Per chiunque vada al governo a Roma il vero problema è il rapporto con la Ue

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(di Pierluigi Magnaschi) Nonostante lo sforzo espresso dalla maggior parte dei giornalisti italiani accreditati a Bruxelles, la formazione pentastellato-leghista, che sta prendendo possesso di Palazzo Chigi, non sta suscitando allarme ai vertici della Comunità europea. Infatti i massimi responsabili comunitari, con fare bonario, toni concilianti e l’occhiolino per dire che poi, comunque, ci metteremo d’accordo, auspicano, con molta prudenza, dei comportamenti responsabili sul piano della spesa pubblica. I loro auspici sono redatti con il copia-e-incolla da precedenti ed inascoltati inviti, ripetitivi come un disco rotto, e inefficaci come lo sono gli stanchi comunicati stampa bruxellesi, destinati a perdersi nel nulla, nel giro di poche ore, come se fossero delle bolle di sapone mediatiche, diffuse per soddisfare l’appetito (spesso del nulla) delle agenzie di stampa che hanno così materiale per inondare i loro notiziari nei momenti di fiacca. La Comunità non minaccia neppure, al futuro governo pentastellato-leghista, l’aumento coattivo dell’Iva che sarebbe già dovuto in base allo sforamento dei conti pubblici perpetrato da parte della precedente maggioranza.

Per capire che la musica da Bruxelles è cambiata, basterebbe ricordare, per comparazione, la rumorosa e permanente grancassa suonata, a suo tempo, contro i governi Berlusconi e che veniva inscenata da Bruxelles per poi essere ingigantita dai nostri media che allora erano quasi tutti anti-berlusconiani e usavano la sponda comunitaria per mettere ancor più in difficoltà il Cavaliere e la sua squadra di governo. Utilizzando, ovviamente, mezzi leciti e colpi bassi. E mischiandoli opportunamente, shakerando le parole.

Gli attacchi peggiori avvenivano sui giornali italiani del lunedì perché la domenica, quando gli uffici comunitari erano chiusi, molti giornalisti italiani di Bruxelles si mettevano d’accordo fra di loro per sputtanare «comunitariamente» il governo del Cavaliere (che peraltro, e non si sa perché, si comportava masochisticamente, standosene zitto come un pollo destinato allo spiedo).

La squadra dei giornalisti italiani incardinati a Bruxelles operavano, di fatto, all’insegna del motto, impresentabile ma diligentemente applicato, «delle opinioni al posto dei fatti». Essi infatti si inventavano letteralmente i virgolettati apocrifi e aggressivi contro il governo di Roma e li attribuivamo ai soliti «ambienti comunitari» che, non essendo identificati, non potevano nemmeno smentire o essere smentiti. L’immondo andazzo (non perché era contro Berlusconi ma perché era contro la deontologia professionale giornalistica e a nocumento del diritto dei lettori di apprendere la verità) cessò improvvisamente quando il direttore di una grossa agenzia pretese che i cosiddetti «ambienti comunitari» fossero specificati con il nome e il cognome del dichiarante.

Ma come mai, oggi, Bruxelles ha cambiato musica? Forse perché la Comunità è in grave crisi. Non solo infatti il Regno Unito ha già staccato gli ormeggi ma anche i paesi di Visograd (quelli cioè dell’Europa orientale, un tempo vassalli dell’Urss) stanno andando per conto loro e non obbediscono a diktat comunitari. Non solo. C’è la crisi anche perché gli architravi classici, e sinora onnipotenti, della costruzione comunitaria (Francia e Germania) non vanno più d’accordo. Non è pertanto facile, per la Germania e la Francia (anche se, essendo spudorate, e non essendo contrastate da Roma, continuano a farlo regolarmente), accusare l’Italia di non osservare i parametri di Maastricht quando anche loro, e da molti anni, non li stanno osservando. La Francia, ad esempio, si discosta dal rapporto deficit/pil del 3% da più anni e in misura più grave di quanto stia facendo l’Italia (che invece lo rispetta). E la Germania sfora vigorosamente, e da quasi un decennio, il rapporto sul surplus nella bilancia dei pagamenti, indebolendo così gli altri suoi partner europei e provocando la comprensibile collera degli Stati Uniti (specie questa di Trump) che, per ritorsione, stanno studiando un inasprimento dei dazi doganali sui prodotti europei (e non solo su quelli tedeschi). Tale misura ritorsiva colpirà pertanto tutti i paesi del Vecchio continente come reazione americana a un surplus di cui si è giovata solo la Germania.

L’Europa a guida tedesco-francese (ma i paesi della Ue non sono 27?) non è più invincibile. In tempo di crisi infatti il rapporto iniquo fra dare e avere, praticato sinora a livello comunitario, non è più socialmente sostenibile. L’Europa è infatti uscita dal bozzolo di una virtù che ha perso da tempo e ha preso le sembianze di un’alleanza per far crescere le disuguaglianze, avvantaggiando i paesi più grossi e penalizzando quelli più piccoli o marginali. Questa Europa egemone (ma non legittimata) non ha paura dei pugni sul tavolo che minacciava Renzi (e che i suoi predecessori italiani non hanno mai nemmeno sognato di poter fare) ma teme i competenti che sono in grado di capire come funziona il gioco delle tre tavolette tedesco-francesi (che operano come i magliari dei bassi di Napoli).

Chi capisce questo gioco (e non fa parte del sistema) è poi anche capace di trovare le alleanze intracomunitarie per far cessare il generalizzato abuso franco-tedesco a danno di tutti gli altri. Ecco perché la candidatura di Paolo Savona allarma tanto gli ambienti che contano e che, ragionevolmente, nell’interesse dell’Europa unita, dovrebbero contare sempre meno.

Savona non è contro l’Europa e non è contro il Trattato di Maastricht. È semplicemente contro alcune norme inique sulle quali entrambi sono stati costruiti. La sopravvivenza dell’Europa, a questo punto, dipende dalla sua capacità di prendere atto dei suoi errori e di correggerli. Savona che, assieme a Paolo Baffi, questi errori li aveva puntualmente previsti ai tempi dell’entrata dell’Italia nell’euro, è l’uomo più adatto per rappresentare l’Italia, difenderne gli interessi e potenziare un’Europa facendola diventare più equa e sostenibile.

Pierluigi Magnaschi, direttore di Italia Oggi

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