Il cambiamento radicale dell’intendere lo shopping

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Vent’anni sono stati sufficienti a modificare radicalmente le abitudini di consumo degli italiani, a desertificare, dal punto di vista commerciale, i centri dei piccoli paesi e a trasformare le periferie delle città, con la costruzione di ipermercati e centri commerciali. Nonostante il grido di allarme dell’Ispra, secondo il quale il fenomeno del consumo di suolo continua a mantenersi intorno ai 70 ettari al giorno, con oscillazioni marginali nel corso degli ultimi 20 anni. I numeri parlano chiaro: se alla fine del 2000 i negozi complessivamente erano 858.027, al 31 dicembre 2017 se ne contavano 742.881. In vent’anni 115 mila negozi hanno abbassato la serranda; è quanto risulta dai dati messi a disposizione dall’Osservatorio nazionale del commercio del Mise.

Risale al 1998, infatti, il dlgs 114, ovvero la riforma della disciplina relativa al settore del commercio che, se da un lato ha liberalizzato i cosiddetti esercizi di vicinato, i negozi con superficie inferiore a 250 mq, dall’altro, in nome della tutela del consumatore, ha aperto la strada allo sviluppo delle medie e grandi strutture di vendita che, in base alla previgente normativa risalente agli inizi degli anni 70, era fortemente ostacolata.

Dopo diversi tentativi di riforma, il dlgs 144/1998 fu emanato in attuazione della legge 59/1997, la cosiddetta Bassanini 1, il cui obiettivo era quello di riformare la pubblica amministrazione ma anche semplificare le procedure e i vincoli burocratici per l’accesso alle attività; ciò in quanto l’esigenza di individuare nuovi indirizzi e regole risultava da tempo avvertita. La normativa precedente, risalente al 1971 (legge 426), risultava ormai superata e non rispondente più alle esigenze emergenti di un libero mercato. L’offerta veniva regolata attraverso barriere amministrative all’entrata imperniate sulla discrezionalità del comune, il quale la esercitava attraverso i piani comunali del commercio. All’epoca la riforma comportò una svolta epocale: per la liberalizzazione all’apertura dei piccoli negozi e per il mantenimento del requisito professionale soltanto per i soggetti che avrebbero trattato prodotti alimentari. Nessuno avrebbe potuto immaginare allora che la svolta liberista avrebbe portato, progressivamente, alla forte riduzione del piccolo dettaglio. Del resto, già nel 2008 si era registrata un’inversione di tendenza nel trend positivo di accrescimento numerico dei negozi e per la prima volta riapparve il segno meno. Il 2008, a distanza di dieci anni dalla riforma, costituì l’anno di svolta nel quale la consistenza degli esercizi presentava una diminuzione di oltre 4 mila unità rispetto all’anno precedente.

Peraltro, è soltanto dal 2002 che risulta possibile rilevare le variazioni che interessano il comparto della distribuzione, tenuto conto che le fonti statistiche ufficiali avevano come base di riferimento differenti criteri di rilevazione dei punti vendita e che erano più legati alla tipologia societaria e alla merceologia trattata. Prima della riforma, infatti, le autorizzazioni venivano rilasciate per tabella: alimentari, carne, pesce, abbigliamento, calzature, mobili e via dicendo. Dal 1998 in poi, invece, i settori sono stati soltanto due: alimentari e non alimentari. Anche se i dati disponibili per tipologia di esercizio, in relazione alla sua metratura, sono disponibili soltanto dal 2002, e quindi quattro anni dopo la riforma, sono sufficienti a dimostrare quanto la stessa abbia inciso prima di tutto per le grandi strutture di vendita, dai centri commerciali agli ipermercati. Del resto, già l’indomani della riforma, l’ufficio studi di Confcommercio che associa le piccole imprese, rilevò che la trasformazione della rete distributiva non sarebbe stata né «neutra» né «indolore», ma un processo che avrebbe contribuito, assieme a fattori congiunturali, a mettere fuori mercato numerose imprese, con conseguenze gravi dal punto di vista dell’occupazione.

L’altra rilevante innovazione che ha interessato il settore distributivo, in questo decennio, è stata la liberalizzazione degli orari di apertura e chiusura degli esercizi di vendita, con contestuale soppressione dell’obbligo della chiusura domenicale. Dopo diversi tentativi, andati a vuoto, il decreto legge 201 del 2011, (noto come decreto Monti) aveva modificato le disposizioni contenute nel dl 223/2006, che pur aveva introdotto principi di liberalizzazione per le imprese commerciali; stabilendo che le attività commerciali si potevano svolgere «senza limiti e prescrizioni» concernenti, fra gli altri, «il rispetto degli orari di apertura e di chiusura, l’obbligo della chiusura domenicale e festiva nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell’esercizio». Che questa innovazione abbia favorito i grossi gruppi e i centri commerciali è fuori di ogni dubbio perché l’apertura generalizzata e continuativa, sette giorni su sette, ha costretto il piccolo dettagliante a riorganizzare la sua vita. E non tutti sono disposti a farlo, in nome del mercato. Adesso le cose sembra stiano per cambiare. Le diverse leggi regionali approvate e regolarmente cassate dalla Corte costituzionale per l’invasione di competenza nella materia di competenza statale hanno trovato sponda nel governo. E non è un caso, quindi, se è stato proprio il sottosegretario per lo sviluppo economico Davide Crippa a presentare il disegno di legge C526, attualmente in attesa di esame da parte delle commissioni. La proposta è di un ritorno alle origini demandando, comunque, alle regioni, di comune accordo con gli enti locali, la definizione di un piano delle aperture domenicali e festive il quale preveda comunque l’apertura di un negozio su 4 per settore merceologico, nonché un numero massimo di dodici festività lavorative annue per singolo esercizio commerciale. Che, secondo le intenzioni del sottosegretario, questa soluzione aiuti il piccolo dettaglio, peraltro, sarà tutto da dimostrare. Soprattutto in relazione al fatto che a distanza di vent’anni dalla riforma Bersani, la semplificazione per l’accesso all’attività di impresa è stata mediata dalla rivoluzione tecnologica con acquisti online (si vedano i servizi nella pagina seguente, ndr) e consegna il giorno successivo a prezzi che internet consente anche di mettere a confronto. La crisi del settore, quindi, non è da attribuire esclusivamente alla diffusione delle grandi strutture di vendita agevolata dal dlgs 114/1998, ma anche al cambiamento delle abitudini di acquisto del consumatore, facilitata dalle tecnologie.

Marilisa B0mbi, ItaliaOggi

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