Telefonini e bourbon, la strana guerra commerciale Usa-Cina

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Centomila bottiglie del superalcolico sono state fermate alla dogana di Zhuhai, nel Sud della Cina senza spiegazioni. Un sottile segnale politico, dicono gli analisti

Donald Trump su Twitter annuncia la nuova virata nello scontro commerciale con la Cina: «Con Xi Jinping stiamo lavorando per permettere alla grossa azienda telefonica cinese ZTE di riprendere l’attività, in fretta. Troppi posti di lavoro cinesi andrebbero persi. Il nostro Dipartimento del Commercio ha ricevuto istruzioni per risolvere!». La ZTE di Shanghai, 75 mila dipendenti, era stata colpita da sanzioni americane paralizzanti a metà aprile: niente più componenti tecnologiche americane, essenziali per i suoi telefonini, per punirla di aver violato anni fa l’embargo nei confronti di Iran e Nord Corea. I cinesi la settimana scorsa avevano dovuto fermare la produzione. Forse Donald Trump ha un cuore d’oro. Forse ha davvero una grande simpatia per Xi Jinping. O più probabilmente non vuole davvero la guerra commerciale con Pechino (almeno ora che serve il suo appoggio nel negoziato con Kim Jong-un). Commenta il «Global Times», giornale del Partito comunista cinese: «La decisione di Trump sulla ZTE non sarebbe potuta arrivare in un momento migliore».

Al momento sembra una riedizione della «drôle de guerre», la strana guerra mondiale tra la fine del 1939 e la primavera del 1940, quando sul fronte occidentale tutto sembrava fermo. Le due parti vanno avanti ad annunci, minacce e dispetti. Sembra che non vogliano spargere troppo sangue (intesi come dollari, yuan e posti di lavoro). Washington studia dazi del 25% su acciaio, alluminio, anche lavatrici. Pechino risponde cancellando ordini di semi di soia e ora anche whiskey yankee.
Quello del bourbon è l’ultimo colpetto di avvertimento: 100 mila bottiglie del superalcolico sono state fermate alla dogana di Zhuhai, nel Sud, senza spiegazioni. Un sottile segnale politico, dicono gli analisti, perché il bourbon è prodotto in Kentucky, base elettorale del senatore repubblicano Mitch McConnell, leader della maggioranza a Capitol Hill. A novembre negli Usa si vota nelle elezioni di midterm. Il 4 maggio la delegazione Usa ha messo sul tavolo a Pechino un documento-ultimatum nel quale si chiedeva alla Cina di ridurre il suo surplus nell’export di 200 miliardi di dollari (su circa 375) entro il 2020, smettere con i sussidi statali alle aziende della tecnologia avanzata e ridurre i dazi sull’import agli stessi livelli di quelli applicati negli Stati Uniti. Oggi a Washington arriva il vicepremier cinese Liu He per il secondo round di trattative. Liu he, oltre ad essere un fedelissimo di Xi è considerato un «americano», perché ha un master a Harvard, e come controparte trova Steven Mnuchin, il Segretario del Tesoro ritenuto il più flessibile nella squadra di Trump. Ora, dopo la concessione di Trump sulla ZTE, è il mondo del business americano a sospettare l’appeasement. Teme che il presidente dimentichi anche i dossier delle restrizioni cinesi nell’accesso al loro mercato, della cessione di tecnologia imposta alle aziende Usa (ed europee) che vogliono operare in Cina. Ma siamo solo al secondo round.

Guido Santevecchi, Corriere.it

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