I misteri e i costi del “caso Paradine”

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(di Margherita Di Liberto) – Il caso Paradine (The Paradine Case) è un film americano del 1947 diretto da Alfred Hitchcock e prodotto da David O. Selznick. È un adattamento dell’omonimo libro di Robert Smythe Hichens pubblicato nel 1933. Melodramma giudiziario fortemente voluto dal produttore Selznick, che contribuì anche alla sceneggiatura e impose a Hitchcock l’algida Alida Valli al suo primo film hollywoodiano. Il caso Paradine presenta un intreccio fortemente intricato con una seconda parte tutta ambientata in tribunale. Da segnalare la notevole interpretazione di Charles Laughton nei panni dell’ambiguo giudice. Ed è l’ultimo film girato da Hitchcock con David O. Selznick come produttore.

La trama: l’affascinante Maddalena Paradine (Alida Valli) viene accusata di aver ucciso il marito. L’avvocato Keane (Gregory Peck) assume la sua difesa e si innamora di lei, mettendo a repentaglio il suo matrimonio e la sua carriera, ma nel corso del processo scopre che la donna ha avuto una relazione con lo stalliere di Villa Paradine (Louis Jourdan). Nel frattempo, il giudice Horfield (Charles Laughton), che presiede il processo, cerca di conquistare la moglie di Keane, ma non ha successo. L’avvocato Keane mette sotto pressione il giovane Latour, amante della vedova, fino a fargli ammettere la relazione clandestina. A causa del suo suicidio, la signora Paradine decide di vendicare la morte dell’amante accusando l’avvocato, in aula, di essersi innamorato di lei: la situazione per Keane si complica così in maniera inesorabile (mymovies.it).

Curiosità: Hitchcock avrebbe originariamente voluto Greta Garbo nella parte della signora Paradine, ma lei rifiutò. Il ruolo fu affidato Alida Valli – che nei titoli del film è presentata soltanto come «Valli» – e questo le permise di debuttare con un ruolo principale nel cinema americano. Venne scritturata all’ultimo momento e arrivò sul set a riprese già iniziate e non ebbe così la possibilità di imparare la parte assegnatale; le battute le vennero suggerite per tutta la durata del film.

Nel ruolo del cameriere, interpretato da Louis Jourdan, attore francese elegante e raffinato, il regista avrebbe preferito un attore in grado di dare un’immagine più rozza e perversa, magari Robert Newton. La parte dell’avvocato difensore, interpretata da Gregory Peck, era originariamente destinata a Sir Laurence Olivier, che rifiutò anch’egli l’ingaggio, a causa di un impegno teatrale.

Il film venne scritto da David O. Selznick, ma l’adattamento originale fu prima di Hitchcock e Alma Reville, sua moglie, poi di James Bridie che pretese di lavorare alla sceneggiatura in Inghilterra, infine di Ben Hecht (non accreditato) che lasciò la sceneggiatura molto incompleta.

David O. Selznick stravolse radicalmente la sceneggiatura del film prima dell’inizio delle riprese, cambiando volontariamente e unilateralmente molte scene, ritenute importanti dal regista. Originariamente la pellicola aveva la durata di 3 ore ma venne tagliata a 2 ore e 12 minuti dal produttore, che dopo la seconda presentazione mondiale decise di effettuare un’ulteriore riduzione portandola a 1 ora e 44 minuti. Sfortunatamente nel 1980 la pellicola originale venne distrutta da un’alluvione, facendo perdere per sempre la conoscenza della stesura originale del regista Hitchcock.

Il film comportò costi elevatissimi. Ci furono aspre polemiche con la casa di produzione, che stimò una cifra di $4.258.000 simile ai costi per la realizzazione del colossal “Via col vento”. La stampa accolse il film con molte riserve e giudizi negativi e gli incassi furono insufficienti a coprire i costi di produzione. Fu necessario ricostruire in studio a Hollywood il tribunale londinese di Old Bailey. Quattro macchine da presa, ciascuna con operatore e aiuto-operatore, poste in punti differenti, erano puntate su un personaggio o un gruppo di personaggi diversi: in fase di montaggio si sarebbero utilizzate le riprese più significative.

