“Un’Italia competitiva? Solo se si spinge sulla digitalizzazione”

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Una ricerca sulla digital trasformaton di EY fotografa lo stato dell’arte in Italia: “L’Italia paga un’insufficienza di cultura e competenze digitali e una scarsa dinamicità delle start-up”

L’assistenzialismo di Stato per chi non trova lavoro potrebbe essere superato con lo sviluppo del digitale? A fare il punto della situazione per dare una risposta a questa difficile domanda ci prova una ricerca sulla digital trasformaton di EY in collaborazione con Ipsos e il Centro Studi Intesa Sanpaolo, per fare il punto dell’impatto delle nuove tecnologie legate allo sviluppo esponenziale di app e servizi in rete, su cittadini e imprese.Dall’analisi, risultati sono stati presente all’11ma edizione dell’EY Digital Summit, emerge un quadro che fa capire quanto sia importante la collaborazione tra tutti i protagonisti in campo. Ossia le imprese maggiori del paese, come ferrovie o poste, che stanno sperimentando nuove possibilità sul digitale, ma anche nuovi imprenditori capaci di immaginare business diversi che potranno favorire l’occupazione. Un altro interlocutore è, ovviamente, il governo a cui si chiede la semplificazione delle norme e la capacita di digitalizzare i processi burocratici che ingessano, come una camicia di forza, l’economia italiana.

“Nel processo di trasformazione digitale che sta investendo la nostra economia, l’Italia paga un’insufficienza di cultura e competenze digitali e una scarsa dinamicità delle start-up”, ha detto Donato Iacovone ad di Ey in Italia.

La ricerca ha messo in evidenza che Sul fronte infrastrutture l’Italia è sopra la media europea per copertura 4G (99%) e sta investendo per crescere nell’ultrabroadband (a settembre 2018 l’80% del territorio risulta servito con velocità superiore ai 30 Mbps), ma le reti mancano di capillarità. Secondo quanto emerge dall’osservatorio EY sulle oltre 480mila imprese (circa il 10% del totale) censite in più di 11mila zone industriali solo un terzo risulta raggiunto dalla banda ultralarga fissa. E anche nel egoverment le cose vanno male. Il nostro paese si colloca al 21mo posto (su 28) per indice di egovernment ed è in ritardo rispetto alla media europea sul fronte della digitalizzazione a causa delle scarse competenze digitali dei cittadini-utenti e delle difficoltà di apprendimento delle nuove piattaforme di comunicazione e social. Se il settore pubblico rappresenta un freno al cambiamento anche le aziende non stanno meglio per la mancanza, sottolinea la ricerca, di specifiche competenze e la resistenza ai cambiamenti. Insomma la paura di perdere l’agognato posto fisso fa novanta nel cammino della digital trasformation.m

Resta comunque ampio il gap fra grandi e piccole imprese: l’indagine rivela che l’11% delle aziende con più di 250 addetti ha un livello di digitalizzazione molto alto, mentre per il 19% il livello è molto basso. Se si considerano le aziende di piccole dimensioni però ossia quelle con 10-49 addetti, solo l’1% di queste ha un livello di digitalizzazione molto alto, mentre il 58% è molto basso.

Le aziende insomma investono ancora poco nell’innovazione dei processi e nelle tecnologie della cosiddetta new digital wave che spaziano dai big data analytics all’Internet of Things alla robotica. Tutti elementi necessari per realizzare le imprese del nuovo millennio e rendere l’Italia competitiva a livello internazionale, capace di far progredire la cultura digitale degli italiani.

Maddalena Camera, il Giornale

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