“L’America fermi i dazi o sarà guerra commerciale”

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Fronte unico di Macron, May e Merkel: possibile stangata da 2,8 miliardi Con gli Usa spiragli per un accordo sul nucleare che includa i missili di Teheran

 

La sabbia nella clessidra sta finendo. E il primo maggio potrebbe segnare l’inizio di una guerra commerciale tra Europa e Stati Uniti i cui esiti rischiano di essere devastanti. Le trattative delle scorse settimane non hanno portato a nessun risultato. Emmanuel Macron e Angela Merkel sono tornati da Washington con un pugno di mosche. Restano ancora poche ore per trattare, dopodiché scadrà il periodo di esenzione concesso dagli Usa all’Ue per i dazi su acciaio (25%) e alluminio (10%). L’Europa è ora pronta a far scattare le contromisure che tiene nel cassetto: c’è già una lista di prodotti americani su cui applicare i dazi del 25%. Una rappresaglia che vale 2,8 miliardi di euro. La linea della fermezza è stata ribadita tra sabato e domenica nel corso di un giro di chiamate tra Parigi, Londra e Berlino. Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel hanno anche lanciato un altro messaggio a Donald Trump: l’Europa vuole difendere l’accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa), ma è pronta a inserirlo in un accordo-quadro più ampio proprio per rispondere ai timori americani. «L’unità degli europei nel formato E3, Francia-Germania-Regno Unito, sarà decisiva per preservare i nostri interessi e la nostra sicurezza» rimarcano l’Eliseo e Downing Street. Difendendo la linea presa lontano da Bruxelles e dalle altre capitali.
La posizione americana sui dazi è stata ribadita nei giorni scorsi: Bruxelles deve «fare concessioni», altrimenti scatteranno le tariffe su circa 6,2 miliardi di import tra acciaio e alluminio. Da questa parte dell’Atlantico, però, la linea non cambia: non si negozia con una pistola puntata alla tempia. Prima serve un’esenzione «totale e permanente» dopodiché si potranno affrontare gli altri nodi commerciali. Le esenzioni in scadenza domani erano state concesse dalla Casa Bianca a marzo anche a Canada, Messico e Corea del Sud, e non sono rinnovabili.
Se sul fronte commerciale è difficile intravedere una possibile soluzione positiva nel giro di 24 ore, la questione del nucleare iraniano offre maggiori spiragli. Se non altro perché c’è tempo fino al 12 maggio, giorno in cui Donald Trump dovrà decidere se uscire dall’intesa o meno. Domenica i tre leader europei hanno ribadito la necessità di preservare l’accordo del 2015, ma hanno sostenuto la proposta lanciata da Emmanuel Macron a Washington. «Dobbiamo metterci subito al lavoro – fa sapere l’Eliseo – per integrare il Jcpoa in un accordo-quadro più largo, che copra anche il periodo post 2025, la questione del programma balistico e le interferenze dell’Iran nella regione».
Il nuovo segretario di Stato americano, Mike Pompeo, è impegnato in un tour in Medio Oriente. Riad ha chiesto nuove sanzioni contro Teheran. Da Tel Aviv, Pompeo ha detto che gli Usa sono «profondamente preoccupati per la pericolosa escalation di minacce dell’Iran nella regione» e ha ripetuto che senza una modifica del Jcpoa, gli Usa usciranno. La Casa Bianca fa sapere che Trump non ha ancora deciso, ma che «sta esaminando» la proposta di Macron. Il problema, però, potrebbe aprirsi su altri fronti. Il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha avvertito il francese nel corso di una telefonata: «L’accordo non è in alcun modo negoziabile». E non è affatto detto che l’Europa si schieri compatta su questa linea. All’ultimo Consiglio Affari Esteri, la proposta di nuove sanzioni all’Iran – avanzata proprio da Francia, Gran Bretagna e Germania – era stata bocciata.

di Marco Bresolin, La Stampa

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