Dalla Ferri a Lizzani: i miei pensieri sul suicidio

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Gabrielle Ferri

(di Cesare Lanza per LaVerità) Scommettiamo che è preferibile, per rispetto, non approfondire i motivi – quando ci si occupa di un suicidio – che hanno spinto una persona a togliersi la vita? E un argomento triste, lo so, e non vorrei proporlo come una scommessa, ma come un civile confronto di opinioni. Prendo spunto da una lettera, molto bella, che ho ricevuto da Paolo Boccalini, «classe 1951, irriducibile sessantottino ed estimatore di Maurizio Belpietro e Mario Giordano, lettore fin dal primo numero della Verità». Un lusinghiero apprezzamento anche per me: costituirei «uno scrigno prezioso per ricordare storie che hanno contribuito al cammino della nostra vita». Boccalini mi chiede una cortesia: «Riguardo al ricordo di Gabriella Ferri, con cui hai toccato l’apice delle mie emozioni, potresti affrontare i motivi che hanno portato questa splendida persona a decretare la propria fine? Assocerei anche i casi di Mario Monicelli e Carlo Lizzani, che secondo me hanno una radice comune». Desidero rispondere con sincerità. Penso al suicidio da quando avevo 15 anni, ora ne ho 76 e non mi sono ancora tolto la vita: un po’ per paura, un po’ perché ho buoni (pochi) motivi per vivere. La depressione non è estrema. Non è certo che Gabriella Ferri abbia voluto uccidersi: forse era disperata, e confusa, anche per i troppi farmaci. Aveva smesso di cantare, non voleva incontrare più nessuno. Quanto a Monicelli e Lizzani, forse non hanno retto il peso, ormai novantenni, dell’incapacità di creare, ideare, come avevano fatto nella loro lunga e meravigliosa carriera. Adoro Gabriella, amo e stimo Monicelli e Lizzani. Mi scusi, Boccalini: almeno per oggi, preferisco fermarmi qui.

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