la vita non solo di chi uccidono, ma anche dei familiari della vittima, la cui esistenza non sarà mai più la stessa? Forse una doppia uccisione non ristabilisce una perfetta giustizia; tuttavia questa mi sembra la giustizia migliore possibile. Nietzsche sosteneva che la morte del criminale fosse l’unico atto in grado di restituire dignità al suo gesto, assolvendolo dalla colpa. In un sistema perfettamente (e utopisticamente) funzionante, il condannato dovrebbe comprendere e accettare la sentenza. “Perché il sacrificio possa essere perfetto, occorre che da parte della vittima ci sia accettazione e gioia”, sostiene Nietzsche.
Inutile e crudele è invece la scelta di un metodo di esecuzione doloroso. Non si deve mai cadere nella tortura. Quell’umanità che il condannato non ha dimostrato va sempre mantenuta.

 

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