Raffaella Monzani, la top manager nemica delle ingiustizie

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Classe 1967, studi all’università Bocconi, dal 2016 è chief financial officer, in Bkw Italia, filiale della multinazionale svizzera che si occupa di produzione e vendita di energia elettrica da fonti rinnovabili e servizi. Dal 2011 è anche vice presidente e tesoriera in Professional women’s association

Raffaella Monzani

Il seme della ribellione aveva attecchito quando era molto piccola. Contro le ingiustizie, per il diritto delle donne di essere uguali agli uomini. Vedeva come il fumo negli occhi le principesse in attesa del fidanzato, il suo modello erano le ragazze indipendenti e in grado di autogestirsi. E quando faceva sci agonistico, in mezzo a torme di ragazzi, tirava fuori rabbia e grinta, gareggiava e voleva vincere. La sua mamma, Pia, era convinta che la conoscenza delle lingue l’avrebbe portata lontano, vedeva per la figlia un futuro da hostess, lei però ha scelto i numeri, l’analisi, i bilanci, la finanza. Che il settore fosse quello dei libri o dell’abbigliamento sportivo, dell’elettronica di consumo o dell’energia, in tutte le aziende che ha attraversato è la specialista del controllo di gestione.
Raffaella Monzani, professione cfo, chief financial officer, dal 2016 è in Bkw Italia, azienda di produzione e vendita di energia elettrica da fonti rinnovabili e servizi, filiale di Bkw Energie Ag, multinazionale svizzera quotata alla Borsa di Zurigo. La multiutility in Italia è presente con cento dipendenti e un fatturato di 500 milioni di euro.

La manager, classe 1967, che si dichiara milanesissima, per non mollare l’allenamento alla difesa dei diritti al femminile, è entrata a far parte di Pwa, Professional women’s association, anello italiano di una rete internazionale che ha il suo headquarter a Parigi e promuove la crescita professionale delle donne attraverso un network di incontri e di formazione. “Sono figlia di princìpi di uguaglianza e di giustizia, ne faccio una questione di correttezza, non ho mai capito perché le donne debbano essere considerate inferiori, perché alle ragazze non debbano essere date le stesse possibilità”.

Al liceo linguistico comunale Manzoni, fiore all’occhiello a quell’epoca, ha studiato inglese e tedesco e poi si è iscritta al corso di Economia aziendale alla Bocconi per laurearsi con una tesi sul rapporto banche e imprese nella Comunità europea e specializzarsi in finanza. È grazie al suo buon tedesco che subito dopo, nel 1995, viene assunta da Bertelsmann, multinazionale dell’entertainment, con le mansioni di junior controller in Euroclub, il Club del libro allora concorrente del Club degli editori.

“Per me, lettrice scatenata, era il paese di Bengodi: la responsabile editoriale mi regalava di continuo libri e leggevo tantissimo e di tutto”. Viene chiamata per un anno come controller consultant alla sede centrale di Monaco di Baviera, unica straniera e unica donna. A 31 anni decide che è ora di essere autonoma fino in fondo, lascia la casa dei genitori e va a vivere con il fidanzato, poi ex marito.

Con l’avvento di Internet, assume le funzioni di finance manager in Bol.com a Milano, una start up di e-commerce del gruppo Bertelsmann in joint-venture con Mondadori. “Siamo stati i primi in Italia a vendere libri on line, ad avere uno shop sul web, era il 2000”. Instancabile curiosa, dopo un po’ Raffaella Monzani opta per un lavoro nello sportswear e va a Biella, nella sede di Fila sport come senior controller, sempre in viaggio tra le filiali europee, responsabile di analisi del mercato a supporto delle decisioni aziendali.

Dopo tre anni, però, torna in Lombardia, a Curno, nel Bergamasco, dove ha l’incarico di direttore di pianificazione e controllo di Mediaworld e Saturn, leader nell’elettronica di consumo. “Bellissima avventura, dal 2003 al 2008 siamo passati da 60 negozi a 110, con 6000 dipendenti e due miliardi e 200 milioni di fatturato. Facevo fatica a dire numeri così alti, un’esperienza incredibile. Lo stipendio era nella media per quella posizione. Come nelle squadre di calcio, noi cfo non siamo attaccanti strapagati, copriamo il ruolo di difensori”.

