Facebook, dietro la breccia da 30 milioni di utenti la pubblicità ingannevole

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Secondo il Wall Street Journal alcune fonti confermerebbero la convinzione del colosso: non un attacco in odore di cyberguerra ma un gruppo organizzato pronto a far soldi con inserzioni pirata

Mentre inizia un’indagine federale da parte dell’Fbi, trapelano le prime indiscrezioni sulle possibili e reali cause della massiccia breccia da 29 milioni di profili violati (tre milioni europei) che ha toccato Facebook nei mesi scorsi e di cui si è saputo due settimane fa. Al momento, infatti, non è ancora noto chi abbia sfruttato la falla nella funzionalità – poi disattivata – utile agli utenti per controllare come risulti il proprio profilo se visto da un qualunque navigatore della rete, dunque non da un amico che abbia accesso a tutte o molte sezioni. Secondo il Wall Street Journal alcune fonti anonime avrebbero svelato la convinzione dell’azienda: non l’attacco di uno Stato estero o di altro tipo ma un’operazione di hacking pubblicitario.

L’idea che Menlo Park si sarebbe fatta a partire dalle prime indagini interne è infatti che le persone dietro al “breach” sarebbero degli spammer attivi sia su Facebook che su Instagram che formalmente sosterrebbero di gestire una “digital marketing company”. Ma il caso Cambridge Analytica insegna che è davvero complesso rendersi conto dei confini, sempre più sfumati, fra pubblicità online, disinformazione e tentativo deliberato di piegare le dinamiche delle piattaforme a scopi politici.Un altro segnale in questa direzione era tuttavia arrivato la scorsa settimana tramite Guy Rosen, vicepresidente del social blu, secondo il quale il colosso californiano non sarebbe convinto che l’attacco potesse essere legato alle prossime elezioni di medio termine statunitensi. Fra l’altro, pare che il team della sicurezza conoscesse molto bene il gruppo autore della breccia per la quale gli hacker hanno usato 400mila account sotto il loro controllo – e questo già aprirebbe da se un altro elemento critico – per sottrarre l’accesso, tramite gli identificativi “token”, a 30 milioni di profili. Rubando indirizzi e-mail, numeri di telefono e molte informazioni legate a gusti e preferenze personali.

Simone Cosimi, Repubblica

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