Hitchcock, nell’intervista rilasciata a François Truffaut, parla di difetti appariscenti, legati soprattutto alla scelta poco appropriata degli attori e all’intreccio poco chiaro. Altrove il regista aveva avuto occasione di dichiarare: «…quando si è disattenti e non si padroneggia la materia di una storia è inevitabile che il risultato sia confuso».

Critiche negative: per l’idea di un film profondamente imperfetto, lontano dall’immagine che ne avevano sia regista che produttore, il caso Paradine fallisce nella scelta di sembrare britannico a tutti i costi. Gli unici elementi di fascino si ritrovano nella scelta di Hitchcock di dar vita ad un film “sporco”, in cui domina il degrado: quello di una donna apparentemente aristocratica ma in realtà ninfomane, priva di morale, che deve sottomettersi a tutte le formalità del carcere; e quello di un avvocato sposato che si innamora dell’ambiguità e della delinquenza della sua cliente (temi che Sir Alfred approfondirà in “Marnie”). A dominare è senza dubbio la libidine di Sir Alfred; il tema del sesso comincia ad affacciarsi in maniera latente, a dominare sulle inquadrature (i primi piani ad Alida Valli sono un esempio), sulla storia e sugli sguardi che pervadono Il caso Paradine. Anche con Greta Garbo il film sarebbe stato un insuccesso (movieplayer.it).

A causa delle continue modifiche di David O’Selznick l’iter narrativo può apparire a volte pedante, contorto, in particolare nel descrivere le dinamiche che condussero all’omicidio del colonnello, ma a conferire una certa vitalità, non solo stilistica, interviene la regia di Hitchcock, che pennella con il suo geniale tocco alcune sequenze.

Critiche positive: nonostante le iniziali critiche Rohmer e Chabrol indicano alcuni dei pregi della pellicola:
-l’acuto senso della caricatura che Hitchcock esercita in particolare sulla figura del giudice «…grasso, ripugnante, libertino dallo sguardo salace e dai gesti untuosi», uno dei mostri hitchcockiani;
-l’implacabilità con cui il regista descrive la “degradazione di un gentleman”, la “tentazione della perdizione” che travolge il brillante avvocato, costringendolo ad attraversare “tutti gli stadi, compresa la gelosia, compreso il disprezzo di sé” culminanti con la “confessione pubblica”, estremo tentativo di “lavare la sua vergogna”.
-invettiva finale della moglie del giudice contro la pena di morte, portata avanti magistralmente attraverso un personaggio minore, ma di grande umanità.
-Bruzzone e Caprara fanno notare che il regista in questo film sviluppa e approfondisce un altro tema non trascurabile, quello della solitudine: La protagonista è sola ad affrontare il suo dramma e a subire le conseguenze del suo fascino malefico. Sola segue i due ispettori di polizia che la costringono a lasciare la sua bella casa: in prigione la guardiana la spoglia dei suoi gioielli, le disfa la pettinatura controllando che non nasconda niente nei capelli, la rinchiude in una cella da cui non uscirà più. Sola è nell’aula del tribunale con i suoi segreti inconfessabili: il tradimento e l’uccisione del marito, la passione incontrollata per un uomo che la disprezza e la odia per averlo costretto a disonorarsi. Sola respinge, offesa e sdegnata, l’appassionata difesa dell’avvocato, vittima della sua seduzione e responsabile del suicidio dell’uomo amato. Sola confessa il suo crimine e consapevolmente decide di scontare la sua colpa condannandosi a morte. Ethel Barrymore fu nominata agli Oscar nel 1947 come migliore attrice non protagonista. Forse un Hitchcock “minore”, ma sempre idoneo a introdurre un coinvolgente senso di tensione e partecipativo malessere, ambedue sempre più insinuanti nell’accompagnare la rivelazione della verità.

 

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