Finiscono i matrimoni, figuriamoci i rapporti di lavoro. Nel 2008 Raffaella Monzani è in Falck energy, e accumula via via una serie di responsabilità: alla guida di una business unit, managing director di Italian-Lao Group con sede a Vientiane in Laos, liquidatore di Falck Bioenergy in Tailandia, managing director e cfo di Bioland Sa, con sede in Lussemburgo ma con società operative in Ucraina, direttore della pianificazione e controllo di gruppo, analisi degli investimenti e business plan dei nuovi progetti realizzati in collaborazione con le imprese Falck.

“Per mio padre Lorenzo, piccolo imprenditore del settore edile, era il massimo della soddisfazione: io in Falck, mio fratello Alessandro, ingegnere, più giovane di me di tre anni, in Pirelli, oggi in Indonesia, nella capitale Giacarta. Lavorare per sette anni con una famiglia così importante per me è stata sicuramente una scuola di vita. Ho imparato a gestire non un manager ma un proprietario protagonista di una storia affascinante. L’ha raccontata bene il giornalista Giovanni Minoli in un dvd che è stato distribuito al consiglio di amministrazione. Mi sono chiusa in ufficio e me lo sono gustato in piena solitudine. Si snodava dalle Ferriere di Dongo a oggi, in tutti i passaggi che hanno percorso la storia d’Italia, con la deportazione degli operai nel periodo fascista e il dramma del terrorismo”.

Spinta dalla sua spiccata propensione al cambiamento, anche in momenti difficili per trovare lavoro, perché spiega “dopo un po’ mi stufo e metto in giro la voce, rispondo ad annunci, non smetto mai di cercare, il percorso continua e continuerà sempre”, Raffaella Monzani se n’è andata dalla Falck nel 2016 per approdare alla base milanese della multinazionale svizzera Bkw che ha sede a Berna.

“Sono entrata in posizione apicale, unica donna in Italia. Da un ruolo strettamente operativo tecnico, ho dovuto mettere in campo tutte le soft skill apprese durante la mia vita professionale. Tirar fuori la capacità gestionale per amministrare i tuoi pari, i collaboratori e la casa madre con le differenze culturali che ci sono, è un cambiamento complicato. Ti adatti e cresci. Mi trovo bene nel ruolo, anche se è difficile, quando occorre devi anche alzare la voce, ma in senso figurato, essere te stessa, cercare di mantenere l’aplomb: è una partita a scacchi. Per una donna il vantaggio è che certe sfumature naturali aiutano la costruzione del team. Il mio conta una decina di persone, molte donne, qualche ingegnera da far crescere, perché bisogna attivare l’elevator per far salire queste ragazze. Io ci provo”.

In Professional women’s association è vice presidente e tesoriera dal 2011. “È il mio impegno civile, un secondo lavoro. Mi ritaglio degli spazi, la sera analizzo il bilancio. Pwa ha tante iniziative, bisogna seguirle come se fosse un’azienda. Siamo tra le realtà del genere più anziane a Milano, una delle prime nate, la classica associazione di mutuo soccorso tra donne che vivono all’estero per seguire i mariti manager, che si è evoluta nel tempo. Con la legge Golfo-Mosca, un male necessario, abbiamo prodotto una lista di 200 candidate ai board delle grandi aziende. La legge ha reso visibile un mondo che non lo era, ma ha trovato anche tanti detrattori. Se in un consiglio di amministrazione entra una donna, deve uscire un uomo. Allora l’obiezione arriva puntuale: sono poche e non abbastanza preparate”.

Al posto della sua aggressività giovanile, “serve alle ragazze per far sentire la propria voce”, ora c’è la determinazione. “Anche nelle difficoltà c’è tanto da imparare. In qualche modo vengo segnata da tutte le aziende in cui lavoro. Affezionarsi è una tendenza femminile, e io che non butto mai via niente, le esperienze positive me le porto nel cuore; basti dire che una delle mie migliori amiche, quella con cui vado in vacanza, è proprio un’ex collega”. Uzbekistan, Armenia, Paesi Baschi, Creta, viaggi belli, “posti meravigliosi”, poi sci in qualsiasi montagna, e ancora e sempre ‘furia d’aver libri’ e tante letture, “con i saggi però, lo ammetto, faccio un po’ fatica”.

Monzani è stata mentor in Pwa per quasi cinque anni, dal 2013 al 2017: “Fare mentoring vuol dire ascoltare chi hai di fronte, offrire la tua esperienza e stabilire un linguaggio comune, che non può essere quello della multinazionale americana per cui si lavora. Noi parliamo ‘aziendalese’, ogni impresa ha il suo slang. Ho conosciuto tante persone, tante realtà e ho capito che fare network è importante. La condivisione aiuta moltissimo, le problematiche si superano con un occhio diverso”.

Patrizia Capua, Repubblica.it

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