Ma che cosa si fa in Rai per agguantare una promozione politica

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Si spera che i nuovi vertici Rai stiano filmando con telecamere nascoste in ogni angolo la nuova corsa alle poltrone. Altro che Grande Fratello Vip o Temptation Island: è questo il reality (talent è una parola grossa) del momento. Ai blocchi di partenza si sfidano quattro categorie di concorrenti. 1) I leghisti doc, i più fortunati, che non devono cambiare bandiera perché la loro è tornata a garrire sul pennone di Palazzo Chigi. 2) I berlusconian-finiani, che non se la passano poi così male, avendo subito trovato casa sul Carroccio. 3) I centrosinistri, cioè i più svantaggiati: senza più santi in paradiso, devono ripartire da zero riciclandosi con i grillini (i più ambìti perché meno affollati) o con i salviniani (ormai in overbooking). 4) I trasversali modello Vespa, che dove li metti stanno: destra e sinistra, tecnici e politici, antipopulisti e populisti. Ora si tratta di segnalarsi ai nuovi padroni, autoraccomandarsi, farsi notare, soprattutto garantire fedeltà assoluta, possibilmente portando prove di un’antica appartenenza alla Causa. Magari le foto del papà a un comizio di Bossi e/o della mamma a uno show di Grillo, come un tempo si andava da Storace col dagherrotipo del nonno alla marcia su Roma (l’altro nonno era immancabilmente un partigiano rosso, da spendere col centrosinistra). Come fare? Due le tecniche più in voga.

Accreditamento social I più moderni e tecnologici, al posto della vecchia e cara lingua, usano i social: non disturbano i nuovi capi, ma si mettono all’asta su Facebook, Instagram, Twitter, forse pure Tinder. Gennaro Sangiuliano detto Genny ’a Poltrona, vicedirettore del Tg1 per tutte le stagioni, già finiano, berlusconiano e ora leghista, posta una foto giovanile con Almirante e vari selfie con Salvini, sperando che bastino a diventare direttore. Il rivale Alberto Matano, casiniano poi renziano e ora grillino, molto «garantista» anche per via di una mamma indagata dalle toghe cattive, risponde con un selfie accanto a Spadafora. Genny teme di esser partito troppo presto e arrivare al fotofinish senza fiato: così – scrive Repubblica, mai smentita – avrebbe «chiesto ad alcuni indipendenti (si fa per dire, ndr) di autonominarsi grillini e schierarsi dalla sua parte» per coprirsi da quel lato. Un clic, un post, un selfie, un like, un retweet può lanciare o stroncare una carriera. Un cuoricino giusto, ed è fatta. Due mesi fa, nei giorni della nave Diciotti ferma a Catania, alcuni tupamaros di Rainews24 si selfarono con la maglietta rossa di don Ciotti. Chi per amore dei migranti. Chi sperando che almeno quella riserva indiana resti alla sinistra. Chi in cerca dell’aureola di martire, nella certezza di esser cacciato (come fa il direttore del TgPd Andrea Montanari). Ma subito Paolo Corsini, con agile mossa, si chiuse in bagno a Saxa Rubra e si fotografò in mutande rosse. Ora si parla di lui per la direzione dei Gr, per meriti mutandieri. Un altro redattore criticò i colleghi su Fb: «Il servizio pubblico dovrebbe evitare». Iva Garibaldi, portavoce della Lega, gli mise un like: da allora il tizio cammina levitando a due metri da terra.

Abbordaggio vecchio stile I più tradizionalisti vanno sul sicuro e preferiscono il contatto diretto, rischiando denunce per stalking. Luca Mazzà, direttore turborenziano del Tg3, pare si salverà grazie a un colloquio con Salvini propiziato nemmeno dalla Isoardi, ma da un autore de La Prova del cuoco. Altri chiedono regolare udienza ai capi al settimo piano di Viale Mazzini, quello con gli impiegati che nuotano nell’acquario dei megadirettori. Ma per ora i capi che contano sono solo due – Salini e Foa – e non possono ricevere tutti e 13 mila i dipendenti. Così i più optano per appostamenti fantozziani simulando incontri «casuali»: «Toh, capo, che combinazione! Colgo l’occasione per congratularmi per la tua nomina e per dirti che sono sempre stato dei vostri, da tempi non sospetti» (sempre clandestinamente, per meglio combattere il sistema dall’interno). I luoghi preferiti per l’abbordaggio sono gli ascensori («Presidente, anche lei al terzo piano?»); la sala mensa («Direttore, che ci fa al tavolo tutto solo? Posso?»); i ristoranti e i bar dei dintorni, dove i capatàz s’illudono di seminare i postulanti («Che coincidenza! Posso offrire qualcosa?»); i parchi del jogging mattutino, scoperti dopo lunghi pedinamenti all’alba («Anche lei fa un po’ di sport?»); e i cessi, dove Carlo Rossella racconta al nostro Carlo Tecce epici inseguimenti subiti ai tempi del Tg1. Sulle prime, inesperto, usciva nel corridoio affollato e arrivava al cesso con un pellegrinaggio alle spalle, tipo Il medico della mutua di Sordi. Poi si fece furbo: tratteneva finché poteva, poi metteva il capino fuori della porta e, quando il corridoio era vuoto, balzava con passo felpato nella toilette. Ma non faceva in tempo a chiuder la porta che già il questuante ci infilava un piede e poi tutto il resto del corpo, aprendo un dibattito sul suo futuro professionale. Scene da Viaggi di nozze di Verdone. «Dottore, disturbo?». E quello, al telefono mentre adempie ansimante ai doveri coniugali: «Non mi disturba affatto!».

Ps – Fuori concorso, segnaliamo il misterioso donatore del cactus di 2 metri che Carlo Verdelli si ritrovò in ufficio il giorno della nomina a direttore editoriale, senza sapere chi ringraziare perché non c’erano biglietti di accompagnamento. Il prezioso presente scomparve il giorno del suo prematuro addio. Evidentemente l’Anonimo attendeva di appalesarsi al momento opportuno, se Verdelli fosse durato; invece lo cacciarono quasi subito, così il nostro uomo preferì omaggiare chi veniva dopo. Ora Foa, Salini & C. sono avvertiti: se gli arriva un cactus di 2 metri, meglio respingerlo al mittente.

di Marco Travaglio da Il Fatto quotidiano

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