Fieg e Google hanno raggiunto un accordo per l’editoria digitale, con il consenso di Vito Crimi

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Vito Crimi

Per promuovere nell’era del digitale un approccio innovativo per la stampa italiana, l’accordo tra Fieg, la Federazione italiana editori giornali, e Google «è la migliore risposta possibile», secondo il sottosegretario di stato con delega all’editoria Vito Crimi. «(In)formare in digitale. Verso una relazione costruttiva per l’editoria», il convegno organizzato dagli stessi Fieg e Google unitamente a I-Com, ospitato ieri mattina nella Coffee House di Palazzo Colonna ha visto come protagonista Crimi che, sottolineando il ruolo positivo della Fieg nel dar vita all’intesa con il colosso del web per sostenere la crescita del settore editoriale nel digitale, ha detto: «Le istituzioni erano assenti, è stata un’iniziativa autonoma». Alla base c’è «l’aver compreso che non basta la monetizzazione ma bisogna pensare a nuovi modelli per tutelare chi produce contenuti di qualità».

Per Crimi, «quando le cose accadono anche a prescindere dalla nostra volontà di fermarle, è meglio governarle, meglio esserci. Questo non vuol dire sopprimerle o opprimerle ma navigare in questo percorso». Secondo il sottosegretario «a tutelare il diritto di chi produce contenuti di qualità non basta la monetizzazione, dobbiamo pensare a nuovi modelli. Anche perché la rete consente a chiunque di produrli. Pensiamo agli youtuber, quanto si può definire la loro una produzione di qualità? Chi monetizza i propri contenuti con milioni di utenti va tutelato a no? Chi dice che uno youtuber è un professionista? Lo si fa sulla base del numero di utenti? Della qualità? E chi la valuta? Non è semplice individuare ciò che va tutelato con la parola qualità».

Ecco quindi che torna protagonista il ruolo dei regolatori. «Come legislatori e istituzioni dobbiamo affrontare le naturali tensioni tra titolari di diritti contrapposti e non possiamo pensare sia un tema di facile soluzione. Bisogna navigare tra la tentazione di un’eccessiva regolamentazione e un’eccessiva tendenza a lasciar fare ai soggetti coinvolti in piena autonomia», ha sostenuto Crimi. «In contesti così complessi credo che le istituzioni debbano agevolare l’iniziativa di autoregolamentazione vigilando affinché la stessa non travolga quei soggetti che non hanno la forza di far valere i propri diritti». Senza dimenticare che «oggi un editore conosce poco dei comportamenti dei propri lettori, mentre Google conosce tanto del comportamento dell’utente. Questo scambio di informazioni ha una valore anche se non è economicamente quantificabile. È il miglior valore aggiunto che può essere fornito agli editori».

«Nella nuova veste di sottosegretario con delega all’editoria tengo in massima considerazione il rispetto del diritto di partecipazione, il confronto di tutti i soggetti interessati per cercare di tracciare tutti insieme la direzione verso la quale il sistema dell’informazione e l’editoria dovrà evolversi, con scadenze abbastanza lunghe da consentire agli attori di adeguarsi», ha continuato Crimi. «Negli ultimi decenni in questo settore c’è stata una concentrazione di cambiamenti pari a tutti quelli avvenuti fino ad allora. Con l’avvento della rete e lo scambio peer to peer si è trasformato quello che era un settore ristretto ai titolari dei diritti e agli utilizzatori diretti in una questione che ha interessato miliardi di persone. L’errore iniziale è stato guardare con miopia al tema, utilizzando le stesse regole che c’erano in precedenza».

Da parte del presidente Fieg Maurizio Costa «partecipazione e autoregolamentazione sono i due perni fondamentali su cui si è basata questa collaborazione tra Fieg e Google, un accordo che per risultati indotti, nel triennio, potrebbe valere 40 milioni di euro. Nonostante l’impegno e i progetti realizzati, la situazione attuale è ancora fortemente sbilanciata: nel settore dell’informazione online i ricavi sono precipitati del 50% tra il 2007 e il 2017. Google si è dichiarata subito disponibile a dialogare con noi, ma non abbiamo riscontrato lo stesso successo con altri interlocutori, ad esempio Facebook. Altro punto focale derivante da questa collaborazione per gli editori, è la possibilità di disporre dei dati degli utenti e dei lettori. Credo sia solo attraverso il confronto e la realizzazione di progetti concreti, come l’abbonamento alle testate online, o il pensare a un network di pubblicità premium per gli editori che pubblicano contenuti di qualità, che si potrà arrivare a gestire la situazione nel modo giusto».

E per il presidente Emea partnerships Google Carlo D’Asaro Biondo, «questo accordo serve innanzitutto a far percepire agli operatori della stampa dei validi business model, si basa su tre pilastri: sostenere i ricavi di abbonamento, regolamentare il copyright, vietare la presenza della pubblicità su siti che operano fuori dalla legalità. Dopo due anni, il progetto ha già portato a un consistente risultato, confermato dai numeri: il focus sulla distribuzione dei contenuti editoriali via mobile ha portato all’uso dell’edicola digitale di Google News da parte di 83 edizioni di 22 editori. Sono state create più di 180 sessioni di formazione per quanto riguarda gli strumenti analytics, lavoro che ha coinvolto oltre 800 rappresentanti di 22 editori. Per quanto riguarda la formazione su tutela dei diritti e innovazione, quasi 2 mila giornalisti hanno ricevuto la preparazione adeguata con oltre 70 corsi di formazione. Più di 140 rappresentanti di editori hanno partecipato alla Digital Transformation Academy, evento organizzato con Talen Garden e che si è rivelato un successo. Oltre il 70% degli editori Fieg usano la piattaforma Trusted Copyright Removal Program di Google per proteggere i propri contenuti online».

Il presidente dell’Istituto per la Competitività (I-Com) Stefano da Empoli ha affermato che «l’accordo tra Fieg e Google è un unicum in Europa, che non vuole nascondere la polvere sotto il tappeto ma creare le condizioni migliori per affrontare le sfide di oggi, che rischiano di travolgere l’industria editoriale. Che poi ci si riesca rimane da vedere ma non mi pare ci siano alternative al dialogo costruttivo tra media e Internet company».

Gianfranco Ferroni, ItaliaOggi

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